Per un’organizzazione di lotta della classe lavoratrice.

“La formazione e lo sviluppo dei quadri è il compito fondamentale di un’organizzazione, l’utilizzazione di tutte le forze di cui il partito dispone, saper aumentare giorno per giorno queste forze ed il loro rendimento, riuscire ad indurre ogni compagno a migliorarsi quotidianamente e ad impegnare tutta la sua volontà tutte le sue energie fisiche ed intellettuali nell’interesse del partito, nella realizzazione della linea politica del partito: in questo consiste essenzialmente l’arte dell’organizzazione” (Pietro Secchia, L’arte dell’organizzazione)

1 – La costruzione del nostro Partito avviene in condizioni molto difficili segnate in modo significativo dal profondo radicamento, consolidatosi nel corso di decenni, del revisionismo e dell’opportunismo tra le fila del movimento operaio. Questo ha comportato il diffondersi e il prevalere delle concezioni idealiste e opportuniste nel campo organizzativo all’interno di ogni formazione che si richiamava o si richiama in qualche modo agli ideali del comunismo. E così, ancora una volta, oggi come ieri, si pone l’interrogativo di Lenin: “la questione controversa si riduce al dilemma: sistema dei circoli o partito?” (Lenin, Un passo avanti e due indietro)

Il mondo, la società in cui viviamo, stanno subendo profondi mutamenti. Anche il nostro giovane Partito è chiamato ad affrontare nuove condizioni, nuove sfide, nuove lotte alle quali nessuno di noi è preparato. Stiamo cominciando a seguire strade, per molti versi, sconosciute.

Come insegnava Fidel, bisogna maturare la coscienza del momento storico. I compiti del partito non sono astratti, slegati dal momento storico, ma in funzione di esso. Essi non sono uguali in ogni periodo.

Oggi il nostro Partito deve superare quello che potremmo definire lo stadio “infantile” nella costruzione del partito e cominciare ad assumere le caratteristiche di un partito più maturo. In questa direzione le questioni organizzative assumono una rilevanza fondamentale.

Come disse Pietro Secchia: “Ogni volta che noi vogliamo misurare la giustezza delle nostre direttive, le questioni d’organizzazione ci balzano innanzi come questioni politiche fondamentali. Perché non basta constatare che la linea politica è stata giusta, bisogna vedere in che misura siamo stati capaci di realizzarla” (P. Secchia, I compiti del partito e i problemi della sua organizzazione, 229).

2 – Una gran parte di coloro che hanno precedenti esperienze politiche ha, come unico modello concreto di riferimento di organizzazione che si richiama al comunismo, un partito come Rifondazione comunista. Un partito, cioé, fondato sui circoli; nato già privo di una propria identità che non fosse un simbolo da esibire alle scadenze elettorali. Con il passare del tempo e il venir meno di minimi valori identitari si è giunti alla fine anche ad abbandonare il simbolo stesso. In quel partito si è consumata la definitiva separazione del partito dalla classe lavoratrice, avviata negli anni precedenti all’interno dello stesso Pci, con la conseguente perdita dei legami con le masse popolari. Il partito ha cessato di essere la suprema forma d’organizzazione per diventare una fra le tante. Abbiamo assistito ad una sempre più ampia separazione tra l’autodefinizione e le intenzioni proclamate da un lato, e la funzione effettiva e i risultati ottenuti dall’altro.

Uno degli effetti più evidenti e “concreti” di tutto questo è la progressiva frantumazione a cui assistiamo nel campo della cosiddetta sinistra. Decine di organizzazioni che a parole sembrano richiamarsi ai medesimi ideali e che nella pratica riproducono sempre più in piccolo un processo di disgregazione organizzativa con la conseguente disaffezione alla stessa politica delle masse dei lavoratori.

Si è perso di vista l’elemento essenziale dell’essere comunisti. Il fatto cioé che non è sufficiente condividere un determinato sistema di convinzioni, di valori, di ideali: ma è necessario anche organizzarsi. Per cambiare la sociatà contemporanea non è sufficiente l’idea del comunismo, ma è necessario che questa idea si trasformi in una forza reale, materiale. È necessario “non abbandonarsi a vuote fantasticherie, non fondare l’azione su astratti “princìpi della ragione umana”, ma sulle condizioniconcrete della vita materiale della società, forza decisiva dello sviluppo sociale; non abbandonarsi ai lodevoli desideri dei “grandi uomini”, ma sulle esigenze reali dello sviluppo della vita materiale della società”(Stalin, Materialismo dialettico e materialismo storico). E lo strumento mediante il quale è possibile trasformare l’idea del comunismo in una forza materiale in grado di rovesciare i rapporti sociali esistenti, è precisamente l’organizzazione, ovvero il partito.

Al contrario oggi il principio più in voga è: affermo, dunque sono. Cioé, sarebbe sufficiente dire di essere comunisti per esserlo veramente. Ma così restiamo nel campo dell’idealismo. Invece, come diceva Lenin, “una cosa è chiamarsi, un’altra essere”(Lenin, Un passo avanti e due indietro).

3 – Oggi siamo un piccolo partito con solo alcune migliaia di iscritti. L’influenza che i comunisti riescono ad avere tra le masse lavoratrici storicamente non è mai stata così bassa e rimane locale ed episodica. Per adempiere ai compiti che il mondo e la società contemporanea ci pongono dinnanzi è necessario non solo che il partito cresca, ma anche che esso divenga l’avanguardia di lotta della classe lavoratrice.

Per ottenere questo una sola crescita quantitativa non è sufficiente. L’impreparazione dei nostri stessi quadri non solo a porsi come avanguardia nella lotta di classe o a sviluppare l’iniziativa politica, ma anche a lottare attivamente e con efficacia contro il revisionismo e l’opportunismo tra le fila stesse del partito, rimane uno dei nostri più grandi ostacoli alla crescita del partito e non può essere sostituita dalla semplice crescita quantitativa.

In passato si è spesso dibattuto tra i comunisti sulla questione partito di massa e/o partito di quadri ponendo le due concezioni in alternativa tra loro. Ognuno di noi vorrebbe vedere un grande Partito con una vasta influenza tra le masse. Per ottenere questo dobbiamo crescere, deve crescere il numero dei comunisti. Ma per poterlo fare è imprescindibile sviluppare la qualità non solo di un gruppo ristretto di dirigenti ma di tutto il corpo del partito.

Ed è nella concezione stessa del partito come avanguardia di lotta della classe lavoratrice che il problema della formazione assume un’importanza primaria.

Questa concezione trova il suo opposto non solo nel “sistema dei circoli”, ma anche in quella di chi considera il partito come uno “stato maggiore” che al momento opportuno dovrebbe indicare alle masse come fare la rivoluzione. Queste impostazioni presuppongono entrambe l’esistenza di un gruppo di intellettuali, distinti dalla classe operaia, che dovrebbero emanare una “linea giusta” che poi sarebbe eseguita da altri, riproducendo, in questo modo, la divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, tipica dell’ideologia borghese.

La formazione politica, intesa come strumento per la crescita dei militanti e dei quadri comunisti, diviene quindi condizione imprescindibile per condurre la lotta di classe per il potere dei lavoratori e in primo luogo per individuare e combattere il revisionismo e l’opportunismo tra le fila del partito stesso.

È necessario, quindi, lavorare attivamente e costantemente per una crescita qualitativa di tutti i membri del partito. Tuttavia la formazione non può essere confusa con l’apprendimento dogmatico e scolastico dei testi classici del marxismo-leninismo. Come ci insegna Gramsci, “Né uno “studio oggettivo”, né una “cultura disinteressata” possono avere luogo nelle nostre file, nulla quindi che assomigli a ciò che viene considerato come oggetto normale di insegnamento secondo la concezione umanistica, borghese, della scuola.

Siamo una organizzazione di lotte, e nelle nostre file si studia per accrescere, per affinare le capacità di lotta dei singoli e di tutta la organizzazione, per comprendere meglio quali sono le posizioni del nemico e le nostre, per poter meglio adeguare ad esse la nostra azione di ogni giorno. Studio e cultura non sono per noi altro che coscienza teorica dei nostri fini immediati e supremi, e del modo come potremo riuscire a tradurli in atto”(Gramsci, La formazione dell’uomo, 138).

Purtroppo dobbiamo constatare che il problema della formazione viene ancora affrontato in maniera artigianale, è spesso estemporanea e, fino ad ora, gestita solo dal livello locale.

Non solo non ci si cura a sufficienza della formazione, ma essa viene ancora spesso considerata una perdita di tempo. Vista non come acquisizione di capacità politica quanto piuttosto di apprendimento di testi slegati da un’attività reale e concreta, avulsi dal contesto in cui operiamo e quindi inutili.

Troppi compagni considerano ancora lo studio, la formazione come tempo strappato al lavoro pratico, che, secondo loro, sarebbe unicamente quello utile e necessario. Essi rivolgono la propria attenzione unicamente al “fare cose concrete” senza curarsi di cosa fare o di come farlo. Senza rendersi conto che, per i comunisti, teoria e pratica sono indissolubilmente legate fra loro.

E che questo atteggiamento non fa altro che replicare, all’interno del partito stesso, la suddivisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale; tra chi pensa e decide, e chi fa le cose. In questo modo chi respinge la teoria o la ritiene superflua tende a riprodurre le condizioni ideali per generare una casta di intellettuali borghesi che esercitano il controllo sul partito. Così la capitolazione al dominio borghese avviene senza molte chiacchiere, discutendo solo di cose concrete.

Al contrario, è attraverso il lavoro “concreto” della formazione, che tutti i compagni possono essere dotati degli strumenti indispensabili per comprendere ciò che si fa e perché lo si fa e quindi consentire anche di esercitare pienamente la democrazia di partito ed anche un “potere di controllo” sulla sua linea e sui suoi dirigenti. Solo attraverso questo profondo lavoro di formazione otterremo compagni che coscientemente aderiscono al partito e alle sue lotte. Una formazione non solo riservata ai nuovi militanti ma bensì a tutti i membri del partito, dal semplice militante ai dirigenti: perché tutti possano arricchire la propria linea, definire e comprendere crescentemente la strategia, sviluppare nel modo più ampio e creativo la tattica e quindi adeguare l’organizzazione.

Sempre Gramsci ci spiega che “La scuola di partito deve proporsi di colmare il vuoto che esiste tra quello che dovrebbe essere e quello che è. Essa è quindi strettamente collegata con un movimento di forze, che noi abbiamo diritto di considerare come le migliori che la classe operaia italiana ha espresso dal suo seno. È l’avanguardia del proletariato, la quale forma e istruisce i suoi quadri, che aggiunge un’arma – la sua coscienza teorica e la dottrina rivoluzionaria – a quelle con le quali essa si appresta ad affrontare i suoi nemici o le sue battaglie. Senza quest’arma il partito non esiste, e senza partito nessuna vittoria è possibile” (Gramsci, La formazione dell’uomo, 138).

Un’organizzazione che non si preoccupa di formare nuovi quadri capaci di pensare con la propria testa, di apprendere dai propri errori, di migliorarsi, di non lasciarsi abbattere dalle sconfitte, è un’organizzazione che verrà sconfitta. Perché se si addestrano i militanti unicamente ad eseguire direttive emanate da altri, questi stessi militanti non saranno in grado di vedere, di scoprire gli errori e le deviazioni. Saranno impreparati ad affrontare gli ostacoli e i nemici, esterni e interni al partito, che via via si troveranno innanzi. Saranno impreparati a condurre una lotta implacabile contro il revisionismo e l’opportunismo. Saranno impreparati nel garantire l’indipendenza del partito.

4 – L’applicazione del centralismo democratico presuppone l’accettazione della disciplina di partito. La disciplina di cui parliamo, però, non è una disciplina borghese, ovvero fondata sull’obbedienza, imposta con la forza delle leggi o dei regolamenti, ma piuttosto una disciplina fondata sulla coscienza di classe, ovvero come risultato dell’elevamento della coscienza. Per noi la disciplina non è semplice esecuzione delle direttive impartite, quanto piuttosto “coscienza della necessità”.

L’elevamento della coscienza politica è sempre stato la componente essenziale di ogni esercito rivoluzionario. Da qui l’importanza della figura del Commissario politico, tanto disprezzata dalla borghesia. Lo si è visto in Unione Sovietica, ma anche altrove. Durante la Resistenza in Italia; in Cina, dalla Lunga marcia; nella guerra in Vietnam; a Cuba; ecc.

Senza un altissimo livello di coscienza politica non sarebbero stati possibili i tremendi sacrifici in tutte quelle guerre. Solo con una disciplina fondata unicamente sull’autorità imposta dall’alto, semplicemente non sarebbero stati possibili.

Quando la guerriglia cubana incorporava nuovi volontari, il Che non pretendeva che sapessero sparare, ma che sapessero leggere e scrivere.

Questo perché in un partito comunista la disciplina non è fatta solo del rispetto delle regole. Ma innanzitutto della loro comprensione. Perché è dalla loro comprensione che sorge la coscienza della necessità della disciplina.

Per questo per il partito il lavoro per elevare la coscienza, ovvero la formazione, è di importanza fondamentale. Perché è la garanzia stessa della disciplina. Per questo il partito non può semplicemente creare dei legami organizzativi, ma deve far si anche che questi legami “assicurino un certo grado di coscienza e lo elevino sistematicamente” (Lenin, Un passo avanti e due indietro).

Il rifiuto della disciplina, la sua derisione, il rivendicare sempre e comunque una propria autonomia sono tutti degli aspetti individuati da Lenin che caratterizzano il “sistema dei circoli”; di chi ha una visione del partito più come un passatempo, magari come una medaglia da esibire; non come lavoro, studio, sacrificio, assunzione di responsabilità. Quello che conta è esporre le bandiere non importa come, dove o perché; e poi ritrovarsi in birreria per discutere solo come un’allegra brigata. In questa concezione, profondamente individualista, la disciplina non va oltre il proprio gruppo d’ordine inferiore al quale si appartiene.

Certo non è sufficiente “pretendere” la disciplina. In un partito comunista la disciplina è uno degli elementi che formano il centralismo democratico. L’altro è quello della democrazia, ovvero del confronto, della discussione tra compagni. Senza questa parte potremmo parlare al massimo di accentramento, non certo di centralismo democratico.

Storicamente l’opportunismo non si è caratterzzato solo per il semplice abbandono del centralismo democratico, ma anche per le distorsioni nella sua applicazione: nel prevalere di una delle due parti e nell’assenza dell’altra.

Da una parte si passava dal centralismo democratico all’accentramento, privo della democrazia, quindi della discussione, del confronto, del dibattito.

Dall’altra una democrazia priva della centralizzazione e quindi inconcludente.

Il centralismo democratico non può essere ridotto alla banalità di definire chi “comanda”. Attraverso il principio del centralismo democratico, noi definiamo un modello di democrazia autentica, che si differenzia dalle altre. Quello della discussione, del confronto, deve essere per questo un principio irrinunciabile.

Dobbiamo sempre ricordare che storicamente la discussione all’interno del Pci non solo non è mai venuta meno nei momenti più difficili, come sotto la dittatura fascista o durante la Resistenza, ma anzi è proprio nei momenti più difficili che i comunisti consideravano ancora più importante la discussione, il confronto.

La disciplina per i comunisti riguarda anche una serie di valori etici per cui la disciplina diviene inseparabile dalla coscienza politica: più quest’ultima è debole e più debole o inesistente sarà la disciplina dei quadri e dei militanti.

Un altro aspetto della questione, anch’esso oggetto delle osservazioni di Lenin, riguarda la formazione di élite “per i quali la disciplina non sia obbligatoria, e in non «membri dell’élite», che debbano sottomettersi alla disciplina”(Storia del Partito comunista (bolscevico) dell’Urss). Questa divisione significa la riproduzione all’interno del partito dell’ideologia borghese, della suddivisione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale: tra chi pensa e dirige da una parte e chi mette in pratica le decisioni dall’altra.

Proprio per contrastare questo aspetto Lenin parlava dello statuto del partito come “sfiducia organizzata del partito verso tutte le sue parti, cioè un controllo su tutte le organizzazioni locali, territoriali, nazionali, ecc.” (Lenin, Un passo avanti e due indietro).

Il rispetto della disciplina quindi non va preteso solo dall’alto verso il basso ma anche dal basso verso l’alto. Da questo punto di vista i quadri, i dirigenti del partito hanno la responsabilità di essere da esempio per tutti i militanti.

5 – Un’altra questione troppo spesso ignorata o trattata in modo superficiale è quella della vigilanza.

Oggi, a minacciare l’esistenza del nostro partito non è ancora la repressione aperta dello Stato borghese, quanto piuttosto l’influenza delle varie correnti opportuniste e revisioniste al suo interno, non necessariamente organizzate, che però minano l’organizzazione e possono provocare il suo snaturamento.

Sono il revisionismo e l’opportunismo ad essere il principale pericolo che minacciano un autentico Partito comunista. E la conseguenza di ciò è la necessità di praticare costantemente la vigilanza rivoluzionaria.

Essa va considerata come la salvaguardia dell’indipendenza del Partito Comunista ed è la garanzia della capacità di combattere e vincere il revisionismo.

Chi trascura la vigilanza rivoluzionaria come condizione per la ricostruzione del Partito trascura sia il fatto che le forze soggettive nel loro complesso possono già avere infiltrati di vario genere, sia la concreta necessità della lotta al revisionismo, riducendola così ad una disputa tra intellettuali o alla banalità di un romanzetto poliziesco.

Per questi motivi nella questione della vigilanza rivoluzionaria emerge la necessità di porre delle discriminanti etiche nell’azione dei comunisti nonché la stretta connessione con l’applicazione del centralismo democratico. Come ci ricorda Stalin, “Al centro dell’attenzione e delle cure del partito oggi ci deve essere il partito stesso, la sua esistenza, la sua conservazione”(Stalin, Il partito prima e dopo la presa del potere).

6 – Quando diciamo: migliori i quadri, migliore l’organizzazione, definiamo già un percorso che ha come obiettivo quello della crescita di ogni militante, dell’elevamento della sua coscienza attraverso l’elevamento della sua cultura politica. Un percorso che ha proprio nella formazione uno dei suoi elementi fondamentali e imprescindibili.

La nostra azione politica è un fatto culturale. La coscienza nelle masse è un fatto culturale.

La cultura dominante nel mondo è quella della classe dominante, della classe che ha il potere. Quindi oggi è la cultura borghese, capitalista a prevalere. E la nuova cultura, la cultura comunista, avanza e retrocede, le sue vittorie sono sempre parziali.

I rivoluzionari però non possono attendere di avere il potere per condurre questa battaglia, che per noi è essenziale. Ed è essenziale che le persone, la gente comune, i lavoratori apprezzino la differenza tra i politici tradizionali e quelli rivoluzionari, comunisti. È una differenza che deve essere basata sull’etica del loro comportamento e sulle procedure che usano. La partecipazione ai meccanismi della democrazia borghese non può offuscare l’identità di un rivoluzionario. Il fine non giustifica i mezzi. Un rivoluzionario non può mai mentire e deve essere sempre in prima fila nella lotta, dove chiede agli altri di essere.

Oggi, invece, si è gradualmente realizzata la completa sostituzione dell’etica con l’estetica. La forma, l’apparenza hanno preso il posto dei contenuti e dei significati: lo scopo essenziale è diventato simulare, apparire, far sembrare che…

Emblematico in questo senso ciò che avviene sui social. Da una parte oggi disponiamo di strumenti di comunicazione fino a poco tempo fa inimmaginabili che spesso costituiscono un innegabile vantaggio; ma nascondono anche insidie e nuovi problemi.

L’uso dei social viene concepito troppo spesso come un palliativo o sostituto dell’attività politica che serve per nascondere la propria incapacità a svolgere l’iniziativa politica.

Quando poi l’unico criterio con cui si definisce l’iniziativa politica è quello della visibilità e non ci si domanda più “a quale scopo”, “per ottenere cosa” faccio una determinata cosa, allora si è già sul terreno dell’opportunismo. Perché anche nella realtà virtuale si riproducono e manifestano gli ideali borghesi e quindi anche tutte le deviazioni tipiche del partito.

Per questo ci dobbiamo riappropriare dell’etica dei comunisti. In una società come la nostra, in cui a prevalere è un’immagine priva di contenuti, dobbiamo pensare prima di tutto a ridare un contenuto alla nostra immagine. Perché i lavoratori tornino a guardare ai comunisti come qualcosa di realmente diverso da tutti gli altri. Perché i lavoratori tornino a sostenere e anche votare non per un volto più o meno sorridente, ma per un grande ideale.

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