Intervista ad Alessandro Pascale – Candidato Sindaco di Milano del Partito Comunista

di EMMA ORSENIGO, ALESSIA CUZZOCREA e RICCARDO VARINI

e SOFIA CHIESA, CHIARA DI PLOTTI, NOEMI FECCA, GINEVRA GIANNI’, FEDERICO LOMBARDO, MARTINA LOMBARDO, VICTORIA LUCARELLI, MARIA VITTORIA MASSARENTI e FEDERICO SAVORANI

[ripubblicato da https://zabaioneparini.online/news/2021/5/18/intervista-al-prof-pascale]

Qualche tempo fa Zabaione ha avuto il modo di intervistare il prof. Pascale, un professore di Storia e Filosofia al Parini, nonché candidato come sindaco di Milano per il Partito Comunista.

A quale corrente del Comunismo aderisce?

Intanto vi ringrazio per quest’intervista: è importante che i ragazzi si interessino anche a queste cose, soprattutto se fanno parte di un giornale come voi. Al di là del fatto che io sono un docente di questa scuola. Per rispondere alla domanda: oggi vediamo molto bene come il sistema capitalistico non riesca a garantire un progresso effettivo per l’umanità, per svariate ragioni. Noi comunisti crediamo che continui ad avere valore la critica al sistema capitalista fatta da Marx. Chiunque si consideri comunista deve partire da questo. Crediamo che l’obiettivo finale più razionale al quale si debba giungere sia il comunismo globalmente inteso, cioè una società caratterizzata da uguaglianza, libertà e socialità, senza che vi siano strutture di alcun grado capaci di opprimere e sfruttare gli individui. Mi rendo conto che è una definizione molto generica, però questo è l’ideale di fondo. Concretamente, occorre, già a cominciare da Marx, passare da uno stato intermedio chiamato socialismo, ossia uno stato in cui la politica controlla l’economia, o quantomeno i principali settori economici necessari per garantire i bisogni concreti ed essenziali del popolo. Ora, riguardo alla vostra domanda nello specifico: nella storia ci sono state diverse interpretazioni, diversi percorsi e vie nazionali per giungere a questi obiettivi. Noi non ci riconosciamo integralmente in nessuna di queste correnti, ma in ognuna di esse troviamo elementi utili di razionalità e di insegnamento. Crediamo, come dice anche la scienza e la nostra vita quotidiana, che la realtà sia in costante divenire e quindi che l’analisi di tale realtà vada costantemente aggiornata. Partiamo certamente dai grandi pensatori e dirigenti comunisti, quindi Marx, Engels, Lenin, Gramsci, Mao, Stalin… arriviamo perfino a Xi Jinping. Studiamo le vicende del movimento comunista internazionale, come le vicende dei vari scenari locali. Chiaramente poniamo particolare attenzione ai casi sovietici, al caso cinese e al caso italiano, per ragioni di importanza storica e di attualità politica. Ci approcciamo a tutte queste esperienze con un misto di rispetto e di spirito critico costruttivo. Cerchiamo di comprenderne pregi e difetti adattando la situazione al nostro contesto.

Potrebbe dirci cosa prevede all’interno del suo programma elettorale?

Intanto, non è il mio programma elettorale, ma è quello del partito. Io ho dato volentieri un contributo nell’elaborazione, quindi è anche il mio programma, ma è il programma di tutti i proletari di questa città, in quanto è l’unico in grado di dare risposte concrete alla stragrande maggioranza della cittadinanza. Abbiamo portato avanti un’analisi che non riguarda solo la città di Milano, ma che si inserisce in uno sguardo più ampio, di tipo nazionale e internazionale: con una serie di ricerche sulle problematiche di Milano abbiamo identificato alcune questioni che si possono risolvere strutturalmente e definitivamente solo con provvedimenti di carattere nazionale.

Dopodiché abbiamo formulato una serie di proposte intermedie, che si potrebbero realizzare oggi, quantomeno per alleviare i principali problemi popolari. Innanzitutto bisogna trovare le risorse finanziarie per tutti gli investimenti che servirebbero.

Si tratta soprattutto di far fronte agli ingenti debiti della città – si parla di quasi 4 miliardi di euro accumulati dalle amministrazioni borghesi precedenti: su questo punto non rispetteremo i vincoli di bilancio previsti dal Patto di Stabilità, vincoli europei inseriti in Costituzione negli ultimi anni; riteniamo anzi necessario creare una Commissione Straordinaria che analizzi e ristrutturi questo debito, tutelando i piccoli risparmiatori e cercando di colpire anzitutto le multinazionali e i grandi speculatori finanziari.

Seguono nel programma tutta una serie di provvedimenti in una certa misura connessi tra loro; per esempio la necessità di combattere ‘ndrangheta, mafie e borghesia mafiosa: cosa che per noi si può fare solo garantendo la gestione diretta da parte dell’ente pubblico di tutti i servizi essenziali per i cittadini, ponendo un termine alla logica degli appalti ai privati da parte del Comune; occorre un ampliamento delle aziende pubbliche in una gestione rinnovata che si basi sull’espansione del potere e della democrazia interna, coinvolgendo i lavoratori nelle decisioni.

Senza questa forte espansione del settore pubblico non saranno possibili altre questioni come la tutela del diritto alla casa, né migliorare il settore dei trasporti… Questi sono i punti fondamentali su cui si può agire su scala comunale.

Poi ci sono altre proposte specifiche, ad esempio per migliorare le condizioni delle donne, in connessione allo sviluppo dei servizi sociali; c’è un’attenzione particolare alle periferie della città, che spesso sono abbandonate a sé stesse; infine abbiamo una serie di idee su come si possa diffondere una cultura umanistica, democratica, laica, pacifista, solidale, chiaramente antifascista e antirazzista, ambientalista e socialista, attenta sia ai diritti civili sia ai diritti sociali.

Questo a grandissime linee, poi il programma è sulle quindici, sedici pagine – un po’ più dettagliato…

La tradizionale base del Partito Comunista è sempre stata la classe operaia. Sussiste ancora? Come vi siete adattati alla società contemporanea?

Occorre tenere presente che noi viviamo nella globalizzazione capitalistica: dobbiamo fare l’analisi della composizione sociale a livello mondiale. Se analizziamo la situazione in quest’ottica planetaria vediamo come non solo le classi esistano ancora, ma troviamo ancora ampiamente presente la classe operaia. Non solo: i dati ci dicono che non ci sono mai stati così tanti operai industriali nel mondo come nella nostra epoca. Certo, a noi italiani, che viviamo nel cosiddetto primo mondo, quello capitalistico occidentale, la questione è poco visibile perché godiamo di una divisione internazionale del lavoro che ha favorito le delocalizzazioni delle industrie nel cosiddetto terzo mondo. L’Italia è uno dei centri nevralgici dell’imperialismo occidentale e in questa società, come negli altri centri dell’impero, è particolarmente sviluppato il settore terziario rispetto a quello secondario. Attenzione però, perché già Marx ed Engels parlavano di classe operaia con diverse accezioni: ad esempio, nel 1847 Engels ci diceva che il proletariato “è quella classe della società che trae il suo sostentamento soltanto e unicamente dalla vendita del proprio lavoro e non dal profitto di un capitale qualsiasi”. Quindi in questo senso classe operaia e proletariato per Engels erano sinonimi. Se analizziamo la questione in questi termini, intendendo quindi per classe operaia l’insieme dei lavoratori salariati, cioè coloro che vivono di un proprio salario dipendendo da un padrone, vediamo come in Italia oggi ci siano circa 25 milioni di lavoratori e di questi, 19 milioni sono classificati dall’ISTAT come dipendenti pubblici o privati. La gran parte dei lavoratori agisce certamente nel settore terziario, ma non scordiamo che continuano a esserci anche nel nostro paese milioni di operai e di contadini, che non vanno dimenticati e che, in ultima istanza, sono coloro che creano la gran parte della ricchezza del paese. Ricordiamo anche che molti lavoratori figurano come “autonomi”, ad esempio quelli che dispongono delle partite IVA, ma di fatto sono dipendenti in tutto e per tutti dalle aziende, quindi sono dei dipendenti mascherati. In generale possiamo dire che vige ancora la principale distinzione tra “chi ha” e “chi non ha”, una distinzione tra poche migliaia di persone che detengono il controllo, la gestione e la proprietà dei principali mezzi di produzione e dei grandi capitali, e poi la stragrande maggioranza della popolazione che vive di poco o nulla. Ricordo solo a titolo di esempio che un anno fa il Sole 24ore mostrava come i tre italiani più ricchi d’Italia avessero la stessa ricchezza dei sei milioni di abitanti più poveri. Noi diciamo quindi che ha ancora senso la distinzione tra borghesia e proletariato. Quando parliamo di classe operaia intendiamo tutta la classe lavoratrice di questo paese e riteniamo che il socialismo andrebbe a vantaggio di tutte queste fasce sociali. Se poi vogliamo parlare dei cosiddetti ceti medi e dei lavoratori effettivamente autonomi, ad esempio i commercianti, abbiamo visto come nell’ultimo anno si siano enormemente impoveriti a causa della crisi: ci sono stati migliaia di fallimenti e chiusure di aziende, prevalentemente a causa di una gestione, a nostro avviso, inadeguata della crisi pandemica e dei lockdown, su cui anche Sala ha le sue responsabilità. A questi settori sociali il partito ha avanzato una proposta di alleanza sociale, cioè una proposta di alleanza tra i ceti medi impoveriti e il mondo del lavoro dipendente. Il nemico comune è lo strapotere delle multinazionali e dei grandi capitali, che stanno sfruttando questa crisi per espandere ulteriormente il proprio potere economico e politico. Alla base di questa proposta di alleanza sociale c’è la constatazione che per poter combattere efficacemente le multinazionali secondo noi è decisivo e fondamentale uscire dall’Unione Europea e dalla NATO, che sono oggi gli strumenti politici e militari che favoriscono gli interessi delle élite capitalistiche.

Che ruolo ha e può avere il comunismo in quella che di fatto è la capitale economica d’Italia e di tradizione liberal-democratica?

L’Italia e Milano hanno una predizione liberaldemocratica? Questa è una domanda. Perché, che l’Italia in sé abbia una tradizione liberale è parzialmente vero. Ci ricordiamo che il liberalismo è stata l’ideologia preminente della borghesia per garantire i diritti e i privilegi di una percentuale molto limitata nella popolazione. È sicuramente vero, ad esempio nel periodo della monarchia dei Savoia, durante il quale il suffragio universale è arrivato abbastanza tardi ed è durato molto poco, una manciata di anni, perché poi c’è stato il ventennio del fascismo, molto poco liberale. Tra l’altro sull’ascesa del Fascismo hanno grosse responsabilità anche gli stessi liberali. Possiamo però in generale ricordare che la Repubblica Italiana, ovvero l’attuale modello costituzionale, è sorto grazie ai comunisti: la prima firma sulla Costituzione è di un comunista, Umberto Terracini, il presidente dell’Assemblea costituente. Senza la Resistenza Partigiana guidata dai comunisti non ci sarebbe stata realmente questa Repubblica, che peraltro ha subito per tutta la sua esistenza molte limitazioni, dovute al fatto che la borghesia italiana ha sostenuto convintamente l’idea e la necessità che il paese entrasse a far parte della coalizione imperialista nord-atlantica, sotto l’egida statunitense: la NATO. La borghesia italiana ci ha consapevolmente messo in una situazione in cui siamo sotto sovranità limitata, con un fortissimo controllo esercitato principalmente appunto dagli Stati Uniti. Si può parlare quindi di una tradizione democratica molto limitata, entrata decisamente in crisi quando si sono demoliti in maniera decisiva i comunisti, che sono stati in questo paese i garanti del rispetto parziale e delle regole della democrazia liberale. Questo perché i comunisti erano radicati sul territorio, anche in città come questa. Milano storicamente è uno dei principali centri produttivi della penisola italiana, qui si sono sviluppate delle salde élite borghesi che da secoli partecipano alla gestione del potere. Milano, lo sappiamo, è la capitale economica dell’Italia, quindi il principale centro capitalistico di questo paese. Milano non è però solo questo. Ha anche una gloriosa storia proletaria, operaia e comunista. È stato grazie a questa componente popolare-progressista e alle lotte che ha portato avanti se si è riusciti a redistribuire almeno una parte della richiesta creata.

Faccio notare che forse oggi Milano non è così democratica. Noi nel programma facciamo notare come, a seguito della trasformazione di Milano in città di metropolitana e a seguito della cancellazione delle province, la cittadinanza di Milano, che somma 1.400.000 abitanti circa, in sostanza decide le sorti anche per il circondario, quindi di circa altri 2 milioni di abitanti dei comuni limitrofi, compresi nell’area della vecchia provincia. Noi crediamo che questo sia un problema: stiamo tornando ad una situazione quasi di ancien régime: abbiamo appena fatto la Rivoluzione francese in 4° e abbiamo visto come solo alcuni avessero diritto di voto: c’erano cittadini “attivi” e cittadini “passivi”. Situazione sempre più simile alla nostra… Noi chiediamo che vada estesa la democrazia. In questo caso specifico va estesa a partire dell’allargamento del diritto di voto alle elezioni della città metropolitana a tutti i cittadini dell’area provinciale. La sostanza del discorso è che a Milano e in Italia il potere è sempre stato in mano alla borghesia, la quale, lasciata a sé stessa, si preoccupa più di sé stessa che della democrazia. La borghesia ci ha lasciato in eredità, peraltro, una serie di problemi strutturali che hanno portato il Paese ad una crisi permanente che dura ormai da una trentina anni. Il ruolo dei comunisti è quello di offrire risposte per affrontare questa crisi.

Che cosa ne pensa dell’adesione del sindaco Sala ai Verdi Europei?

Penso che, evidentemente, va più di moda l’ambientalismo della coerenza. Io sono sicuro che il partito dei Verdi avrà modo di chiedere conto a Sala di tutte le opere di cementificazione e di ampliamento delle tubature edilizie e stradali che ha portato avanti durante la sua giunta, peraltro in piena continuità con le amministrazioni precedenti, fossero esse di centro-destra o centro-sinistra. Vorrei ricordare una frase molto incisiva: “l’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio”. Io credo che Sala sia un ottimo politicante e un modesto giardiniere, che cerca di sfruttare opportunisticamente e propagandisticamente l’onda dei Fridays for Future e di una crescente e diffusa sensibilità per le questioni ecologiche. Di fatto però Sala non ha saputo e non ha voluto risolvere strutturalmente il problema. Questo chiaramente non dipende solo dai limiti personali suoi, ma sono limiti politici e culturali di tutta la coalizione economica e sociale che lo sostiene.

Invece qual è la sua proposta a livello ambientale per Milano, o comunque quella del Partito?

Partiamo dal presupposto che il problema ambientale non si può risolvere solo a livello locale e non si può certamente risolvere stando all’interno del sistema capitalistico, dove ognuno produce quanto e come gli pare, ovviamente in contraddizione con la necessità di regolamentazione e di razionalizzazione dei consumi. Detto ciò, Milano ha un evidente grosso problema di inquinamento che dipende principalmente da due fattori. Gli studiosi fanno notare che la prima fonte di emissioni sono gli inefficienti riscaldamenti domestici, e in misura minore la seconda fonte è il traffico automobilistico. Come si può agire su questi aspetti? Attraverso le nostre proposte sulla casa e sui trasporti. Innanzitutto, per quanto riguarda la casa, servirebbe un grande piano di ristrutturazione edilizia degli stabili già esistenti. Un piano che può essere condotto e guidato solo dall’ente pubblico, il che però comporta la necessità di sottrarre l’intero mercato edilizio alle speculazioni private, eliminando sistematicamente la possibilità di assegnare in appalto ai palazzinari il campo delle costruzioni.

Sui trasporti occorre rinnovare profondamente la viabilità dell’intera architettura urbana, potenziando i servizi pubblici di trasporto – e questo è naturalmente in connessione con quanto detto prima. È chiaro che questi provvedimenti, che servirebbero soprattutto sulla questione dei trasporti, si possono mettere in pratica solo se si cambia paradigma: bisogna ragionare non più nei termini della mobilità privata, ma di quella pubblica, altrimenti non ne usciamo.

Riguardo al fenomeno Amazon, il suo partito ha preso una posizione precisa: ho ascoltato anche molte interviste in merito a questo e molte in difesa delle piccole aziende, piccole fabbriche, di piccoli privati, ma non pensa che in una metropoli come Milano e in una situazione pandemica come quella che abbiamo vissuto in questo periodo il fenomeno Amazon abbia dato un grande contributo  alla vita in quarantena e anche a una graduale ripartenza generale economica e comunque alla vita pseudo normale? Quello che vorrei capire è questo: il problema è l’azienda o proprio modello in sé?

Amazon dimostra che organizzare, pianificare, prevedere, digitalizzare, efficientare i processi produttivi e distributivi è possibile. Lo si può fare migliorando i servizi, godibili a basso costo dai consumatori. Il problema qual è? Se a farlo è un privato, la conseguenza è che i poveri diventano sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Pensiamo ai profitti spaventosi di Jeff Bezos e alle conseguenze socioeconomiche sul nostro paese. Amazon sta mettendo in crisi migliaia di aziende con gli annessi lavoratori, lasciando tutti i profitti ad un privato che alla fin fine non manca di imporre condizioni di lavoro terribili ai propri dipendenti. Su questo tema consiglio vivamente la visione del film di Ken Loach “Sorry we missed you”, che racconta la storia di un fattorino. Non è proprio su Amazon il film, ma il senso è quello.

Sul lungo termine il rischio è di avere un servizio efficientissimo che però possono permettersi solo in pochi, per il semplice fatto che molti non hanno proprio la possibilità materiale di fare acquisti. La nostra proposta è quindi di sensibilizzare il governo sulla necessità di gestire un’azienda pubblica che offrirà gratuitamente ai produttori e ai consumatori lo stesso servizio offerto da Amazon, ma senza le preclusioni arbitrarie che spesso vengono fatte verso alcune aziende e senza le terribili condizioni di lavoro che ci sono ad Amazon.

Lo Stato dovrebbe garantire chiaramente condizioni di lavoro dignitose a tutti. Perché questo? Noi crediamo nella tecnologia, perché il comunismo presuppone un mix di tecnologia, risparmio, efficienza ma anche di democrazia. Quando c’è un invenzione che va in questa direzione, che segue questi parametri di utilità, risultando quindi non deleteria ma propulsiva, questa invenzione deve diventare di dominio pubblico. In una società socialista Jeff Bezos sarebbe un dirigente di Amazon, azienda pubblica; guadagnerebbe uno stipendio lauto, adeguato sicuramente alle sue capacità e ai suoi meriti, ma uno stipendio deciso democraticamente, e noi avremmo lo stesso servizio senza i costi umani e sociali attuali. Perché dico questo? Perché il fatto di avere un’idea e contribuire alla società con un’innovazione fondamentale non può comunque mai portare ad avere un singolo uomo diventato talmente ricco da poter disporre della vita di migliaia, se non milioni di persone, o addirittura di poter controllare e influenzare interi Stati. Mi sembra che questa sarebbe una condizione quasi da Re Sole, che forse oggi non è più accettabile, no?

Questa è una domanda di tipo culturale/filosofica: già Marx riconosceva l’importanza di una componente di intellettuali che veicolassero le proposte alle masse e le guidassero. In un contesto dove lo stacco tra cultura e massa sembra massimo, vede qualche modello positivo?

Li vedo nei paesi socialisti, molto meno nei paesi capitalisti. Battute a parte, questo è il tema vero della fase attuale: noi possiamo fare qualsiasi programma elettorale, ma ogni programma lascia il tempo che trova se non viene fatto proprio dalle masse. È per rispondere a questo problema che noi riteniamo che sia prioritario, fondamentale, decisivo costruire il partito. Cos’è il partito? Il partito è un collettivo di intellettuali coscienti.

Gramsci diceva che tutti quanti siamo filosofi e quindi siamo tutti intellettuali, perché tutti quanti abbiamo una nostra concezione del mondo, di cui siamo più o meno consapevoli.

Il problema è che le idee dominanti tendenzialmente sono le idee delle classi dominanti, diceva Marx, e le classi dominanti riescono a imporre le proprie idee grazie ai grandi mezzi economici, mediatici e politici di cui dispongono. Da qui il tema dell’egemonia: Gramsci ci diceva che noi dobbiamo combattere una “guerra di posizione”, una battaglia culturale contro quelle dottrine ideologiche che propugnano l’interesse solo di poche élite, dei padroni…

È per questo che a noi oggi interessa soprattutto la costruzione del Partito Comunista, cioè di quel collettivo di intellettuali che hanno consapevolezza della necessità di superare questo sistema e che sostengono l’organizzazione delle parti sociali più coscienti e attive del movimento dei lavoratori. Purtroppo constatiamo che attualmente la gran parte degli intellettuali “tradizionali” (uso sempre la terminologia gramsciana) – quegli intellettuali che si presentano come neutrali, che a volte si presentano come progressisti, di sinistra… – in    realtà sono pienamente “organici” a questo sistema e non dicono mai nulla sui crimini della NATO, sulla struttura antidemocratica di questa Unione Europea, e così via. Noi sappiamo che una società immorale genera comportamenti immorali, opportunistici ed egoistici. La gran parte degli intellettuali oggi rientra in quella che Lenin chiamava l’aristocrazia operaia: rispetto ad altri lavoratori dipendenti non svolgono un lavoro faticoso e vengono trattati tutto sommato molto meglio; questo spiega perché si siano adeguati così di buon grado a sostenere e legittimare l’ordine esistente.

Paradossalmente ad accorgersi degli errori e delle contraddizioni del sistema sono le classi subalterne, che però spesso non hanno gli strumenti intellettuali sufficienti per costruire un discorso organico complessivo e si limitano quindi, ad esempio, ad un voto di protesta che diventa facile preda dei populismi e dei personalismi. Ma noi possiamo domandarci provocatoriamente: è più intellettuale l’opinionista di La 7, che afferma il nostro mondo come il migliore tra quelli possibili, oppure il magazziniere dell’Ikea, per dirne uno, che rifiuta di essere trattato lui stesso come una merce? Noi comunisti pensiamo che l’operaio possa e debba dire la sua se gli si forniscono gli strumenti dialettici adeguati; noi vogliamo cancellare la distinzione tra massa ed intellettuali. Lenin esprimeva questo concetto dicendo che ogni cuoca dovrebbe imparare a governare uno stato. Il Movimento Cinque Stelle ha preso la cuoca e l’ha messa direttamente a governare un ministero; noi crediamo che si debba mettere la cuoca in condizione di emanciparsi realmente, attraverso un percorso di crescita, non solo personale, ma collettiva, che permetta a lei e a tutti quelli che oggi sono scontenti di assumersi con merito la propria parte nelle responsabilità politiche. La rivoluzione che serve la può fare solo il popolo, ma non un popolo qualsiasi: un popolo divenuto consapevole delle proprie potenzialità e della vera razionalità da farsi.

A quale modello di città, mondiale o europea, si ispira?

Noi non ci ispiriamo ad una città in particolare. Sappiamo che, sia nei paesi socialisti, che nei paesi capitalisti, ci sono elementi di razionalità ed innovazione, presenti nelle varie politiche comunali: dobbiamo saper prendere il meglio da ognuna di queste esperienze. In Cina stanno pianificando, ad esempio, di far sorgere dal nulla città di milioni di abitanti, che vengono progettate in modo da garantire uno sviluppo sostenibile e servizi essenziali sia nel centro che nelle periferie; periferie che invece nei sistemi capitalisti sono spesso e volentieri lasciate in una condizione di degrado avanzato. Noi in questo momento conosciamo un mondo che è fondato su città intese come centri abbastanza mal distribuiti di merci, centri del capitalismo; ma il genere umano, da sempre, si organizza nelle città intese come centri di comunità. Ora, pensiamo alla distanza che passa tra l’antica πόλις greca o i comuni medievali e le città odierne, dove paradossalmente, invece, abbiamo una enorme densità demografica, alla quale segue però il massimo isolamento sociale, quasi un’ostilità reciproca: “la guerra di tutti contro tutti”. Forse dovremmo allora interrogarci sul concetto di comunità, più che su quello di città: Milano potrebbe essere strutturata in maniera da garantire maggiore coesione sociale, maggiore dialogo, maggiore conoscenza reciproca? Probabilmente dobbiamo ripensare la città in modo da creare spazi di aggregazione sociale, che non prevedono necessariamente un atto consumistico, come è oggi. Dobbiamo riuscire a garantire una rinnovata socialità dell’essere umano. Dobbiamo riuscire a combattere questo mondo fatto di relazioni sempre più virtuali e liquide. Il modello ideale di città quindi, sulla base di quanto abbiamo detto finora, non può essere che verde, tecnologico e comunitario. In una città come Milano si può aggiungere una cosa in più: ciò si deve conciliare anche alle necessità di rispettare e valorizzare la cultura milanese, le sue tradizioni, con i suoi edifici, i suoi quartieri storici, i suoi poli artistici, i suoi simboli… sono tutti aspetti da difendere da quegli appiattimenti del globalismo occidentalistico e fenomeni classisti come la gentrificazione. Parlo di fenomeni tipo City Life, che di fatto vanno a vantaggio solo, anche qui, dei più ricchi: l’ambientalismo dei ricchi…

Dunque: l’ultima domanda sarebbe: Milano, come gran parte del mondo a seguito della pandemia, sta subendo delle pesanti ripercussioni in ambito economico. Qual è il suo progetto per favorire una ripresa e la creazione di nuovi posti di lavoro?

A subire le ripercussioni della crisi economica non è tutta Milano, perché la borghesia, insieme a poche migliaia di persone, ci sta guadagnando. Il proletariato, assieme alla gran parte delle classi subalterne, si sta impoverendo. Sicuramente la zona 1 di Milano non sta subendo la crisi come le altre zone esterne o come complessivamente il circondario metropolitano. Non voglio farne una colpa, però va ricordato. Questo per dire che le differenze di classe sussistono, come in tutto il mondo, ancor più a Milano, che come abbiamo detto, è il centro del capitalismo nostrano. Chiaramente quindi la questione socioeconomica non si può risolvere con sole politiche comunali: il discorso andrebbe fatto almeno su base nazionale e questo presupporrebbe, tra le altre cose, recuperare piena sovranità nazionale e popolare. Intanto, se vincessimo alle elezioni di Milano, cosa faremmo? Sicuramente daremmo un impulso fondamentale alla creazione di nuovi posti di lavoro, attraverso il progetto di cui avevo già accennato di potenziamento e di riqualificazione delle aziende pubbliche. C’è anche una parte cospicua dedicata alle aziende private: per sostenere le aziende private riteniamo che si possa agire sviluppando, ad esempio, un’unica agenzia di collocamento pubblica a cui vincolare una serie di sostegni economici. Si può poi, anzi si deve, promuovere a 360° la cooperazione economica pacifica con i paesi in via di sviluppo, con particolare attenzione alla realtà cinese. Vogliamo portare a Roma questa idea di sviluppare un’Amazon pubblica. Infine ci sono gli incentivi fiscali e gli aiuti finanziari che non dovrebbero essere dati indiscriminatamente a fondo perduto, ma legati a partecipazioni pubbliche di minoranza a quelle aziende che li richiedono e ad una serie di categorie che rispecchino certi criteri di sostenibilità sociale e ambientale.

Uno dei presupposti indispensabili per poter dare soldi alle aziende è quello di chiedere la garanzia quanto meno della salvaguardia dei livelli occupazionali attuali. In casi specifici noi crediamo che questa vada sviluppata: a queste aziende si potrebbero dare più fondi nel caso in cui sviluppino forme di rappresentanza o di partecipazione più avanzata per i propri dipendenti.

Il punto centrale da promuovere, come già viene fatto in altri paesi europei, è che per cancellare la disoccupazione occorre lavorare meno e lavorare tutti. Ciò tecnicamente è fattibile grazie all’informatizzazione e alla meccanizzazione dei processi produttivi; non lo è però in una società capitalista perché questi processi, con i loro vantaggi, vengono messi al servizio di poche minoranze. In una società socialista, che sfrutta il progresso tecnologico industriale secondo criteri di equità e democrazia, potremmo invece tranquillamente vivere con salari anche molto più alti di quelli attuali, svolgendo le nostre mansioni lavorative per non più di quattro o cinque ore al giorno.

Da professore e da uomo di politica, cosa ne pensa della questione voto sedicenni?

Una volta si votava a ventuno anni, poi si è scesi a diciotto. Penso che quest’ultimo sia un momento giusto. Personalmente, non ho niente contro i sedicenni, però per votare consapevolmente ritengo che servano una serie di conoscenze che si acquisiscono attualmente con il programma delle scuole superiori.

Banalmente: a sedici anni non si conosce la storia o la cultura contemporanea. È quindi difficile avere già delle idee che non siano quelle dei propri genitori, degli amici o dei media. Tutto ciò rischia di essere un boomerang anzitutto per i ragazzi stessi, che rischiano in questa maniera di essere facile preda della manipolazione.

Pensiamo anche all’educazione civica: è stato giusto inserirla, ma si riesce a fare in maniera decisiva soprattutto nel triennio. Non voglio chiudere totalmente alla possibilità: la vincolerei però ad una revisione complessiva dei programmi scolastici. A tal riguardo aggiungerei che filosofia andrebbe messa in tutte le scuole, e che il compito primario della scuola dell’obbligo debba essere umanistico: costruire un cittadino dotato di una coscienza civica completa, e quindi anche critica. Molti invece pensano che la scuola dovrebbe limitarsi a preparare i giovani al mondo del lavoro e che le materie umanistiche vadano tolte. Chiediamoci il perché…

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