Per una scuola pubblica davvero per tutti

La scuola non è un’azienda ma un tipo particolare di fabbrica che ha il compito di lavorare materiali decisamente preziosi, menti e cuori, e di assemblarli in prodotti finiti che si chiamano cittadini, uomini liberi dotati di capacità critica.

Cittadini, appunto, non consumatori, non codici a barre tutti uguali da centro commerciale. Pasolini ci parlava del rischio insito alla globalizzazione capitalistica, dell’ omologazione. Ebbene, oggi, a distanza di quasi cinquant’anni dalla morte di chi ha provato a mettere in guardia anche il mondo della cultura da questo rischio, eccolo invece manifestarsi in tutta la sua triste drammaticità.

Un paese che non investe nel proprio futuro, è un paese destinato a perire. Pensare che il nostro, che vanta il maggior numero al mondo di beni e siti tutelati dall’UNESCO, investa lo 0,1 del PIL, ovvero delle proprie risorse, nell’ambito della formazione e della ricerca è qualcosa che fa venire i brividi.

I continui tagli indiscriminati al settore pubblico, dalla sanità (meno 70000 posti letto negli ultimi 10 anni) alla scuola, ai trasporti, insomma ai settori che dovrebbero essere vitali di uno Stato, oltre a politiche tese a bistrattare se non irridere la cultura che “non si mangia” (dicevano)… hanno portato la situazione quasi ad un punto di non ritorno. Le continue riforme (volendo usare un termine nobile, rispetto ai loro reali contenuti) a cui i governi di destra e di centrosinistra hanno sottoposto la scuola pubblica – continuando per altro, e fuori dal dettato costituzionale, a finanziare quella privata – hanno gettato nel baratro la scuola italiana e determinato, anche giocando col sistema delle graduatorie, una lotta dell’ultimo contro il penultimo in una classe di lavoratori, quella dei docenti, i meno pagati d’ Europa, che con l’antico meccanismo del divide et impera è stata resa quasi priva di coscienza di classe anche a causa della connivenza di sindacati che hanno da tempo ormai abbandonato il concetto di lotta per quello di concertazione.

In tal modo è stato fatto bere il calice amaro della scuola azienda, dai presidi manager alla presunta buona scuola di renziana memoria. Impossibile dimenticare anche gli investimenti zero nel settore dell’edilizia scolastica; basta citare un semplice dato: il 54% degli edifici scolastici è privo del certificato di agibilità. Percentuali che crescono vertiginosamente in molte regioni del mezzogiorno del Paese (in Puglia, ad esempio, sono 8 su 10 gli istituti privi di agibilità) evidenziando anche in quest’ambito un’Italia spaccata che procede a due velocità e i ragazzi del sud costantemente svantaggiati rispetto ai pari età settentrionali anche per quanto riguarda l’accesso alla rete internet o il possesso di computer o tablet per gli esperimenti di didattica a distanza, al tempo del covid-19.

Ancora una volta, purtroppo assistiamo a una scuola classista, a quell’ospedale che cura i sani, per citare Don Lorenzo Milani. Siamo alla digitalizzazione di Contessa come indirettamente conferma anche l’Istat evidenziando come un terzo delle famiglie italiane sia priva di pc o tablet.

In questo senso si segnala un altro fortissimo e sistemico quanto pericoloso attacco dei privati alla scuola pubblica tramite l’invasione di piattaforme per il cosiddetto e-learning. Tali sistemi sono una sorta di cavallo di Troia per entrare nella scuola e condizionarne inevitabilmente anche la didattica, per altro totalmente disumanizzata.

Lascia fortemente interdetti il fatto che soggetti privati (un esempio, denunciato anche dai compagni della Federazione di Torino è quanto messo in campo dalla Fondazione Agnelli) tentino di indicare metodi lavorativi agli insegnanti della scuola pubblica. Proliferano e vanno di moda, molte piattaforme online, ovviamente private e, il rischio di normalizzare l’emergenza, istituzionalizzando tali metodi di didattica a distanza per il prossimo anno scolastico, come a più riprese paventato dalla Azzolina e riportato dai quotidiani, giustifica un fondato timore e deve mettere in guardia e preparare quanto più possibile i docenti ad una forte opposizione e il partito a un impegno serrato nella difesa di una scuola che non vuole cedere, per l’appunto, a Contessa. Un rischio correlato, proiettando il tutto a lungo termine, sarebbe anche legato alla possibile perdita di posti di lavoro intendendo l’insegnamento come qualcosa da poter essere sostituito dall’automazione tipo caselli autostradali.

Scendendo un po’ piĂą nel dettaglio, possiamo osservare questa situazione fotografata da una recente indagine dell’Osservatorio Scuola a Distanza di Skuola.net, effettuata su un campione di oltre 30.000 studenti di scuole secondarie e oltre 2000 genitori: 9 studenti su 10 stanno sfruttando lo “smart learning”.

Fin qui sembra tutto nella norma, ma il problema risiede nei modi in cui le attivitĂ  didattiche vengono svolte. Infatti, al Nord il 58% degli studenti sta utilizzando strumenti di e-learning “avanzati” (es. G Suite), mentre nel Mezzogiorno il 47% degli studenti sta semplicemente sfruttando il registro elettronico.

Come spesso accade in molti campi, si gioca con le parole utilizzando spesso la lingua inglese per filtrare addirittura concetti come quello di guerra, trasformato in peace keaping oppure, ove possibile, anche in italiano ed ecco che per magia non esiste piĂą il licenziamento, sostituito dalla piĂą moderna terminologia di flessibilitĂ  in uscita. Allo stesso modo è facile parlare di “smart learning”, ma molte volte quest’ultimo di “smart” ha ben poco, da Nord a Sud della penisola.

Questo senza contare che esclusivamente un ragazzo su quattro ha sperimentato interrogazioni o compiti in classe da remoto. Inoltre, per quanto riguarda gli studenti delle scuole medie, solamente il 77% afferma di star svolgendo attivitĂ  didattiche. Quanti studenti stanno effettivamente seguendo delle “vere” lezioni online? Parliamo del 51% al Nord (dato che scende se prendiamo in considerazione le scuole medie) e del 23% al Sud. Da non sottovalutare, inoltre, che un ragazzo su 10 non sta seguendo in alcun modo le attivitĂ  didattiche, nemmeno quelle legate al registro elettronico. Assolutamente inappropriato, potenzialmente devastante, il mantra recitato giornalmente dalla ministra dell’istruzione Azzolina, la quale, dopo essersi espressa negativamente rispetto all’uso del cosiddetto sei politico, si è resa protagonista di una sciagurata inversione a “u” garantendo la promozione assicurata a tutti gli studenti a fine anno…indiscriminatamente. Come delegittimare meglio il lavoro dei docenti e al tempo stesso disincentivare all’impegno i ragazzi?

Che dire? Un autentico capolavoro… che stupisce soltanto chi ancora crede che tutto avvenga quasi per caso o per errore ma che invece è pienamente conseguente e funzionale ad un sistema in cui gli alunni sono dei clienti (che per definizione hanno sempre ragione) e la scuola un’azienda (supermercato?) con il preside (ops…dirigente) e molti docenti a loro tutela…pena soppressione delle classi.

Può mai spezzarsi questa catena degli orrori fin quando le retribuzioni del personale scolastico, dirigenti in testa, è in qualche modo legato al numero degli alunni (in base al criterio aziendale della produttività)?

Tutto il sistema relativo alle retribuzioni del personale andrebbe rivisto in quanto spingendo sempre di più sul “salario accessorio”, il cui importo è notevole, si ingenera il fallace convincimento che lo stipendio non remuneri più la prestazione lavorativa che per essere resa necessita di una sorta di incentivo generando nel personale una finta corsa al merito (?) non misurabile con criteri oggettivi. Tutti devono dare il meglio sul lavoro per loro dovere e non mossi da competizione interna tipo scalata aziendale. I fondi del salario accessorio quindi, andrebbero utilizzati per incrementare gli stipendi, punto. In modo fisso e continuativo per tutti. Le retribuzioni, specie quelle dei dirigenti, devono essere totalmente svincolate dal numero…. Le stesse funzioni devono essere remunerate con identico importo in quanto comportano le stesse competenze e le stesse responsabilità ovunque siano svolte.

A proposito di docenti assistiamo quasi inermi anche al blocco delle graduatorie che penalizza ancora una volta i tantissimi precari della scuola. Tutto ciò si va ad aggiungere a ciò che è stato finora. Si sono riformati indirizzi, programmi e materie e, in questo calderone degli orrori, in maniera mirata, si è a più riprese, manifestato un violento attacco alla storia, figlio del più becero revisionismo. Sono state create commissioni parlamentari per la censura dei libri di storia ritenuti “scomodi” (non so se più triste o comica la commissione del 2011 del governo Berlusconi, tanto per citarne una, in cui ad esempio dubito spiccassero le conoscenze sorico-filosofiche della signora Carlucci, show girl prestata alla politica del Cavaliere…).

Altro capitolo totalmente da riscrivere è quello dell’alternanza scuola lavoro, regalo agli imprenditori da parte dello Stato sulla pelle dei ragazzi, manodopera gratuita e risparmio garantito in quanto consente al datore di lavoro di evitare altre assunzioni mascherando goffamente il tutto in una presunta palestra di lavoro per gli alunni i quali intanto perdono circa un mese a testa di lezioni, di studio. Il lavoro si paga, vorremmo che fosse chiaro. Un esempio su tutti, per restare negli ultimissimi anni, rende plasticamente il concetto: il progetto collegato alla catena di fast food McDonald che ha coinvolto ad esempio nell’anno 2016/17 ben diecimila studenti. C’è da chiedersi quanto ad uno studente dei nostri istituti superiori possa servire imbustare patatine a ritmo di una catena di montaggio invece che studiare.

Diversa cosa sarebbe assicurare a tutti gli studenti, in base al loro indirizzo di studi, la possibilitĂ  di accedere a esperienze lavorative regolarmente retribuite, a margine e non in sostituzione delle ore destinate alle lezioni.

Prof. Filippo Romanelli, PC Milano

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