Pietro Secchia e Azione Comunista

Pubblichiamo, come contributo alla discussione, alcuni elementi sulla vicenda politica del compagno Pietro Secchia.

I – Pietro Secchia è stato uno dei più grandi dirigenti comunisti che la classe operaia italiana abbia mai avuto. Egli fu l’anima della Resistenza e dell’organizzazione antifascista in Italia. All’età di ventisette anni fu arrestato e rimase detenuto per dodici anni. Alla caduta del fascismo venne liberato e riprese subito il proprio posto alla testa della lotta per la liberazione dell’Italia dai nazisti e dai fascisti divenendo, insieme a Longo, vicesegretario generale del Pci.

Dopo il 25 Aprile 1945 “Pietro Secchia è l’uomo cui viene affidato il compito più arduo e difficile: trasformare il prestigio e il consenso di massa acquisito dai comunisti nella lotta antifascista e nella Resistenza in una grande forza politica organizzata, fortemente strutturata nelle cittadelle proletarie del nord, nonché tra le masse dei contadini poveri, dei braccianti e dei senza terra del mezzogiorno, con l’obbiettivo ravvicinato di costruire un sistema di alleanze ed un blocco di forze sociali – già immaginato da Gramsci – che porti a compimento le riforme democratiche contenute nella nuova Costituzione repubblicana. Una fase molto complessa, definita di transizione, che comporta scelte politiche e tempi di marcia verso il futuro denso di incognite ed una esposizione costante ai rischi del settarismo e dell’opportunismo. Del tutto ovvio che nel PCI (che fin dai tempi dell’Ordine Nuovo non è mai stato un partito dogmatico e ossificato) non manchino le discussioni e i confronti, anche aspri, all’interno del gruppo dirigente. Tuttavia, Secchia non ha mai messo in discussione la lungimiranza della svolta di Salerno compiuta da Togliatti al suo arrivo in Italia. Lui quella svolta l’ha voluta e saputa compiere nei Comitati di Liberazione Nazionale, cioè quella forma unitaria di potere antifascista e popolare del nord che, a differenza del sud, è cresciuta e maturata nel fuoco della lotta armata e dell’insurrezione, e Secchia guarda al futuro dopoguerra con l’intenzione di mantenerla, quella forma di potere, usando come propellente per la costruzione del partito di massa il patrimonio di egemonia accumulato dalla classe operaia e dai comunisti durante la resistenza”1

Nell’autunno del 1948, quando Stalin propose il trasferimento a Praga di Togliatti a capo del Cominform (un posto di grande responsabilità e prestigio che lo avrebbe posto al sicuro da eventuali attentati), era chiaro che il fatto avrebbe comportato quasi sicuramente l’elezione di Secchia alla carica di Segretario del Pci.

Le critiche avanzate da Secchia alla direzione intrapresa dal Pci in quegli anni sono note. Egli individuò lucidamente i limiti della linea intrapresa dal partito e cercò di contrastarli pur nell’ambito di un dibattito che assunse caratteri anche molto aspri restando però sempre all’interno del partito.

Secchia è la chiave di volta nella trasformazione del Partito comunista. Il suo prestigio e la sua importanza sono tali che neanche dopo il caso Seniga i futuri liquidatori del Pci poterono agire liberamente. Essi dovettero aspettare dopo la sua morte, avvenuta il 7 luglio 1973, per avviare apertamente le scelte che avrebbero portato nel giro di poco più di tre lustri, allo scioglimento del più grande partito comunista dell’occidente.

Egli fu il garante dell’unità del partito, ma non di una unità astratta e fine a se stessa, quanto piuttosto di quella del partito della classe operaia, del partito con la classe operaia e della classe operaia stessa. I cui interessi sono salvaguardati nella misura in cui questa unità è mantenuta integra. È una unità ben diversa da quella invocata oggi in nome della “sconfitta delle destre” che è frutto solo di una logica del meno peggio portata alle estreme conseguenze, dell’uovo oggi invece della gallina domani, salvo finire coll’accettare, come diceva Secchia e prima di lui Gramsci, le uova delle pulci.

L’importanza dell’unità della classe operaia e del suo partito è presente in tutta l’esistenza e l’opera di Pietro Secchia: non un’unità priva di principi e fine a se stessa, a cui ci ha abituato la cosiddetta sinistra negli ultimi decenni. Le battaglie politiche, ed anche quelle militari, condotte nella vita gli rendono ben chiaro che il momento in cui questa unità venisse spezzata sarebbe l’inizio della fine. Per questo Secchia non si presta al gioco dei frantumatori. Per questo egli diviene il bersaglio principale, il nemico da abbattere per portare a compimento la trasformazione della natura del Partito comunista italiano.

Arnaldo Bera2, in occasione del ventennale della scomparsa di Pietro Secchia, scrisse: “su Secchia venne stesa una pesante coltre di silenzio quando addirittura le sue politiche non vennero rovesciate ed in nome del “rinnovamento” gli vennero addossate responsabilità e scelte politiche “settarie, operaistiche, staliniste”, coprendo così quel revisionismo politico ed ideologico che doveva portare alla completa liquidazione del Pci e alla distruzione di un patrimonio politico enorme costruito in anni di duro lavoro e di sacrifici enormi”3.

Al di la di quelle che furono le divergenze sulla linea nel Pci, l’attacco diretto contro il suo ruolo nel partito iniziò con il caso Seniga e continuò ben oltre la sua morte. Ancora oggi non mancano i tentativi per deformare e manipolare la sua memoria e il suo pensiero. Giungendo, per esempio, ad attribuirgli una sorta di paternità ideale nei confronti del terrorismo; di presentarlo come colui che “sognava la lotta armata”.

II – Il 25 luglio 1954, il più stretto collaboratore di Pietro Secchia e vice responsabile della vigilanza del Pci, Giulio Seniga4, abbandonò il partito sottraendo denaro e documenti. Il fatto venne inizialmente tenuto nascosto all’opinione pubblica e alla maggioranza del partito. Tuttavia questa vicenda segnò l’estromissione politica di Secchia dai vertici del Pci.

Ambrogio Donini, oltre trent’anni dopo, ricorderà così questo episodio: “Il caso Secchia, dopo la sciagurata azione di Giulio Seniga e il furto di fondi segreti del partito, sfiorò appena i nostri ambienti. Tutto si svolse all’interno della segreteria e della direzione; lo stesso Comitato centrale venne informato solo quando le decisioni più gravi erano state prese, senza un vero dibattito approfondito. La responsabilità di Secchia era certo gravissima, ma non tale da giustificare la sua estromissione dagli organi dirigenti del partito. Lo stesso Togliatti si trovò esposto a infortuni di simile natura, come ad esempio nel caso della defezione di Eugenio Reale5, a lui particolarmente legato, che non era solo dovuta a motivi politici. Erano note le critiche che Pietro Secchia aveva mosso alla direzione del partito dopo la liberazione; ma è assolutamente errato insinuare che egli fosse favorevole alla ripresa della lotta armata e che incoraggiasse i gruppi estremistici. S’ignorava invece ch’egli avesse consegnato a Mosca, nel dicembre 1947, una relazione estremamente negativa sulla politica togliattiana; solo dopo la sua morte , nel 1973, tutto questo materiale venne tratto in salvo e pubblicato”6.

Anni dopo lo stesso Secchia commentò così quanto accadutogli: “Le conseguenze di certi tradimenti furono di incalcolabile gravità di fronte alla quale impallidisce l’azione di colui che pugnalandomi alla schiena recò danno soprattutto alla mia persona”7.

Tuttavia con il suo gesto Seniga aveva dato un colpo mortale alla posizione di Secchia nel Partito spianando di fatto la strada ai futuri liquidatori del Pci. Pietro Secchia venne estromesso dalla Segreteria del Pci e all’VIII Congresso anche dalla Direzione rimanendo per il resto della sua vita semplice membro del Comitato Centrale con funzioni puramente simboliche o rappresentative.

Azione Comunista nacque con una lettera del dicembre 1954 indirizzata ai delegati alla IV conferenza nazionale del Pci, convocata a Roma per il gennaio del 1955. L’iniziativa si rivolgeva, dall’interno, ai militanti del Pci nella forma di un esposto alla Commissione Centrale di Controllo e sviluppava i primi temi delle future campagne. Accanto ad una fraseologia “di sinistra” volta a ricondurre il partito “ai motivi ideologici e politici che alla sua nascita lo differenziarono dai socialriformisti” e a rifiutare le illusioni parlamentari e riformiste veniva condotto un attacco personale a Togliatti, si denunciavano i parlamentari comunisti imborghesiti con i soldi e i privilegi del loro mandato e si tentava di accreditare l’estromissione di Secchia come se fosse stato cacciato perché vicino ad Azione Comunista.

III – Occorre tenere presente anche il contesto internazionale di quegli anni. Nel febbraio del 1956 si svolse il XX Congresso del Pcus durante il quale Kruscev diede l’avvio alla destalinizzazione. Il 13 marzo successivo Togliatti presentò il suo rapporto al Comitato centrale del Pci sul XX Congresso del Pcus. Si aprì così il dibattito nel Partito che proseguì nella Direzione e nel Comitato centrale fino al giugno dello stesso anno. Nel frattempo il 17 aprile 1956 venne sciolto il Cominform. Successivamente, il 4 luglio 1956, il New York Times pubblicò il testo integrale del “rapporto segreto” di Kruscev. Dal 23 ottobre al’11 novembre 1956 si verificò la sollevazione contro-rivoluzionaria in Ungheria. Quasi in contemporanea, il 29 ottobre, cominciò la guerra per il controllo del canale di Suez con l’intervento di Francia e Gran Bretagna al fianco di Israele, che si concluse con il ritiro delle forze anglo francesi nel marzo 1957.

IV – Alla prima lettera di Azione Comunista ne seguirono altre che delineavano l’attacco al Partito “dal suo interno”.

Del novembre 1955 è la presentazione del libro “Il caso Marty”: André Marty era membro del Pcf dal 1923 e venne espulso nel 1952 come sostenitore di “una piattaforma antipartito”. Le sue critiche al Pc francese vengono estese, da Azione Comunista, al Pci e a Togliatti “la cui personalità ha svolto una funzione veramente decisiva per la pace e la tranquillità della borghesia italiana”8.

Nel marzo 1956 un intervento per il 4° congresso della CGIL: “la sconfitta elettorale (alle elezioni delle commissioni interne) è dovuta al tradimento da parte del Partito dei principi comunisti su cui si basava”.

Un’altra del 27 maggio 1956 è un volantino per le elezioni, in tre punti: attacco personale a Togliatti nel solito stile (in fondo l’accusa è di stalinismo e burocratismo); uso strumentale di Lenin contro le elezioni (“le elezioni non risolvono i problemi” ecc.); attacco a Stalin e ai suoi “crimini” e a Togliatti che non ha detto niente quando egli li commetteva. In questo caso è singolare il richiamo ai “crimini” di Stalin quando la Cia consegnò alla stampa il rapporto segreto di Krusciev solo nei giorni successivi. Riprendendo quindi tutti i temi del più becero anticomunismo fino ai giorni nostri.

Il 21 giugno 1956 uscì il primo numero del giornale Azione Comunista. Lo firmarono Bruno Fortichiari9 e Luciano Raimondi10. Dall’unione dei tre personaggi (Seniga, Raimondi, Fortichiari) ebbe origine il gruppo di Azione Comunista, che si distinse subito nella grande capacità e capillarità
di propaganda contro il Pci “da sinistra”, con manifesti affissi in tutta Italia e decine di migliaia di giornali ed opuscoli spediti e diffusi gratuitamente.

Ma fu solo il 4 luglio che l’Unità replicò con l’“Espulsione dal PCI di Luciano Raimondi”11. Luciano Raimondi, preside del Convitto Rinascita di Milano, venne espulso dal Pci il 2 luglio 1956 12 con provvedimento dell’esecutivo della federazione milanese, “per aver tradito il partito partecipando come responsabile alla direzione di un libello anticomunista finanziato e pubblicato da avventurieri e nemici del partito comunista”.

Nello stesso articolo si comunicava come Fortichiari da tempo non facesse più parte del Pci. Il 9 luglio l’Unità precisò che “la Sezione comunista di Luzzara, alla quale egli effettivamente ha appartenuto negli anni passati, si è rifiutata di dargli la tessera per l’anno corrente risultando il Fortichiari legato a nemici della nostra organizzazione e sabotatore della linea politica e della attività del Partito”13. Mentre l’avvenuta espulsione (risalente al dicembre 1954) di Giulio Seniga venne resa pubblica su l’Unità del 25 luglio14.

Fin dal primo numero del mensile Azione Comunista erano già esposti tutti i temi della futura propaganda anticomunista: rivendicazione di una propria denuncia degli errori e del satrapismo politico anteriore al XX congresso del Pcus, attacco contro Togliatti accusato di varie nefandezze (complice di Stalin nelle epurazioni e nelle purghe; in quanto stratega della rivoluzione spagnola è il responsabile della sconfitta; non fa niente per liberare Gramsci; accetta lo scioglimento dell’Internazionale; ecc.), immediato appoggio alla rivolta ungherese, eliminare il culto della personalità in Italia come in Russia, l’Internazionale ha fatto solo gli interessi della politica estera dell’URSS, attacco al PCI sui fatti di Polonia e Ungheria, troppi soldi ai dirigenti che conducono una vita troppo agiata, riportare il Pci e il Movimento operaio sulla strada dei principi comunisti della lotta di classe, abbandonati dall’attuale gruppo dirigente del Partito15.

Sono questi, tutti temi che ricorreranno spesso alla sinistra del Pci nei decenni successivi. Accanto ad una critica spietata che non lasciava spazio a mediazioni sull’operato di Seniga, lo stesso Secchia però non si affidò unicamente alla categoria del tradimento per spiegarli ed indirizzò la sua critica sferzante anche contro chi, nel Partito, si era rifiutato di condurre “una analisi obiettiva degli elementi che avevano provocato quel caso, delle cause che potevano aver spinto Seniga alla degenerazione, il fatto che non si sia preso per nulla in considerazione ciò che egli diceva sulla vita dei dirigenti, sui costumi, sui metodi, il fatto cioè che non vi sia stata una ricerca che andasse al di là del fatto in sé, la mancanza di una qualsiasi autocritica (la sola autocritica contenuta nella risoluzione è quella in cui si lamenta di non aver controllato a sufficienza il mio lavoro [di Secchia] ) significa la mancanza di volontà di eliminare le cause del male ed è sintomo di grave debolezza politica”16.

E tutto ciò non fece che rafforzare in Secchia la convinzione che le misure prese contro di lui “furono prese non soltanto e non tanto per quegli errori legati al tradimento di Seniga, ma furono prese soprattutto per le posizioni politiche che io avevo. Se così non fosse non si comprenderebbe nulla ed alla provocazione potrebbe essere troppo facile penetrare nei partiti comunisti e agire in modo da danneggiare e liquidare i suoi dirigenti. Perché nessuno impedisce ad un provocatore in vena di rivelazioni scandalistiche di rivelare, assieme a ciò che raccogliendo qua e là ha potuto apprendere, anche le sue fantasie, tanto per mettere i dirigenti di un partito gli uni contro gli altri”17.

V – Il 16 dicembre 1956 si svolse a Milano una iniziativa pubblica a cui presero parte, oltre ad Azione Comunista, il PCInter.-Battaglia Comunista, i Gruppi comunisti rivoluzionari di Livio Maitan e i Gruppi Anarchici di Azione Proletaria di Arrigo Cervetto e Lorenzo Parodi.

I Gruppi Comunisti Rivoluzionari, sorti nel gennaio 1949 e che mantennero questa denominazione fino al 1979,furono la prima organizzazione ortodossamente trotskista in Italia. La Quarta Internazionale infatti, a cui Livio Maitan aderì nel 1947, inizialmente entrò nella Federazione dei Giovani Socialisti Italiani, l’organizzazione giovanile dell’allora Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, ritenendola un terreno fertile di reclutamento, essendo le sue leve contrarie al socialismo d’impronta sovietica. In seguito, la sezione italiana della Quarta Internazionale preferì allontanarsi dall’area socialista ed entrare come gruppo clandestino nel Pci, per contrastarne dall’interno le scelte che riteneva moderate e filosovietiche.

Gruppi Anarchici di Azione Proletaria era il nome di una organizzazione anarco-comunista sorta a Pontedecimo Genova nel 1951. Tra i suoi fondatori vi furono Arrigo Cervetto (1927-1995), iscrittosi al Pci il 25 aprile 1945 ed uscitone quasi subito nella primavera del 1946, e Lorenzo Parodi (1926-2011).

Comune a questi personaggi era il rifiuto, risalente agli anni del conflitto mondiale, di quella che consideravano una linea di collaborazione nazionale e compromesso con la monarchia imposti da Togliatti con la “svolta di Salerno” e alla interpretazione della lotta al nazifascismo. Ben presto tuttavia, emersero i contrasti fra le varie anime e le contrapposte visioni sulla prospettiva e gli aspetti politico-organizzativi: i Gruppi Comunisti Rivoluzionari e il PCInter.-Battablia Comunista si ritirarono dal raggruppamento, mentre Azione Comunista ed i Gruppi Anarchici di Azione Proletaria, il primo maggio 1957, diedero vita al Movimento della sinistra comunista.

VI – Tra l’8 e il 14 dicembre 1956 si svolse l’VIII Congresso del Pci nel quale si definì la “Via italiana al socialismo”.

Così commentò Secchia: “La preparazione precongressuale fatta dalla segreteria del partito è stata di una doppiezza credo mai raggiunta in nessuna epoca del nostro partito”. Si produsse un ricambio generazionale ai vertici del partito. La lotta venne condotta “contro le tendenze ad accentuare le lotte della classe operaia e dei lavoratori e a vedere le soluzioni dei problemi in termini di lotta di classe. Così pure a parole si lotta contro il revisionismo; nei fatti, in realtà, si lotta soltanto contro coloro che vengono definiti conservatori soltanto perché vorrebbero conservare al partito comunista le caratteristiche di un partito comunista e vorrebbero conservarle anche mantenendo determinati capi alla testa dell’organizzazione”18. Il “fronte del conservatorismo” (così definito da Giorgio Amendola) venne battuto e Secchia non venne rieletto nella direzione del partito.

La destalinizzazione avviata con il XX Congresso del Pcus segnò l’inizio del deterioramento dei rapporti tra Cina e Unione Sovietica. Ancora nel novembre 1957, in occasione della Conferenza dei partiti comunisti di Mosca la delegazione cinese guidata da Mao, malgrado non si trovasse d’accordo con l’argomentazione di Kruscev sulla possibilità di una transizione pacifica verso il comunismo, accettò il progetto di dichiarazione comune presentato dal Pcus alla conclusione della conferenza. La tensione nell’alleanza cino-sovietica raggiunse il punto di rottura nel 1959-1960. La caduta di Kruscev, nell’ottobre del 1964, non portò a dei miglioramenti nelle relazioni tra i due partiti. È un’ulteriore prova che il conflitto derivava da fondamentali divergenze di interesse più che dal revisionismo della “cricca di Kruscev”. Questo non significa che la critica al revisionismo sviluppata da Mao (e prima di lui da Hoxa) non fosse fondata. Tuttavia, già nel luglio del 1963 Secchia aveva osservato che “il dissenso non è soltanto un dissenso ideologico, anzi questo non è che il velo, una specie di impianto ritardato, soprattutto non è una disputa accademica o teologica. Tema essenziale è quello di una divergenza profonda della strategia da seguire. Divergenza che separa i partiti comunisti dei paesi avanzati dai partiti comunisti dei paesi sottosviluppati”, “Se si scava alle radici del dissenso cino-sovietico si trova la sua origine nella diversità di situazione e di sviluppo dei due paesi”19. La situazione divenne più tesa nell’estate del 1967, quando scoppiarono incidenti militari tra Cina e Unione Sovietica lungo il confine dell’Ussuri. È difficile credere che le sole differenze ideologiche siano state determinanti nel causare il conflitto. Rimane piuttosto l’impressione che la disputa ideologica fosse un mezzo nella competizione per ottenere la guida del movimento comunista mondiale e uno strumento per coprire le vere motivazioni. Sui suoi “Appunti sulle questioni cinesi” del luglio 1963, Secchia scriveva: “La rottura della seconda Internazionale è avvenuta su gravi avvenimenti: 1) l’adesione della seconda Internazionale alla guerra (prima guerra imperialista mondiale); 2) la vittoria della rivoluzione d’ottobre. Oggi la rottura su che cosa avviene? Sui venticinque punti? Sulla negazione della bomba atomica? Sul contrasto India-Cina?”20.

Dal 2 al 9 dicembre 1962 si svolse il X congresso del Pci. La testimonianza di Secchia riporta che “tra tutti i più recenti congressi è stato quello nel quale si è avuta minore discussione”. Tuttavia “è quello che ha avuto la maggiore ripercussione internazionale”. Infatti fu durante questo congresso che Togliatti attaccò violentemente il maoismo, ma per Secchia si trattò di un atto concordato con Krusciov in cambio di un appoggio alla sua politica sulla “Via italiana al socialismo” e per concentrare la discussione sulle questioni internazionali, in modo da non affrontare i problemi sul pessimo stato del Partito21.

Nello scontro che si giocava a livello internazionale contro l’Unione Sovietica, anche per la Cina l’Italia assunse un ruolo di primaria importanza per la presenza del più grande partito comunista “filosovietico” dell’Europa occidentale.

All’attacco di Togliatti i cinesi replicarono il 31 dicembre con un articolo sul Quotidiano del popolo: “Sulle divergenze fra il compagno Togliatti e noi”. Questo testo divenne il fondamento teorico-ideologico dei gruppi cosiddetti marxisti-leninisti (o, più brevemente, m-l) che si andarono formando in Italia. Ma al di la dei contenuti teorici la sua importanza consisté nel mettere in discussione l’autorità del Pci. La sua voce non era più unica e indiscutibile all’interno del movimento comunista italiano: veniva pregiudicata la sua egemonia e la sua pretesa ad essere il rappresentante unico ed esclusivo del mondo comunista in Italia. La titolarità del Pci e l’unità del movimento comunista italiano erano ufficialmente compromesse.

La questione dell’unità risultò centrale nella lotta per la disgregazione del movimento comunista internazionale che faceva capo all’Unione Sovietica e che agli occhi dell’imperialismo rappresentava il nemico principale da battere. Il Pci, il più grande partito comunista dell’Occidente, legato all’Unione Sovietica, divenne l’obiettivo dell’azione disgregatrice portata avanti anche dai cinesi servendosi di elementi estranei ed espulsi da quello stesso partito. L’accusa di Secchia ai cinesi fu pesante: “Quando Lenin lavorò per dare vita alla terza Internazionale si rivolse alle frazioni di sinistra e rivoluzionarie esistenti in tutti i partiti socialisti e agli stessi partiti socialisti. Non si rivolse agli anarchici, ai fascisti, ed alle correnti che erano soltanto genericamente sostenitrici deluse della violenza, ma che avevano carattere reazionario come ad esempio i fascisti”22.

E ancora Secchia fece sentire la sua voce, come nel Comitato centrale dell’ottobre 1965: “io sento questa esigenza dell’unità del movimento operaio e comunista, con la stessa forza con la quale per vent’anni continuammo a dire no al fascismo, anche quando sembrava fossimo isolati e sotterrati per sempre”. Egli, pur avvertendo l’inconciliabilità delle posizioni, non rinunciò mai a lottare per salvaguardare l’unità del movimento operaio e comunista.

I vari gruppi cosiddetti m-l che sorsero in Italia in quegli anni lo fecero fondamentalmente richiamandosi al maoismo, ovvero all’esperienza della rivoluzione cinese ma soprattutto per la critica che questa esprimeva nei confronti dell’Unione Sovietica dopo la svolta del XX congresso del Pcus. Questo avvenne innanzitutto perché per i marxisti-leninisti italiani il maoismo rappresentava da una parte la critica al revisionismo sovietico, dall’altra veniva assunto come strumento per negare la “via nazionale al socialismo” di Togliatti. Da questo punto di vista Mao veniva considerato il degno prosecutore dell’opera di Stalin. Mao ed il maoismo diventarono punto di riferimento in quanto erano la negazione dell’Unione Sovietica e di Krusciov. Non a caso la polemica dei maoisti investì anche, ad esempio, una figura come quella di Ernesto Che Guevara, accusato di vicinanza al trotzkismo ma in realtà personaggio scomodo nella misura in cui difendeva l’unità con l’Unione Sovietica e di tutto il campo socialista.

Tutto questo, condito con diverse interpretazioni del maoismo, portò nel giro di pochi anni al moltiplicarsi in Italia delle divisioni interne al movimento, che si moltiplicheranno esponenzialmente nei decenni successivi fino ai nostri giorni.

VII – Tra la fine del 1958 e gli inizi del 1959 Seniga venne espulso dal Movimento per la sinistra comunista assieme a Pier Carlo Masini (1923-1998), tra i fondatori dei Gaap. I due collaboreranno nella casa editrice Azione Comune fondata dallo stesso Seniga e finiranno coll’avvicinarsi al Psi, al quale Masini aderirà già nel 1959. Seniga contribuirà anche alla nascita dell’Unione Democratica Amici d’Israele, divenendone il segretario.

Nel 1963 le differenti valutazioni all’interno del Movimento per la sinistra comunista nelle questioni cinese ed albanese condussero alla spaccatura, che si materializzò nel giugno del 1965, quando il gruppo genovese facente capo a Cervetto e Parodi si staccò dando vita a Lotta Comunista.

Dal 1956 al 1964 i responsabili di Azione Comunista furono Luciano Raimondi e Bruno Fortichiari. Dal 1964 al 1966 lo fu il solo Luciano Raimondi. Nel 1965 Fortichiari, superati i settant’anni e con problemi di salute, si ritirò dall’attività politica. Successivamente si avvicinò a Lotta Comunista.

Azione Comunista cessò le pubblicazioni nel 1966 e una parte dei membri del gruppo confluì nella Federazione marxista-leninista d’Italia, che aveva come organo il periodico Rivoluzione Proletaria. Di quest’ultimo Luciano Raimondi fu il direttore fino al 1967. Quando Raimondi abbandonò l’attività politica (e quindi si dimise dalla Federazione) si trasferì come professore e poi direttore all’Istituto Culturale Italiano di Città del Messico (quindi funzionario del Ministero degli Esteri, distaccato dal Ministero della Pubblica Istruzione).

Il nome di Luciano Raimondi ricomparve all’interno del famoso Dossier Mitrokhin, un archivio redatto dal Sis, il servizio di controspionaggio inglese, sulla base delle note manoscritte di un presunto ex archivista del Kgb. Le schede relative all’Italia vennero consegnate al Sismi a partire dal 1995. Raimondi vi viene indicato come “agente italiano del Kgb” con il nome in codice “Vittorio”.

Al riguardo, nel dicembre 1999, l’organo di Iniziativa Comunista, La Riscossa, scrisse: “Nell’ottobre ’56 ci fu, in Ungheria, una sanguinaria controrivoluzione anticomunista: ovviamente A.C. (Azione Comunista) si schierò a suo sostegno. Il tutto condito, come sempre, da riferimenti ai “veri” ideali comunisti, alla “vera” politica proletaria, al “vero” internazionalismo, all’esigenza di un “vero” partito comunista etc.. Un paio d’anni più tardi Raimondi rimane il principale dirigente di A.C., perché Seniga continuerà a servire l’imperialismo con nuovi incarichi. Nei primi anni ’60 s’improvviserà filocinese, trovandolo più congeniale ai suoi propositi. Riciclatosi in questa veste partecipa alla fondazione, nel 1966, della Federazione dei marxisti-leninisti, del cui organo di stampa Rivoluzione Proletaria è (di nuovo) proprietario e direttore responsabile. Nel 1969, da una scissione della suddetta Federazione, nasce il Partito Rivoluzionario Marxista-Leninista d’Italia: come proprietario e direttore responsabile farà di Rivoluzione Proletaria l’organo di questo partito. Dopo di che se ne va dall’Italia. Per una nuova “impresa rivoluzionaria”? Per sottrarsi alla repressione? Per sfuggire, forse, alla vendetta degli odiati “revisionisti”? Niente affatto! Viene nominato dal governo (democristiano) rappresentante culturale italiano (come si evince anche dal rapporto Impedian) a Città del Messico. Un intransigente antirevisionista, un convinto filocinese, un nemico giurato dei crimini di Stalin e “dell’imperialismo Sovietico” che si offre come collaboratore del KGB? Un acceso “ultra rivoluzionario”, un implacabile accusatore della “morbidezza” del PCI verso i governi, un dinamico animatore della “sinistra comunista” e di “veri” gruppi marxisti-leninisti, perfino titolare legale di giornali, il cui nome è tutto un programma, come Azione Comunista e Rivoluzione Proletaria che viene nominato dal governo suo rappresentante (sia pure culturale e in un paese lontano)? Che comincia subito, senza curarsi di eventuali “controlli”, a rimettersi al “servizio” del nemico (questa volta nel senso dei democristiani), cioè ancora il KGB?”23.

È recentemente stato reso pubblico uno scritto inedito di Luciano Raimondi che, pur non aggiungendo nulla a ciò che si sa della vicenda che lo ha visto protagonista insieme a Giulio Seniga, contribuisce a far luce quantomeno sulla sua personalità.

In questo scritto, risalente al 1978 e di cui non ci è dato conoscere lo scopo per cui venne redatto e tantomeno le ragioni della sua pubblicazione oggi, egli non esita, in poche righe, a scaricare il suo complice Seniga definendolo un volgare ladro e attribuendosi invece tutti i meriti nella difesa del marxismo-leninismo nel Pci, e giunge addirittura a insinuare che fu lo stesso compagno Secchia a dare disposizioni a Seniga perché sottraesse i fondi del partito nell’operazione che fu la causa dell’estromissione politica dello stesso Secchia! Non pago di ciò, il Raimondi giunge ad attribuire al compagno Secchia (morto il 7 luglio 1973, ucciso da un’infezione insortagli al suo ritorno pochi mesi prima da un viaggio nel Cile di S. Allende, per gli effetti di quello che alcuni emeriti professori come Ettore Biocca, docente di parassitologia all’Università di Roma, diagnosticarono come un avvelenamento provocato da “ingestione di veleno ad altissimo livello scientifico che non lasciava traccia alcuna”) l’idea che il suo avvelenamento fosse opera… dei togliattiani!24

“La gente di questa risma svolge, obiettivamente, un ruolo di provocatore. È più chiaro, adesso,chi sono, anche soggettivamente, questi figuri di Azione Comunista: veri e propri agenti dell’imperialismo. Nel senso letterale e non solo politicamente. Per questo il compagno Secchia non ha avuto bisogno di conoscere quel che sappiamo oggi: già 44 anni fa, in una nota definì testualmente A.C. “…la solita merda anticomunista”25.

VIII – Dopo la sua rimozione dai principali incarichi a seguito del caso Seniga, iniziò il tentativo di coinvolgere Pietro Secchia quale ispiratore occulto di Azione comunista, cioè di un’organizzazione anti partito esterna ad esso. Ma è soprattutto a seguito del maturare della frattura tra Cina ed Unione Sovietica e alla conseguente nascita in Italia delle prime organizzazioni cosiddette m-l, che egli divenne l’obiettivo di una subdola campagna volta a presentarlo come il capo di una presunta (e inesistente) frazione rivoluzionaria interna al Pci e come tale a demolirne l’immagine sia all’interno che all’esterno del Pci. L’importanza negativa di questa azione si comprende meglio pensando al significato gravissimo che allora la pressoché totalità degli iscritti al partito attribuiva al frazionismo: un vero e proprio taboo per la maggior parte di loro. Essere accusati di frazionismo era uno dei peggiori crimini per un dirigente comunista.

Di questa campagna denigratoria fu testimone nonché uno degli artefici Giuseppe Maj che nel 1968, insieme a Luciano Raimondi, diede vita al Partito Rivoluzionario (marxista-leninista) d’Italia di cui lo stesso Maj divenne il segretario. Tale partito mantenne la testata Rivoluzione proletaria, di proprietà di Raimondi e di cui Maj diventò il Direttore politico. Nel 1969 Maj fece una ricostruzione, apparsa sulla rivista Che fare26, della storia dei gruppi m-l. E proprio Maj attribuì a Pietro Secchia la patente di capo di una frazione interna al Pci.

Secchia diviene quindi doppiamente colpevole: dall’interno del Pci perché gli viene attribuita la paternità di una frazione, peraltro inesistente; dall’esterno come membro di un partito ormai identificato tout court con il revisionismo.

Possiamo osservare che anche in presenza delle divergenze più acute i dirigenti comunisti hanno sempre fatto di tutto per evitare, dove possibile, divisioni e rotture che avrebbero finito col danneggiare unicamente la causa del movimento operaio. Tutto questo mentre le divisioni che sorgono nel movimento m-l assumono spesso toni che vanno ben oltre i limiti di una polemica politica conducendo quasi sempre a rotture irreparabili e fratricide. C’è un evidente e diverso atteggiamento che non lascia più alcuno spazio alla mediazione, alla discussione politica, ma si limita alla declamazione liturgica dei principi e alle reciproche scomuniche.

Siamo alle origini di un processo di frantumazione che è proseguito ben oltre la liquidazione del Pci e prosegue fino ai giorni nostri. L’obiettivo non era solo la distruzione del Pci: bisognava impedire che potesse essere ricostruito.

1Sergio Ricaldone: Pietro Secchia: un ruolo di primo piano nell’antifascismo, la Resistenza e la Costituzione, 16-4-2005 https://www.marx21.it/index.php/comunisti-oggi/in-italia/25459-pietro-secchia-un-ruolo-di-primo-piano-nellantifascismo-la-resistenza-e-la-costituzione

2Arnaldo Bera (1915-1999): il “leone di Soresina”; iscritto al Pci dal 1933; partigiano e dirigente comunista; nominato testamentario delle carte e documenti dell’Archivio Secchia presso la Fondazione Feltrinelli di Milano direttamente dal dirigente comunista prima della sua morte nel 1973. Fu tra i fondatori, insieme a Ambrogio Donini e Alessandro Vaia, della rivista Interstampa. Abbandonò il Pci nel 1989 e fondo Nuova Interstampa. Contrariamente a quanto alcuni affermino, non aderì mai a Rifondazione Comunista. Sempre lucido nell’analisi egli intravide subito anche i germi che avrebbero minato alla base la futura esperienza di Rifondazione: “Noi lavoriamo per una Nuova Interstampa pienamente autonoma e libera da ipoteche di correnti interne al PCI o al nuovo partito di Occhetto”. Egli non accettò né le posizioni attesiste di chi voleva vedere “quale sarà l’esito del 20° Congresso del PCI”, né quelle “di chi crede di fare uscire dalla crisi il movimento operaio e i comunisti prospettando intese per sbocchi elettoralistici”. Forti erano le ambiguità dei dirigenti che allora si opponevano alla linea di Occhetto. E Bera tentò di dare voce a tutti quei compagni che “nutrono dei dubbi, temono che essa (la proposta da cui sorgerà di li a poco Rifondazione) sia inquinata da manovre, oltre che da pressioni di gruppi esterni, i quali sembra abbiano più a cuore spinte elettoralistiche che la costruzione di una nuova forza comunista in Italia”.

3La Riscossa, anno 1, numero 1, aprile 1999, pag. 8.

4Giulio Seniga (1915-1999). A 20 anni è comunista ed antifascista, dopo l’8 settembre 1943 passa in clandestinità. Come partigiano, Giulio “Nino” si distingue tra la Valle dell’Ossola e la Svizzera, divenendo ispettore generale delle formazioni dell’Ossola e del Cusio e della seconda brigata Garibaldi, fino alla Liberazione. Nel 1947 viene chiamato a Roma a fianco di Pietro Secchia.

5Eugenio Reale (1905-1986). Si avvicinò al Pci nel 1926, figura di primo piano del Partito a Napoli. Accolse Togliatti al suo ritorno in Italia nel 1944 dopo l’esilio in Unione Sovietica. Il capo del partito incaricò Reale di tenere i rapporti tra il Pci e i Paesi socialisti dell’Est europeo. Venne espulso nel 1956 dopo la rivolta controrivoluzionaria d’Ungheria. La segreteria provinciale del Partito comunista napoletano riscontrò nelle dichiarazioni e nell’atteggiamento di Eugenio Reale, già membro della segreteria ed ex ambasciatore italiano a Varsavia, un caso di “deviazionismo borghese”, e ne decretò l’espulsione. La motivazione fu quella di aver rilasciato alla “stampa borghese” interviste e dichiarazioni nelle quali venivano “espressi giudizi e interpretazioni false e calunniose sull’VIII Congresso del partito, sulla linea politica e sugli organismi dirigenti da esso scaturiti”.

6Ambrogio Donini, “La Fondazione Gramsci” in Calendario del popolo, ottobre 1988, pag. 12838.

7Archivio Pietro Secchia 1945-1973, pag. 411

8 Così Secchia concluse un suo commento al libro: “Un operaio, leggendo una tale Prefazione, ha ragione di concludere: si tratta della solita merda anticomunista”. Ar. S. pag. 283/284.

9Bruno Fortichiari (1892-1981). Fu tra i fondatori del Pcd’I nel 1921. Nel contrasto che si manifestò tra il PCd’I e il Comintern, Fortichiari fu uno dei principali esponenti della corrente di sinistra guidata da Bordiga. Espulso dal partito nel 1929, viene riammesso nel 1945.

10Luciano Raimondi (1916-1996). Aderisce al Pci nel 1936. Partigiano, combatte in Valtellina e Valdossola divenendo commissario politico della X Brigata Garibaldi “Rocco”, fino alla liberazione. Fu il fondatore dei “Convitti scuola della Rinascita”.

11 L’Unità del 4 luglio 1956, pag. 2: “La Federazione milanese del PC comunica: “Si rende noto che il Comitato direttivo della Sezione “Martiri Giambellino”, esaminati i verbali delle riunioni della cellula Zdanov, ha deciso all’unanimità di espellere dal PCI Luciano Raimondi, per aver tradito il partito partecipando come responsabile alla direzione di un libello anticomunista finanziato e pubblicato a cura di avventurieri e nemici del Partito comunista. Il provvedimento è stato approvato unanimemente dal comitato esecutivo della Federazione milanese del PCI riunitosi il 2 luglio 1956 e sarà sottoposto alla ratifica del Comitato direttivo della Federazione stessa. Si rende altresì noto che Bruno Fortichiari, già appartenente alla federazione del PCI di Reggio Emilia, da tempo non fa più parte del PCI. Il Comitato esecutivo della Federazione milanese del PCI.”

Nel momento in cui il nostro partito apriva la discussione precongressuale la più larga e democratica, invitando i compagni dirigenti e militanti a intervenire su tutti i problemi che riguardano la politica, l’organizzazione, i metodi di direzione del partito ed anche su temi di principio, L. Raimondi, senza alcuna discussione preventiva, nascondendo ogni sua intenzione, rompendo ogni legame con la disciplina, con i metodi, con il costume del PCI, dava il suo nome come responsabile alla direzione di un libello che si intitola Azione comunista e la cui azione è esclusivamente di diffamazione la più bassa e volgare contro il Partito comunista, i suoi dirigenti ed i suoi militanti.

Con tale suo atto di aperto tradimento il Raimondi si poneva fuori e contro il partito, perché non vi può essere nulla di comune tra le critiche, per quanto ampie e profonde possano essere, dei compagni che nel partito si propongono di migliorare l’attività del partito stesso, di elaborare posizioni che corrispondano alla situazione, di stabilire obiettivi giusti e precisi e gli attacchi che vengono dal di fuori del partito da parte di nemici di ogni colore che si propongono unicamente di condurre un’opera di divisione e di disgregazione.

Per quanto ampia e democratica possa essere una discussione, essa deve svilupparsi all’interno del partito e allo scopo di rafforzarlo: c’è una linea di demarcazione ben precisa che distingue e separa nettamente le critiche che vengono condotte all’interno del partito da compagni onesti, il cui obiettivo è quello di rendere il partito ancora più unito, più forte e più combattivo, dagli attacchi che vengono mossi dal di fuori dai nemici del partito e della classe operaia.

Il partito non può tollerare che nel momento in cui ha luogo una ampia discussione nelle sue file, vi sia chi tenta di approfittarne per seminare la confusione e il disfattismo, per minare l’unità, per cercare di organizzare delle frazioni e introdurre nel partito tutto ciò che da molti anni è stato eliminato.

Noi vogliamo discutere tra di noi apertamente, tra comunisti strettamente uniti e solidali contro gli attacchi che vengono dai nemici del partito e della classe operaia comunque camuffati.

Alcuni mesi fa La Giustizia pubblicava la notizia che Luciano Raimondi era in qualche modo legato al libello Azione comunista. Appena la cellula del “Convitto Rinascita” veniva a conoscenza di questa notizia, faceva la seguente smentita che pubblichiamo per esteso, e tra i firmatari figurava lo stesso Luciano Raimondi: “Milano 29 marzo 1956 – I comunisti che fanno parte del Comitato direttivo e del personale del “Convitto Rinascita” smentiscono recisamente la notizia pubblicata dal giornale La Giustizia, organo ufficiale del PSDI, secondo la quale un documento di Azione comunista avrebbe ricevuto in questi giorni l’adesione di elementi direttivi del Comitato stesso. Firmato: Girolamo Federici, Gianni Bernasconi, Antonio Tiziani, Angelo Moroni, Livio Livi, Luciano Raimondi, Furio Fontanelli, Dino Marastoni, Bruno Arcangeli, Remo Dal Maso, Ennio Battazza, Rachele Farina”.

Poi sono accaduti i fatti noti, e cioè Raimondi ha firmato come responsabile il giornale predetto. Subito la cellula del Convitto ha chiesto una riunione e nel corso di questa riunione il Raimondi ha ammesso di aver compiuto un atto incompatibile con l’appartenenza stessa del partito. Ma la sua autocritica è stata puramente formale e superficiale, perché è tutto il suo contegno che è incompatibile con quello di un comunista. Esso ha rivelato l’intenzione di ingannare ancora una volta il partito. Nel momento stesso in cui si dichiarava deciso a rompere ogni legame diretto e indiretto con Azione comunista, rivelava che anche in passato aveva collaborato a tale foglio, malgrado lo avesse recisamente smentito con la dichiarazione pubblicata il 29 marzo ultimo scorso.

Sempre il Raimondi aveva avuto ampia possibilità di esprimere il suo pensiero, e nelle riunioni e sulla stampa del partito. I suoi articoli all’Unità, alla Voce comunista ed a Rinascita gli furono sempre pubblicati. Nel momento in cui la Federazione milanese del PCI offerse al Raimondi, nella sua qualità di Preside del “Convitto Rinascita”, la candidatura nelle elezioni per il Consiglio comunale di Milano, egli non sollevò alcuna obbiezione di carattere politico e programmatico.

Il momento scelto dal Raimondi per rendere aperto e pubblico il suo tradimento, il momento in cui tutti i nemici fanno oggetto dei loro attacchi il PCI e il movimento comunista internazionale, rendono ancora più grave il suo comportamento.

Di fronte alla decisione del Comitato direttivo della Sezione “Martiri Giambellino” di espellerlo dal partito, il Raimondi rilasciava la seguente dichiarazione in data 1 luglio 1956: “Dichiaro di riconoscere nel modo più sincero e aperto di aver commesso un grave errore dando il mio nome ad un foglio il cui risultato potrebbe essere quello di minare l’unità del partito. Riconosco di aver violato la disciplina del PCI e mi impegno a rompere ogni legame diretto o indiretto con Azione comunista. Mi impegno a esprimere le mie opinioni e i miei punti di vista sulla politica del partito nelle riunioni normali del partito e sui suoi organi di stampa, sui quali mi si garantisce di esprimere la piena libertà del mio pensiero. Firmato: Luciano Raimondi. P.S. Questo documento vale solo nel caso in cui venga accolto il mio ricorso contro l’espulsione, altrimenti mi riserbo di sconfessarlo in ogni altro caso. L. Raimondi”.

Il Raimondi intende quindi ricorrere contro l’espulsione. È nel suo diritto. È difficile però prestare fede a chi rilascia una dichiarazione facendola seguire dal post-scrittum sopra pubblicato, che dimostra quale possa essere la sincerità del dichiarante. In ogni caso il giudizio deve essere dato sulla base dei fatti e non già soltanto delle dichiarazioni.

Da questo episodio di doppiezza politica che rende palese l’attività subdola e la perfidia dei nemici di classe, i comunisti milanesi e tutti i lavoratori sapranno trarre gli insegnamenti necessari. Nella preparazione dell’VIII Congresso nazionale del PCI sarà sviluppato un ampio e approfondito dibattito, che consolidi l’unità politica e ideologica del partito, che rafforzi la lotta del popolo italiano per la democrazia e per il socialismo”.

12 Appunti manoscritti di Secchia sul retro della lettera di A.C. sull’espulsione di Raimondi e Fortichiari (“VI Lettera ai compagni” 4 luglio 1956):

  • Non si può considerare A.C. come azione politica ma come un’azione anticomunista, disgregatrice di nemici del partito.
  • Vi manca ogni linea politica, ogni obbiettivo costruttivo. La lotta che conducono contro il partito è senza principi; senza alcuna linea: il solo principio è quello della disgregazione, della lotta, la più ignobile contro il partito.
  • In tutti quei documenti c’è solo un attacco al P.C. non c’è la più piccola critica agli altri partiti, ai nemici di classe, alla grande borghesia, ai monopoli, ai partiti della grande borghesia. Nessun attacco alla DC, nessun attacco alla socialdemocrazia che ospita i loro articoli.
  • Il coraggio ce l’hanno solo nell’attacco contro il partito, ma non nell’attaccare i nemici del partito.
  • essi prendono posizioni a favore di tutti gli espulsi, qualunque siano i motivi per cui sono stati espulsi; di destra e di sinistra. Sposano le cause di tutti i nemci, di tutti i traditori.
  • Dal 1921 ad oggi attaccano tutta la politica del partito. Scrivono che il partito ha tradito tutti i principi sui quali è stato fondato.
  • Nel p: vi è la più ampia democrazia, possibilità di discussione, lo dimostra il fatto che col Raimondi si è discusso sempre e sino all’ultimo. Ma un conto è la discussione nell’ambito del p., un conto è l’attacco che viene dal di fuori. Vi deve essere una distinzione.
  • Qualche compagno si è stupito per la taccia di tradimento. Ma a parte il modo come ha lasciato il partito senza discutere non avendo il coraggio di prendere posizione.

13L’Unità del 9 luglio 1956, pag. 8.

14 L’Unità del 25 luglio 1956, pag. 2: “La Segreteria del Pci nel comunicare che il Comitato direttivo della Federazione milanese, nella sua riunione del 14 c.m., ha ratificato l’espulsione di Luciano Raimondi “per aver tradito il partito partecipando come responsabile alla direzione di un libello anticomunista, finanziato e pubblicato a cura di avventurieri e nemici del Partito comunista”, porta a conoscenza di tutti i militanti che Giulio Seniga (Nino) di Volongo (Cremona), già dell’apparato tecnico del C.C., è stato espulso nel dicembre 1954 dalle file del Pci per avere abusato della fiducia in lui riposta, per chiara indegnità morale e tradimento del partito”.

15 Per una selezione di scritti di Azione Comunista (39 – Azione Comunista – documenti) http://www.marxists.org/italiano/fortichiari/antologia/antologiaBF3.pdf

16Archivio Pietro Secchia 1945-1973, pag. 309.

17Archivio Pietro Secchia 1945-1973, pag. 415

18Archivio Pietro Secchia 1945-1973, pag. 339-340.

19 Archivio Pietro Secchia 1945-1973, pag. 479-480.

20 Archivio Pietro Secchia 1945-1973, pag. 651-652.

21Archivio Pietro Secchia 1945-1973, pag. 457-458.

22Archivio Pietro Secchia 1945-1973, pag. 651.

23La Riscossa, anno 1, numero 3, dicembre 1999, pag. 6.

24http://www.centrostudilucianoraimondi.it/sulla-nascita-di-azione-comunista/

25La Riscossa, anno 1, numero 3, dicembre 1999, pag. 6.

26 Possiamo leggere alcune “perle” del pensiero di Maj.

Egli definì le due componenti del movimento m-l e la lotta che si sviluppò tra esse alla nascita di Nuova unità: da una parte i fautori di una lotta interna al Pci; dall’altra chi, come Maj, considerava ormai il Pci non più “il partito marxista-leninista del proletariato ma il partito degli operai privilegiati, impiegati e piccoli borghesi (…); il Pci è un partito concorrente della democrazia cristiana per amministrare gli interessi dei capitalisti a beneficio e con l’appoggio di questa massa di privilegiati”. Palese il disprezzo verso i lavoratori e le masse popolari che costituivano la base del Pci.

Da una parte quindi coloro che “sostenevano che i marxisti-leninisti erano un gruppo di compagni del PCI organizzatisi al di fuori della disciplina del partito per condurre una lotta nel partito. (…) Secondo questa concezione la linea politica revisionista del PCI era una deviazione del solo gruppo dirigente, mentre il partito nella qualità dei suoi militanti, della sua organizzazione, dei suoi rapporti con la classe operaia e con il popolo restava il partito rivoluzionario del proletariato”. Come sempre nei decenni successivi, due pesi e due misure: una per misurare il Pci; l’altra, che giunge fino ai giorni nostri, per misurare ad esempio i grillini o le sardine…

Dall’altra coloro che sostenevano che “i marxisti-leninisti devono agire come forza indipendente in ogni campo dell’attività politica, tendere al proprio rafforzamento e alla eliminazione di tutte le organizzazioni politiche anti marxiste-leniniste”.

Per Maj la scelta interna veniva vista solo come un ostacolo sulla strada che aveva ormai un unico obiettivo: “la demolizione del Pci e la costruzione del partito marxista-leninista”. La prima parte del quale pienamente riuscita, in quanto alla seconda…

Da Giuseppe Maj in Che fare, n.5 (estate 1969): “Storia dell’organizzazione marxista-leninista in Italia (1963-69).

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