A MILANO SERVE UNA RIVOLUZIONE

PROGRAMMA DEL PARTITO COMUNISTA

PER LE ELEZIONI COMUNALI DEL 2021

INTRODUZIONE

Il Partito Comunista (PC) sa bene che qualsiasi programma locale, anche il migliore possibile, non ha alcuna possibilità di attuazione completa e organica stanti gli attuali vincoli politici ed economici europei e gli attuali rapporti di forza nettamente favorevoli al grande Capitale (multinazionali, grandi imprese, banche, speculatori), adeguatamente rappresentato dal complesso delle forze presenti nel Parlamento nazionale e su scala locale nella quasi totalità dei consigli comunali e regionali.

Acquisire tale consapevolezza è il primo passo verso una compiuta coscienza civile che deve accompagnarsi alla necessità di un impegno attivo verso un più ampio conflitto sociale e politico come via necessaria per difendere i diritti e migliorare la condizione materiale dei lavoratori e delle lavoratrici. La lotta di classe è la realtà in atto, combattuta spietatamente da tempo ormai solo dai padroni, senza un significativo contrasto popolare. È tempo che i lavoratori e le lavoratrici reagiscano diventando protagonisti del proprio destino.

Occorrono organizzazione, disciplina e coordinamento stabile della classe lavoratrice, per costruire, unire e dirigere le lotte su scala nazionale, non limitandosi alla solidarietà e alla difesa dell’esistente, per quanto importanti, ma per esigere un nuovo ordine sociale giusto e umano. Agente di questo processo può essere solo il Partito Comunista che, di fronte alla finta pluralità del “partito unico liberale” ha l’obiettivo primario di restituire piena sovranità al popolo italiano, attraverso effettivo potere e reale democrazia del mondo del lavoro ad ogni livello.

Il sostegno e il voto al Partito Comunista sono condizione necessaria, ma non sufficiente, per il rafforzamento e la vittoria di un fronte sociale che veda come soluzione dei problemi dei cittadini milanesi la necessità di un cambio di sistema complessivo. Il Partito Comunista utilizza le elezioni per diffondere coscienza di classe, studiando le contraddizioni dell’attualità, immaginando un’alternativa di società e rafforzando la capacità organizzativa dei lavoratori attraverso la ricostruzione del partito rivoluzionario.

Il Partito Comunista chiede il tuo impegno attivo, insieme al tuo voto, per contribuire a radicarsi sul territorio milanese. Il nostro obiettivo è favorire le condizioni per la costruzione di un’Italia socialista, fuori dalle attuali strutture imperialiste dell’Unione Europa e della NATO.

1) PATTO DI STABILITÀ, BILANCIO, FISCALITÀ

Il “problema” del debito

Il PC non rispetterà i vincoli di bilancio previsti dal patto di stabilità, che limitano la possibilità di spesa anche in presenza di bilanci in attivo. Una politica imposta dalla UE che sta strozzando i comuni e che rende impossibile finanziare adeguatamente la copertura dei servizi pubblici e garantire l’effettività dei diritti sociali ai cittadini.

Un indirizzo generale che ha un doppio scopo: drenare risorse pubbliche verso le banche ed incrementare le misure di privatizzazione delle società a partecipazione comunale esternalizzando i servizi, a tutto discapito della garanzia effettiva dei diritti sociali.

La pandemia, con la sua deflagrazione prima, con l’onda lunga poi, sta amplificando disuguaglianze economiche e sofferenze tra la popolazione. Non è immaginabile una politica di bilancio che si limiti al pareggio tra entrate ed uscite trascurando il tremendo impoverimento di nuovi disoccupati, lavoratori dipendenti, piccoli commercianti e professionisti.

Occorre ricordare che questo svuotamento di sovranità politica delle amministrazioni comunali si inquadra nella perdita di sovranità nazionale e popolare che vede l’Italia pienamente subalterna al grande Capitale internazionale. A tal riguardo basti pensare che rispetto al debito pubblico italiano attuale – 2 mila e 600 miliardi di euro circa – sono già stati pagati, nell’arco degli ultimi 40 anni, quasi 4 mila miliardi di euro di interessi, a tutto vantaggio di una piccola quota di investitori, la metà dei quali di nazionalità straniera.

Milano, la capitale del capitalismo italiano, non è esente dal problema del debito. Nel 2019 il Comune vantava 3,7 miliardi di debiti, di gran lunga il più alto d’Italia. Ogni milanese in quella data aveva circa 2700 euro di debito comunale, con il secondo debito pro-capite del paese. Le sole spese di interessi sul debito erano di circa 300 milioni di euro annui, pari a sei volte l’incasso previsto dal Comune per l’aumento dei biglietti ATM. Tale dissesto finanziario è imputabile a decenni di disinvolta amministrazione bipartisan, alla quale ha posto un termine l’amministrazione Sala, che ha portato avanti una stagione di austerità e tagli per ridurre fino al 13% l’entità del debito, pur tuttavia a discapito solo e soltanto delle classi popolari. Il PC non condanna il ricorso a politiche espansive di bilancio, purché i soggetti beneficiari siano le lavoratrici e i lavoratori della città; ora invece la crisi pandemica Covid vanificherà i sacrifici fatti dai lavoratori negli ultimi anni, con un ulteriore inevitabile incremento del debito che colpirà Milano come tutto il paese, fattore che rende vano pensare di risolvere il problema senza un forte intervento governativo nazionale. E quel debito, come sempre in un sistema capitalista che si regge sull’economia di mercato, lo pagheranno non i ricchi capitalisti o i possidenti che vivono di rendita, ma gli strati popolari dei lavoratori da cui verranno prelevate quote sempre più consistenti di salario sotto forma di maggiore tassazione indiretta o taglio dei servizi pubblici.

Il percorso per una soluzione giusta

La nostra proposta è di costruire una commissione che analizzi la struttura del debito attuale di Milano, indagando la composizione sociale dei detentori del debito; garantiremo il pieno rispetto degli impegni assunti con i piccoli risparmiatori ma riteniamo nell’interesse della comunità negare il rimborso a quanti hanno speculato e lucrato senza remore sui fabbisogni dell’amministrazione comunale.

Per far fronte alle esigenze finanziarie immediate cercheremo di intervenire soprattutto laddove si sono accumulati ingenti patrimoni. La nostra linea generale è riassumibile nell’ottica di sfruttare ogni strumento possibile concesso dall’attuale legislazione borghese per far pagare la crisi anzitutto alle 4.600 multinazionali allocate sul territorio di Milano, nella consapevolezza che un serio intervento in tal senso necessita di una dimensione quantomeno nazionale. Prima della crisi covid Milano aveva un PIL pro capite di circa 49 mila euro, rispetto alla media italiana di 26 mila euro ed un reddito pro capite di 28 mila euro; tuttavia, negli ultimi anni è cresciuta anche la polarizzazione dei redditi e la distribuzione diseguale tra le diverse fasce di reddito, con il 9% della popolazione milanese che detiene oggi oltre un terzo della ricchezza complessiva (dati Assolombarda 2019). Prevediamo quindi di imporre un prelievo ai più benestanti da destinare alla comunità per renderla più solidale, giusta e coesa. Allo stato attuale riguardo all’addizionale comunale IRPEF è presente una sola aliquota dello 0,8% applicabile ai redditi superiori ai 23 mila euro. Tale composizione è evidentemente ingiusta e inadeguata rispetto ai criteri di proporzione e progressività segnalati dalla stessa Costituzione repubblicana. Stante l’attuale modello fiscale nazionale, eccessivamente vantaggioso per le classi benestanti, proponiamo di riformare il sistema delle aliquote nella seguente maniera, alleggerendo le classi medio-basse:

-1% per i redditi superiori ai 32 mila euro

-2% per i redditi superiori ai 40 mila euro

-5% per i redditi superiori ai 50 mila euro

-10% per i redditi superiori ai 100 mila euro

-15% per i redditi superiori ai 200 mila euro

Su simili criteri di progressività e proporzionalità intendiamo strutturare l’azione fiscale per ogni altra imposta che si riveli necessaria per adempiere alle disposizioni presenti nel prosieguo del programma. La ricerca delle risorse in chi può contribuire maggiormente è una misura contingente e necessaria che serve ad invertire il processo che ha visto aumentare lo sfruttamento dei lavoratori e crescere le disuguaglianze sociali, pur nella consapevolezza che solo la lotta potrà davvero invertire questo processo.

2) ‘NDRANGHETA, APPALTI E “BORGHESIA MAFIOSA”

Milano capitale della mafia finanziaria

Da diversi decenni sono in aumento le denunce per la crescente infiltrazione della ‘ndrangheta in Lombardia, con particolare riferimento al Comune di Milano, che in quanto capitale economico-finanziaria del paese, e godendo di una posizione equidistante da Svizzera e Austria, è diventata il luogo ideale per il riciclaggio di denaro sporco.

Le mafie si infiltrano con successo in ogni attività privata e negli appalti pubblici: attraverso le proprie aziende penetrano in profondità nel settore delle costruzioni e investono con profitto nel settore immobiliare, alimentando la speculazione e facendo lievitare il prezzo di vendita e di affitto delle case, sulla pelle di centinaia di migliaia di affittuari e famiglie ai limiti della sussistenza. Milano è ormai uno dei territori italiani più inquinati dalle mafie, e tutte le ricette messa in campo dalle amministrazioni precedenti non sono riuscite a frenare il problema.

Per combattere adeguatamente la mafia occorre certamente continuare a sensibilizzare l’opinione pubblica nei suoi centri nevralgici, sostenendo le attività delle varie associazioni e dei gruppi che agiscono sul tema nell’ambito della società civile; occorre anche evitare di nascondere il problema, cercando soluzioni con le istituzioni nazionali; come PC crediamo però che il fenomeno della mafia sia strettamente connesso all’esistenza stessa di una società classista e neoliberista fondata su una crescente deregolamentazione economica e sull’aumento delle diseguaglianze.

Gli scandali legati all’EXPO 2015 rappresentano soltanto la punta di un iceberg sotterraneo che ha fatto emergere come anche a Milano la criminalità organizzata, la corruzione, le tangenti e l’immoralità siano un dato strutturale della società capitalistica, che si fonda su un intreccio strutturale tra mafie, politica e mondo imprenditoriale.

Per eliminare la mafia bisogna eliminare gli appalti

Per infliggere un colpo mortale alle mafie bisogna stroncare la possibilità stessa dell’esistenza di una “borghesia mafiosa”, il che può avvenire solo secondo un piano di espansione del settore pubblico ai danni del settore economico privato, con particolare attenzione al settore delle “grandi opere”.

Milano deve disporre di un’azienda pubblica speciale, direttamente afferente al Comune, che possa intervenire massicciamente in ogni settore strategico dell’ambito economico e dei servizi, rendendo superflua, o quantomeno marginale, la necessità di affidare ad appalti privati ambiti riguardanti il bene Comune. Una tale operazione impedirebbe alla radice la possibilità di speculare con fondi pubblici, garantendo una gestione trasparente, democratica e con responsabilità politiche chiare.

Nell’attuale situazione si dovrebbe nel frattempo avviare una completa revisione, con parallelo ridimensionamento, del sistema di assegnazione degli appalti per le opere pubbliche. Laddove non sia possibile un’immediata espansione del settore pubblico per garantire la gestione diretta dei servizi e delle opere necessarie al miglioramento del territorio, rendendosi necessario il ricorso ad un appalto pubblico a società private, occorrono maggiore solerzia e mai più nessuna reticenza nell’escludere quelle società che si siano dimostrate inadempienti per opere precedenti; applicare le penali per i ritardi sulle consegne dei lavori; impedire la proliferazione di varianti che rappresentano uno strumento utilizzato costantemente dalle società edili per innalzare i costi delle opere e quindi i propri guadagni; impegnare le società che hanno partecipazioni nei consorzi e nelle società vincitrici degli appalti a fidejussioni, contratti di garanzia da parte di terzi, per evitare il ricorso all’istituto del fallimento come pratica per aggirare impegni economici e responsabilità derivanti da inadempimento o cattivo adempimento.

3) LAVORO, AZIENDE PUBBLICHE E PRIVATE

I lavoratori prima di tutto

In una società capitalistica i rapporti di forza tendono naturalmente a favorire il Capitale contro il Lavoro. Il PC afferma, difende e sostiene anzitutto le ragioni della classe lavoratrice, sostenendo la necessità di un’alleanza sociale con le attività economiche medio-piccole che accettino di indirizzare i propri affari mantenendo come criteri guida non la ricerca esasperata del profitto ad ogni costo, ma anzitutto la sostenibilità sociale e ambientale, così da tutelare non solo se stessi in quanto proprietari, ma anche l’ambiente circostante, favorendo allo stesso tempo uno sviluppo sociale armonico ed equilibrato.

La prima misura da attuare terminate le elezioni deve essere assicurarsi che le istituzioni nazionali paghino le casse integrazioni non ancora pagate, se necessario promuovendo in associazione ad altri comuni qualunque forma di lotta per il conseguimento dell’obiettivo. Tale misura è urgente e necessaria per venire incontro alla crisi radicale del sistema che sta colpendo in primo luogo i lavoratori. Per molte famiglie il salario medio è insufficiente, dato che Milano è la città più cara d’Italia, con un costo della vita superiore mediamente del 59% rispetto ad una città come Sassari. Nel perido 2015-18 l’aumento medio dei salari (+6,5%) non ha tenuto il passo con l’aumento dei prezzi (+21,6% nel triennio 2017-2019). La crisi economica conseguente ai lockdown ha contribuito a creare un esercito di nuovi disoccupati, soprattutto lavoratori over 45 con una formazione media, spesso laureati che faticano a reinserirsi nel mercato del lavoro.

Riteniamo essenziale sviluppare il sistema di un’unica agenzia di collocamento pubblica, favorendo così la centralizzazione e razionalizzazione dei dati sulla necessità di personale, vincolando i contributi comunali alle aziende che andiamo ad esporre al reclutamento avvenuto tramite tale servizio.

Riguardo alle attività economiche private riteniamo che il Comune debba sostenere adeguatamente con incentivi fiscali ed aiuti finanziari (legati a partecipazioni pubbliche di minoranza) le seguenti categorie:

-le cooperative che non prevedono al proprio interno contrattualità di tipo salariale, ma in cui vi sia un’effettiva uguaglianza, democrazia e ripartizione egualitaria dei profitti;

-gli enti improntati alla logica del “no profit” capaci di agire con profitto sul territorio con obiettivi sociali e culturali;

-le aziende italiane private (con più di 15 dipendenti) che garantiscano di preservare i livelli occupazionali attuali e di costruire sistemi di rappresentanza, co-direzione e partecipazione gestionale più avanzati dei propri dipendenti, con la garanzia di reinvestire nel processo produttivo almeno l’80% degli utili maturati nei 3 anni successivi, inclusa in questa quota anche la suddivisione degli utili tra i dipendenti;

-le aziende private (con meno di 15 dipendenti) che garantiscano di preservare i livelli occupazionali attuali, prevedendo ulteriori misure di sostegno crescenti per chi intenda avviare nuove assunzioni adottando una politica di riduzione del tempo di lavoro (obiettivo intermedio: 30 ore settimanali) a parità di salario, e per chi preveda quote fisse di compartecipazione degli utili con i propri lavoratori.

Riteniamo che il modo migliore di sostenere il tessuto aziendale locale sia di promuovere a 360 gradi il principio della cooperazione economica pacifica, aprendo a maggiori relazioni commerciali con i paesi in via di sviluppo. Pur ritenendo di aumentare anzitutto il consumo interno al territorio nazionale, al fine di promuovere l’import-export proponiamo che la città di Milano stringa una maggiore partnership con la Repubblica Popolare Cinese, ad oggi il maggiore mercato mondiale in espansione, che ha più volte mostrato interesse per la qualità made in Italy. Proponiamo in tal senso di verificare la possibilità di stringere un gemellaggio tra Milano e Tianjin, unicum italiano sul territorio cinese quale polo economico e culturale, potenziando e favorendo il sorgere di nuovi uffici italo-cinesi a Shanghai, Shenzhen, Ningbo, Guangzhou con il fine di promuovere la cooperazione culturale, economica, tecnologica e finanziaria con la Cina.

Ci faremo infine promotori presso il Ministero per l’innovazione digitale della necessità di creare uno specifico servizio pubblico per favorire il commercio nazionale (privilegiando la logica del km zero) offrendo ad aziende e consumatori una piattaforma esente da costi per promuovere le vendita e gli acquisti sul web.

Reinvestire e riqualificare il pubblico

Il PC è contrario ad ogni forma di dismissione o riduzione delle partecipazioni pubbliche nelle aziende municipalizzate. Ci opponiamo alla svendita del patrimonio pubblico, alla diminuzione dei servizi sui territori. Sosteniamo invece la necessità di ampliare l’intervento dell’amministrazione pubblica attraverso un grande piano di investimenti per aumentare la presenza e il controllo economico diretto delle aziende pubbliche, creando nuovi posti di lavoro per fronteggiare la crisi socio-economica aggravata dalla pandemia.

In linea generale proponiamo un radicale cambiamento nell’assetto organizzativo riguardante tutte le aziende pubbliche, in collegamento alla necessità di valorizzare le risorse e le potenzialità della classe lavoratrice: occorre superare il sistema dell’azienda pubblica di produzione (con modello gestionale SpA) o di altre forme come l’azienda in house, per tendere, attraverso forme temporanee intermedie di aziende pubbliche composte (che si finanziano in parte con la vendita dei propri servizi, in parte con il ricorso alla fiscalità pubblica) verso il modello dell’azienda pubblica di erogazione, capace di offrire servizi di qualità e a basso costo facendo rientrare i propri bilanci nell’ambito di quello comunale, finanziandosi così prevalentemente con il ricorso alla fiscalità.

In un tale sistema va sovvertito l’ordine verticistico in cui le nomine aziendali e i programmi aziendali siano calati esclusivamente dall’alto. Ogni azienda pubblica deve essere governata da un consiglio direttivo rinnovato in cui una metà dei membri sia indicato dalla Giunta Comunale (e approvato dal Consiglio Comunale dopo verifica degli organismi anti-corruzione e anti-mafia), mentre l’altra metà deve essere eletta direttamente dai lavoratori dell’azienda stessa, senza la mediazione sindacale.

Dopo anni di arretramento subito a causa dell’adozione di politiche neoliberiste, l”espansione dei diritti e del potere del mondo del lavoro è la caratteristica fondamentale della nostra idea di società. L’introduzione della democrazia nei luoghi di lavoro è un tassello essenziale non solo per creare un adeguato organismo di controllo popolare, ma anche una sinergia tra le esigenze della pianificazione politica centrale e la capacità di adattare concretamente le progettualità nelle particolarità del territorio, senza sacrificare le istanze dei lavoratori.

Ci impegnamo a stabilizzare con un contratto a tempo indeterminato a tempo pieno tutti i lavoratori e le lavoratrici precari che ne facciano richiesta, prevedendo la possibilità di proseguire il ricorso a forme diverse di contrattualità solo a fronte di richieste specifiche degli stessi lavoratori e lavoratrici per esigenze particolari.

Pur lasciando ad ogni consiglio di amministrazione strutturato come sopra il compito di definire nel dettaglio le contrattualità e gli stipendi della dirigenza, riteniamo necessario introdurre un principio di solidarietà, equità e moralità tale per cui in nessuna azienda pubblica un dirigente o quadro possa guadagnare più di tre volte la cifra guadagnata dal dipendente inquadrato con il livello salariale più basso.

4) UN PIANO SOSTENIBILE PER LA CASA

La casa è un diritto umano fondamentale da garantire

Occorre attuare un piano straordinario per tutelare il diritto alla casa, affrontando anzitutto la questione degli alloggi popolari. Nel solo 2019 ci sono state 16.513 richieste di esecuzioni di sfratti a Milano. A seguito della pandemia gli sfratti sono stati bloccati nel 2020 e attualmente il blocco è in vigore fino al prossimo 30 giugno 2021. Riteniamo in termini generali che sia un dato di civiltà sospendere le esecuzioni degli sfratti fino a che non verrà dichiarata la cessazione dello stato di emergenza, creando immediatamente delle commissioni municipali che analizzino ogni singolo caso, valutando le condizioni socio-economiche dell’inquilino e del proprietario, prevedendo la possibilità di indicare alla Giunta comunale come soluzioni la pratica dell’esproprio, un arbitrato per la rinegoziazione o lo sfratto esecutivo a seconda delle casistiche. Su questo tema intendiamo promuovere un costante dialogo e confronto tra le associazioni di categoria e i comitati popolari presenti in città.

Il PC si impegna ad esaurire la graduatoria delle 16 mila famiglie in attesa di ricevere una casa popolare secondo il seguente piano: 7.200 case popolari attualmente vuote (3.356 del Comune attraverso MM e 3.839 di Regione Lombardia attraverso l’Aler) vanno assegnate entro la fine del 2021. Altre 3 mila case popolari sono ugualmente sfitte in quanto giudicate “inagibili”: vanno ristrutturate e assegnate entro la fine del 2023. A Milano esistono anche 5.000 case popolari occupate senza che gli inquilini posseggano i requisiti previsti dalla legge. L’origine di queste occupazioni è il più disparato. Di fondo, però, vi è la natura classista, violenta e ingiusta della società basata sul profitto. Non solo non solidarizziamo con chi occupa per fare dell’edilizia popolare un covo per lo spaccio di sostanze stupefacenti o per lo sfruttamento della prostituzione. Chi occupa per sfruttare altri sfruttati è nostro nemico. Chi occupa perché ha il sacrosanto diritto di ottenere un’abitazione decorosa per se e la propria famiglia, avrà sempre la solidarietà del PC. Si tratta di un problema che non può essere risolto da nessuna legislazione borghese, che peraltro alimenta ingiustizie gigantesche. Riteniamo utile istituire una commissione straordinaria per rianalizzare tutti i casi. Eventuali occupazioni messe in atto da associazioni e gruppi giovanili organizzati saranno sanate concordando progetti rientranti nell’ambito delle politiche sociali e culturali.

Tale quadro sin qui tracciato non può essere che una risposta emergenziale e contingente, necessaria per affrontare le questioni lasciate in sospeso dalle precedenti amministrazioni.

Un piano per stroncare la speculazione edilizia e immobiliare

Serve una progettualità più ampia con cui affrontare la questione residenziale sul lungo termine secondo una precisa logica di pianificazione ed evitando uno sfruttamento intensivo del suolo, che nel complesso della Lombardia è già gravemente consumato, in misura 7 volte maggiore del dato medio nazionale. Sulla questione ambientale e sulla necessità di fermare le speculazioni edilizie e le cordate finanziarie-immobiliari per difendere e incrementare il “verde”, ci riconosciamo nelle istanze espresse dal Manifesto della Rete dei comitati della Città Metropolitana di Milano.

Il nostro progetto prevede di approfondire la possibilità di attualizzare un piano sostenibile tracciato da alcuni docenti facenti parte del Dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano. Secondo una loro ricerca del 2018 la città avrebbe necessitato in quella data di un fabbisogno di 233 mila vani di edilizia sociale, di 93 mila vani di edilizia convenzionata e appena di 14 mila vani di edilizia libera. Queste necessità materiali sono in palese contraddizione con le politiche territoriali seguite fino ad ora: l’offerta di abitazioni messa in campo tra il 2009 e il 2018 si è articolata in 4600 vani di edilizia sociale, 11500 vani di convenzionata e quasi 23 mila vani di libera. In sostanza quasi il 60% delle nuove costruzioni sono state guidate dai privati, che non riescono a vendere tutti i propri immobili, mentre l’ente pubblico ha assunto un ruolo assolutamente risibile, lasciando oltre 100 mila famiglie in balìa degli speculatori che vivono di rendita grazie ad affitti esorbitanti, per i quali Milano è tristemente nota in tutta Italia. L’attuale PGT (Piano di Governo del Territorio) non offre minimamente soluzione a questa contraddizione e propone soluzioni come City Life che sono accessibili solo per i ceti medio-alti. Il Piano sostenibile tracciato dai docenti del Politecnico prevede di poter costruire 155 mila vani di nuova edificazione, di cui almeno 113 mila di edilizia sociale e i restanti 42 mila di edilizia convenzionata. Oltre 100 mila vani possono, sempre sulla base di queste stime, essere recuperati dagli appartamenti e dagli uffici attualmente sfitti, oltre che dalla riorganizzazione delle aree industriali dismesse residue.

La necessità di capovolgere le politiche fin qui seguite sulla casa, che deve costituire l’impresa principale su cui improntare gli sforzi pubblici per i prossimi decenni, si scontra con una serie di difficoltà oggettive immediate:

1) anzitutto non è al momento conosciuta da nessuno la struttura completa delle proprietà immobiliari, non solo di Milano, ma di tutta Italia. Non si conosce cioè l’uso che fanno delle proprie proprietà i detentori di grandi patrimoni edilizi (ossia proprietari di più di 100 immobili). La legge borghese non ritiene che sia un’informazione utile. Sulla base dell’ultimo censimento sappiamo che ci sono a Milano 40 grandi proprietari a cui sono intestati 17.858 alloggi. Oltre 9000 unità di questa quota sono gestite direttamente da banche, assicurazioni, fondi immobiliari, fondazioni-enti assistenziali e società immobiliari di varia tipologia. Per ovviare al problema di questa scarsa informazione proponiamo di avviare un censimento generale straordinario delle proprietà immobiliari nel territorio della città metropolitana di Milano, impegnandoci a porre la questione anche nel resto d’Italia. La conoscenza del territorio è il primo passo necessario per poter agire proficuamente.

2) serve un’agenzia immobiliare pubblica che raccolga, centralizzandoli, i dati di tutti gli appartamenti in vendita e in affitto. Il servizio deve essere strutturato in modo da ridurre al minimo la “percentuale” presa attualmente dalle agenzie immobiliari, prevedendo la possibilità di offrire un servizio totalmente gratuito per gli affittuari e i cittadini più poveri, e costi maggiori (ma inferiori a quelli di mercato offerti dalle agenzie immobiliari private) per i locatari. Per quanto riguarda le vendite, valga lo stesso criterio di proporzionalità in base al reddito e al patrimonio personale.

3) un’adeguata azione necessita di creare un’azienda edilizia pubblica di proprietà del Comune di Milano, con un fondo iniziale di almeno 1 miliardo di euro che abbia il compito specifico di ovviare alle necessità sopra elencate di edilizia popolare, attraverso la riqualificazione-ristrutturazione di strutture pubbliche in disuso e sfitte, o la progettazione di nuove aree residenziali.

4) per sostenere le famiglie a basso reddito è necessario creare un istituto finanziario pubblico che fornisca supporto sia per l’accesso ad affitti calmierati, sia per l’eventuale acquisto della prima casa sostenendo la richiesta di mutui a tasso fisso agevolato inferiore rispetto a quello dei tassi di mercato.

5) nessuna prima casa deve essere esposta a tassazione. Ci impegniamo però ad imporre una tassazione proporzionale progressiva per i grandi patrimoni edilizi privati e un prezzo massimo per gli affitti in base al valore dell’immobile e alle spese di gestione dello stesso. Il principio di riferimento che ci guida in questo settore è che la casa sia un diritto sociale basilare per ogni cittadino. Dichiariamo guerra aperta ai palazzinari e agli speculatori.

6) per risolvere il problema detestabile della carenza di Edilizia Residenziale Pubblica, è ipotizzabile in una prima fase, e finché non vengano reperite le risorse pubbliche da destinare a questo tipo di edilizia, un programma di incentivazione all’affitto per i piccoli proprietari immobiliari (proprietari di non più di 2 unità immobiliari sul territorio comunale) reintroducendo il meccanismo dell’equo canone. Gli incentivi potrebbero essere individuati in:

– una garanzia del Comune sugli eventuali canoni di affitto non versati dagli inquilini;

– un accordo-quadro con l’Agenzia delle Entrate secondo il quale il proprietario che decida di partecipare al programma, non sia tenuto al versamento delle imposte relativamente al flusso di reddito generato dal contratto di affitto così come al pagamento degli oneri fiscali derivanti dalla stipula del contratto di locazione tra privati;

– un bonus fiscale accordato dal Comune al locatore relativo alle imposte comunali (secondo il principio che il minor gettito fiscale è controbilanciato da un egual se non maggiore beneficio in termini sociali, che a sua volta genera un beneficio economico per l’ente comunale).

La riqualificazione degli Scali Ferroviari e la “gentrificazione”

In questo quadro si inserisce il futuro “Sacco di Milano” per quanto riguarda la cosiddetta campagna di “Riqualificazione degli Scali Ferroviari” che mobiliterà più di un miliardo di euro di investimenti privati. Le zone di Greco-Breda, Porta Romana, Farini, Lambrate, Rogoredo, San Cristoforo e Porta Genova saranno infatti interessate da pesanti interventi di trasformazione del territorio. Quello che viene presentato dal Comune come “Piano di Rigenerazione Urbana” interesserà un’area complessiva di 1 milione di km quadrati con interventi molto variegati dal punto di vista edilizio. Ad eccezione dello Scalo San Cristoforo, che sarà destinato interamente a verde pubblico, e di Porta Romana, che inizialmente ospiterà il villaggio Olimpico di Milano-Cortina 2026, gli altri 5 scali saranno interessati prevalentemente da opere di housing sociale, corredato da sistemazione a verde. Quello dell’housing Sociale è un escamotage giuridico escogitato al fine di garantire al settore della grande proprietà immobiliare privata di lucrare sulla necessità di alloggio di quegli strati di popolazione che non possono permettersi di comprare una casa ma hanno un reddito troppo alto per accedere all’Edilizia Residenziale Pubblica. In questo modo grandi gruppi immobiliari stanno letteralmente colonizzando interi quadranti della città, come Coima SGR Spa di Manfredi Catella, che è coinvolta nelle operazioni dello Scalo Farini e Scalo Romana e che ha partecipato alla riprogettazione di Porta Nuova. In tutti questi progetti, le volumetrie a scopo abitativo destinate al già citato Housing Sociale saranno almeno del 30%. Questo significa che certamente il 70% sarà destinato all’immobiliare abitativo in compravendita che, considerati gli interventi futuri di urbanizzazione (definiti ‘Ricucitura Urbana’), contribuirà ad aumentare il valore commerciale delle aree interessate, aggravando il processo di espulsione dalla città degli abitanti tradizionali e storici di quei quartieri. Si tratta del processo di “gentrificazione” che a Milano ha già provocato veri e propri esodi di strati popolari, spinti verso l’hinterland dalle dinamiche di mercato immobiliari che hanno determinato tanto un aumento degli affitti quanto l’aumento dei costi di gestione degli immobili in caso di proprietà della casa (ad esempio, le spese condominiali più alte a causa delle esigenze più raffinate dei nuovi inquilini dei condomini). Milano, che da un decennio conosce una dinamica abitativa marcatamente classista e basata sul reddito, conoscerà una nuova stagione di speculazione che produrrà un nuovo e più massiccio esodo di popolazione (i nuovi poveri) che non potrà sopportare la spinta al rialzo dei prezzi immobiliari. Si tratta di veri e propri fenomeni di “deportazione” guidata dalle dinamiche di mercato, che favorirà ulteriormente i profitti dei grandi gruppi finanziari sia della già citata Coima SGR, che di altri quali Covivio (Del Vecchio), Prada Group, Redo SGR Spa e gruppi multinazionali come LendLease (già impegnata in Arexpo) e OVG Europe Limited. Tutti gruppi che puntano su aree ad alta remunerazione, supportati nei loro investimenti anche da Fondazione Cariplo, Cassa Depositi e Prestiti e grandi banche commerciali.

Come già avvenuto per altre zone della città che sono state oggetto di riqualificazione, e tenendo conto delle proiezioni economiche per il futuro, non è difficile prevedere che queste aree saranno oggetto della speculazione dei grandi gruppi bancari e immobiliari che acquisteranno volumetrie residenziali per controllare i prezzi di mercato, al fine di mantenerli artificialmente alti per realizzare profitti.

5) SALUTE, POVERTÀ E INQUINAMENTO

La gestione della pandemia è stata subalterna agli interessi dei capitalisti

Un filo conduttore lega le tematiche della salute, della povertà e dell’inquinamento.

L’Italia è un paese capitalista in cui le amministrazioni politiche favoriscono in primo luogo la grande borghesia internazionale e locale. L’affermazione è confermata analizzando la gestione nazionale e locale della crisi pandemica. Nel 2020 il surplus commerciale italiano è stato pari a 63.5 miliardi di euro: erano 56 nel 2019. Ciò significa che nell’anno della pandemia il grande padronato italiano è riuscito ad ampliare i propri traffici, guadagnandoci enormemente. Ciò non è casuale: se la pandemia è rimasta stazionaria e costante è perché si è sempre scelto di privilegiare la prosecuzione delle attività economiche a discapito della salute pubblica. Il sindaco e l’amministrazione comunale non hanno potere diretto nella gestione della sanità, ma sono responsabili della condizione di salute della popolazione del suo territorio, disponendo di poteri di programmazione, di controllo e di giudizio sull’operato del direttore generale delle ASL. Su questi temi dobbiamo concludere che l’amministrazione Sala non ha fatto quanto avrebbe potuto. Inoltre, secondo il Testo Unico degli Enti Locali del 2000 (art. 50 comma 5), il Sindaco, attraverso lo strumento amministrativo delle Ordinanze Contingibili e Urgenti, può intervenire in maniera diretta, anche oltrepassando la gerarchia dei poteri pubblici, per tutelare la salute e la sanità pubblica sul territorio comunale in caso di grave e imminente pericolo per la popolazione. Nel periodo di confinamento durato da marzo a inizio maggio 2020, il Sindaco Sala vi ha fatto ricorso in decine di occasioni, esclusivamente per intervenire sui mercati coperti, sulle aree di parcheggio e sul funzionamento dei forni crematori cimiteriali.

Tutti ricordano bene come il 27 febbraio 2020 Beppe Sala promuovesse in pompa magna lo slogan “Milano non si ferma”, assumendosi la grande responsabilità di promuovere il prosieguo delle attività economiche su tutto il territorio locale, in collusione con i poteri di Assolombarda-Confindustria. I “lockdown” promossi fino ad ora sono stati in realtà non totali ma parziali, scegliendo consapevolmente di colpire le categorie economiche più deboli e incapaci di difendersi (settori della ristorazione, della cultura, del piccolo commercio al dettaglio, ecc.) sfruttando la clausola delle “attività produttive essenziali” per garantire gli interessi del grande padronato e obbligare così milioni di lavoratori a continuare la propria attività lavorativa esponendosi al contagio. Nell’autunno 2020 oltre un’azienda su due del milanese ha registrato contagi e quindi assenze dei propri dipendenti. Migliaia di malati e morti sono stati causati dall’irresponsabilità delle amministrazioni politiche attuali. Il punto essenziale che tutti i commercianti devono comprendere è che si è scelto di favorire Confindustria a discapito delle altre categorie di settore. Andava bloccata realmente ogni attività per il tempo sufficiente ad azzerare i contagi, limitando i danni ad un paio di mesi, come avvenuto in Cina e in altri paesi socialisti. Per fare ciò si sarebbero dovuti trovare tutti i fondi necessari organizzando dal basso in ogni quartiere sistemi di distribuzione alimentare a domicilio. Niente di tutto ciò è stato fatto e ciò ha impedito di debellare il virus sul territorio nazionale, aggravando la crisi economico-sociale che poteva essere contenuta con drastici provvedimenti presi nella fase iniziale. E invece, tra marzo e maggio, nella sola Lombardia su 10 milioni di abitanti 3 di essi hanno continuato a spostarsi per lavorare al servizio del grande capitale di Confindustria e dei potentati economici presenti sul territorio.

Le conseguenze sociali sono sotto gli occhi di tutti: aumento in termini assoluti di disoccupati, poveri e senzatetto che riguarda migliaia di persone. Sono gli stessi dirigenti della Caritas Ambrosiana a denunciare le lacune e i ritardi dell’amministrazione milanese, nonché l’insufficienza e l’inefficienza degli ammortizzatori sociali fin qui programmati.

Dobbiamo potenziare con forza la sanità pubblica

Se il PC governasse a Milano sosterrebbe la necessità di indirizzare tutti i fondi pubblici dedicati alla sanità esclusivamente per il potenziamento del settore pubblico, rivendicando l’universalità e la gratuità del servizio, l’importanza della prevenzione e la necessità di costruire un maggiore coordinamento tra le strutture ospedaliere e quelle territoriali; difenderemmo il servizio sanitario nazionale contro i tagli fatti in maniera bipartisan nei decenni passati da tutte le forze politiche e lanceremmo una campagna per commissariare la sanità lombarda tormentata da decine di scandali legati al malaffare, alla corruzione e all’appartenenza di corrente (Comunione e Liberazione è un esempio da manuale). Riteniamo che la corruzione si possa combattere solo con un adeguato controllo dal basso della classe lavoratrice del settore. Intendiamo conferire la cittadinanza onoraria a tutto il personale sanitario estero (cubani, cinesi, russi, albanesi, ecc.) che ha lavorato a Milano durante la “prima ondata” Covid. Il nostro modello è la sanità cubana, all’avanguardia nel mondo e con la maggiore densità mondiale di personale medico in rapporto alla popolazione; per omaggiare lo sforzo internazionalista cubano intendiamo sostenere il Nobel per la Pace alle Brigate dei medici cubani. Per far fronte al problema della povertà serve uno sforzo straordinario per garantire a tutte le famiglie di poter sopravvivere in maniera dignitosa senza dover più fare la fila per una minestra calda alla mensa di via Tibaldi o alle tante iniziative caritatevoli presenti in città. Nessuno deve rimanere indietro. Intendiamo sostenere economicamente tutte le organizzazioni no profit che forniscano risultati concreti in questa lotta, ma poniamo anche la necessità di collegare la lotta alla povertà con un maggiore intervento attivo dell’ente pubblico, che deve garantire tutti i bisogni primari per tutelare la dignità di ogni persona. La beneficenza, pubblica o privata che sia, deve essere superata dalla piena occupazione lavorativa e dalla possibilità di mettere tutti in condizione di avere un tetto sotto la testa e di poter arrivare a fine mese senza ansie. La beneficenza e il terzo settore devono completare, migliorandola, l’azione pubblica: non sostituirla.

Il fatto omesso e non spiegato dalla gran parte dei media e della politica è un segreto di Pulcinella: in Lombardia a morire di covid, ma anche di altre gravi malattie, sono anzitutto esponenti delle classi “inferiori” e più povere, che non possono permettersi di curarsi rapidamente negli enti sanitari privati, che svolgono lavori umili o usuranti che prevedono la prossimità fisica quotidiana e continuata e che pagano decenni di inquinamento ambientale che ha reso la pianura padana una delle regioni più inquinate del mondo e Milano una città in cui il livello di polveri sottili PM10 supera costantemente il limite consentito.

Salvaguardare l’ambiente per salvare l’umanità

A Milano e in Lombardia si muore di più rispetto ad altri luoghi perché lo sviluppo economico è stato costruito senza far ricorso a criteri di sostenibilità ambientale. A risentirne è stata la salute dei cittadini, ed in primo luogo di quelli più poveri che non possono permettersi le accortezze salutistiche per ostacolare l’indebolimento del sistema sanitario. In tale contesto è un atto di pura ipocrisia, che non esiteremo a cancellare, il divieto totale di fumo all’aria aperta stabilito dalla giunta Sala come obiettivo da raggiungere entro il 2025.

La quasi totalità delle emissioni prodotte oggi a Milano è imputabile anzitutto al riscaldamento residenziale e in misura minore al traffico automobilistico. È su questi due fronti che occorre agire. Riguardo al primo occorre procedere anzitutto sulla riqualificazione del patrimonio edilizio pubblico, per poi procedere a sostenere il piano nazionale di riconversione energetica sostenendo con un’apposita azienda pubblica le istanze di riconversione degli stabili privati appartenenti alle famiglie più disagiate. A godere infatti del “bonus ristrutturazioni” sono anzitutto le famiglie benestanti, che non hanno problemi ad anticipare ingenti capitali da riacquisire poi integralmente con il famoso “110%”, che consente loro addirittura di guadagnarci. La nostra proposta è di costruire in tempi rapidi un’apposita azienda pubblica che preveda di anticipare l’80% delle spese di ristrutturazione necessarie, con il 20% restante a carico degli inquilini, dividendo la restante quota del 10% in parti uguali per rendere conveniente economicamente ad entrambe le parti l’attività. Qualora in futuro dovessero cessare i contributi nazionali del “bonus ristrutturazioni” nulla vieta all’azienda pubblica di concordare con i proprietari privati un’intervento di ristrutturazione che preveda un pagamento rateale garantito in parte dal risparmio sulle spese annue delle forniture energetiche. Non è un caso che il Comune di Milano non abbia neanche pensato di impiegare i fondi di NextGeneration EU per la riqualificazione energetica del patrimonio immobiliare pubblico del Comune, ma al contrario abbia proposto di destinarne una quota al progetto folle di riapertura dei Navigli interrati negli anni. Riguardo al traffico automobilistico, esso rientra nel piano specifico dei trasporti.

6) TRASPORTI

La mobilità deve essere un bene comune pubblico

L’obiettivo di lungo termine a cui mira il PC, che sul tema si ispira alle analisi e alle lotte intraprese dal Comitato ATM Pubblica, è garantire il diritto dei cittadini di disporre ad un trasporto pubblico universale totalmente gratuito. Ciò è possibile solo a fronte di una riorganizzazione complessiva del sistema nazionale, uscendo dalla logica federalista, privatistica e aziendalista che ha delegato il trasporto pubblico locale alla competenza delle regioni, che devono far fronte ad una costante diminuzione dei fondi messi a disposizione degli enti nazionali. Le regioni hanno così lasciato a loro volta la questione agli enti comunali, favorendo una dispersione che non favorisce una logica di pianificazione e razionalizzazione del servizio complessivo, ma che spesso ha obbligato le amministrazioni anche più restie ad aprire all’ingresso dei privati e ad una gestione aziendalista del servizio.

La situazione milanese rientra in questo quadro. Parlare di trasporto pubblico significa parlare della holding ATM, la quale allo stato attuale è strutturata come un’azienda pubblica di produzione (con modello gestionale SpA, quindi di diritto privato). Il fatto che il 100% delle azioni appartenga al Comune di Milano non impedisce all’azienda di applicare una gestione privatistica che fa ricadere i costi di gestione e potenzialmento dei servizi sui cittadini. L’aumento del biglietto singolo a 2 euro (2019) ne è il più chiaro esempio.

Noi riteniamo che ATM, come ogni altra impresa pubblica, vada trasformata in un’azienda pubblica di erogazione, la quale si finanzia con le sole entrate fiscali. Stante però l’attuale situazione debitoria del Comune e l’imponente fatturato dell’azienda (quasi 800 milioni nel 2018), riteniamo che questa trasformazione non sia facilmente attuabile in tempi brevi senza un più radicale ed ampio riassetto nazionale. La nostra proposta temporanea e applicabile oggi stesso prevede invece la ricomposizione delle varie aziende che fanno capo alla holding ATM in un’unica azienda pubblica composta, che si finanzi in parte con l’erogazione dei biglietti, in parte con fondi provenienti dalla fiscalità. La misura va associata alla necessità di porre termine al principio dell’assegnazione del servizio pubblico tramite gara d’appalto e implica che il bilancio comunale preveda una quota finanziaria via via crescente assegnata al settore dei trasporti, finanziando i fondi con la tassazione generale proporzionale e progressiva fino all’obiettivo finale della gratuità completa del servizio.

Pianificare la transizione al trasporto pubblico universale e intermodale

Abbiamo ben presente che al momento le politiche nazionali preferiscano continuare a sciupare miliardi di euro nelle grandi opere riguardanti l’alta velocità, a discapito del potenziamento dei servizi locali e periferici che sarebbero di grande giovamento per gli studenti e i pendolari.

Le misure fin qui suggerite non sono ancora sufficienti: occorre introdurre un netto cambio di paradigma nella prassi istituzionale e nella mentalità dei cittadini: Milano deve ristrutturarsi, anche sul piano urbanistico e viario, sempre più sulla mobilità pubblica a discapito di quella privata, così da agire direttamente anche sul tema della riduzione dell’inquinamento (e quindi tutelando la salute) e della transizione ecologica.

Lo sviluppo del sistema del car sharing e del bike sharing, sottraendo tali servizi ai privati per disciplinarli ad un’unica azienda pubblica su scala quantomeno regionale, sono i passaggi conseguenti con cui garantire il rispetto di esigenze particolari di mobilità.

Questa progettualità si contrappone in maniera palese alle politiche seguite dalle amministrazioni passate, compresa quella uscente, che anzi in vista del prossimo bando previsto a dicembre 2021 sembra intenzionata ad affidare la gestione del servizio all’associazione temporanea di imprese che prende il nome di “Milano NEXT” compiendo così un decisivo passo in avanti per la privatizzazione del servizio alla quale ci opponiamo nettamente.

Allo stato attuale riteniamo che il Comune possa e debba, d’accordo con le istituzionali regionali e nazionali, avviare un piano straordinario di trasformazione urbanistica della città, garantendo un maggior numero di corsie preferenziali per i mezzi pubblici e i mezzi privati non inquinanti. Tale misura consentirà ai mezzi pubblici di accelerare i tempi delle tratte garantendone una maggiore frequenza. Ciò non esula dalla necessità di potenziare il servizio attuale (se necessario procedendo con espropri di mezzi privati per far fronte alle emergenze pandemiche), con particolare attenzione alle fasce orarie più affollate della giornata (orari di ingresso e uscita degli studenti e dei lavoratori) aumentando ulteriormente il numero dei mezzi e assumendo un numero congruo di nuovi addetti. Nell’ottica del potenziamento occorre portare a termine i lavori in corso per la conclusione delle tratte M4 e M5, vigilando su eventuali sprechi e speculazioni.

Per favorire la crescita di una cultura civica e ambientalista che privilegi i mezzi pubblici all’automobile, per far fronte all’emergenza sociale in corso e come primo passo verso l’obiettivo della gratuità totale del servizio, proponiamo di dimezzare il prezzo dell’abbonamento annuale ai pendolari e agli studenti le cui famiglie abbiano un ISEE inferiore a 35 mila euro, prevedendo per tutti gli utenti la possibilità di rateizzare il pagamento in 12 mensilità con il sistema di accredito automatico Sofort banking. Riteniamo inoltre urgente, anche al fine di favorire una pronta ripresa del turismo e del commercio, ridurre della metà il prezzo dei biglietti singoli fino al termine dell’emergenza pandemica.

7) LA CONDIZIONE DELLA DONNA E I SERVIZI SOCIALI

Il PC tratta la questione di genere, ossia la condizione femminile, secondo un’ottica di classe. Il miglioramento delle condizioni della donna non passa solo dal superamento della cultura patriarcale ma anche dal miglioramento concreto delle condizioni materiali e dalla creazione di strumenti e infrastrutture che rendano effettivamente possibile liberare la donna dalla condizione di subalternità che la vede relegata nelle classiche funzioni di moglie e madre. Constatiamo che anche quando lavorano, le donne subiscono ancora maggiori discriminazioni degli uomini.

Il tasso di attività femminile era nel 2018 del 69% (11 punti percentuali in meno rispetto agli uomini) e una donna su tre lavora con contratto part-time (31,2%, a fronte del 10,2% tra gli uomini); spesso questa modalità di lavoro non rappresenta una scelta volontaria della lavoratrice, ma nasconde situazioni di precarietà e irregolarità imposte dai datori di lavoro. Ad accedere al part-time sono oltre il 40% donne con figli (dipendenti o libere professioniste), buona parte delle quali dichiara che preferirebbe poter accedere a un full-time, inconciliabile, tuttavia, con le esigenze di cura e assistenza familiari. L’amministrazione Sala vanta di aver aumentato i fondi per i servizi sociali (414 milioni di euro nel 2018, 12 in più dell’anno precedente, portando la voce al 15,1% del bilancio annuale) creando circa 100 posti in più negli asili nido comunali, che nel 2018 potevano ospitare 10.060 bambini. Il dato è però ancora tragicamente insufficiente, considerando che nel 2015 solo il 31% dei bambini al di sotto dei 3 anni era iscritto a strutture formali di assistenza all’infanzia. I bassi tassi di partecipazione riflettono evidenti carenze nella fornitura di servizi ufficiali di assistenza all’infanzia, soprattutto per i bambini fino a 3 anni di età. Oltre alla mancanza di posti disponibili, si sono rivelati degli ostacoli all’utilizzo di tali servizi: le difficoltà di accesso (distanza, orari di apertura, rigorosi criteri di ammissibilità), gli elevati costi diretti di questi servizi e la scarsa qualità. Occorre inoltre segnalare la riduzione delle famiglie che usufruiscono dei centri estivi (-33% in due anni), riconducibile all’introduzione del nuovo sistema tariffario e della prescrizione per le famiglie insolventi rispetto al pagamento della refezione scolastica. Altra categoria sociale particolarmente svantaggiata e costretta al part-time sono le lavoratrici straniere, che occupano le occupazioni meno qualificate e spesso senza un regolare contratto.

In generale le ricerche sociologiche mostrano come siano ancora rilevanti i fenomeni della segregazione verticale (svolgono mansioni poco qualificate, nonostante una formazione più avanzata) e orizzontale (svolgono per lo più le consuete attività considerate “femminili”, in primo luogo quella impiegatizia e della cura agli anziani nel settore terziario), oltre al fenomeno del gender pay gap (le donne sono mediamente pagate meno), conseguenza anche del fenomeno del diffuso part-time.

Ci impegniamo a sensibilizzare la cittadinanza, ed in particolar modo i gruppi sociali che per ragioni culturali e religiose tendono ad affermare l’idea dell’inferiorità della donna sull’uomo, agendo sia sul piano culturale che sul piano sociale, cercando una collaborazione attiva con la Casa delle donne, i gruppi femministi diffusi sul territorio e il mondo dell’istruzione, al fine di garantire, soprattutto alle donne straniere, la possibilità di frequentare gratuitamente corsi di lingua-cultura italiana e di diritto pubblico e privato. Nessun sostegno economico va dato ad aziende in cui si evidenzino discriminazioni di genere di ogni tipologia, particolarmente gravi quando si minaccia la lavoratrice di licenziamento o mancato rinnovo del contratto in caso di maternità.

Per far fronte alle distorsioni che possono essere causate da un accesso involontario al lavoro part-time, è necessario incentivare modalità di lavoro flessibili che, pur senza comportare una riduzione normale dell’orario di lavoro, consentano ai lavoratori e alle lavoratrici di coniugare gli impegni di vita e lavorativi e di rispondere alle mutevoli esigenze personali. Garantire la qualità e l’equa distribuzione del lavoro flessibile è fondamentale per evitare che le lavoratrici siano costrette ad accettare lavori part-time non voluti.

Si rivelano necessarie politiche espansive volte al supporto di maternità e infanzia che prevedano l’ampliamento di asili nido, la progressiva gratuità della refezione scolastica, l’aumento di servizi flessibili di accoglienza dei bambini e dell’estromissione integrale di multinazionali come Sodexo dalla gestione di tali servizi. L’obiettivo di lungo termine deve essere di rendere il servizio completamente gratuito, pubblico e universale; come obiettivo intermedio riteniamo necessario espandere l’attività di asili pubblici e offrire incentivi ai privati affinché predispongano apposite strutture convenzionate dedicate all’accoglienza dei figli in orari extra-scolastici. Tali fondi devono essere vincolati all’accessibilità tramite contributi progressivi definiti su base reddituale e concordati con il Comune stesso.

Per ridurre le disparità in fase di selezione e mantenimento dell’occupazione tra lavoratrici e lavoratori è necessario incentivare politiche che distribuiscano in modo omogeneo le responsabilità di cura e assistenza familiare.

Un ricorso equilibrato al diritto al congedo tra donne e uomini dopo la nascita di un figlio può produrre effetti positivi in termini di distribuzione delle responsabilità domestiche e di assistenza. Il ricorso alla possibilità di congedo dei padri riduce parte dell’onere dell’assistenza a carico delle madri, consentendo così un rientro più celere delle lavoratrici al lavoro anche a seguito del congedo di maternità. Per questa ragione, l’estensione della durata del congedo di paternità obbligatorio per i dipendenti comunali ad 1 mese e la previsione di incentivi fiscali rivolti ai privati che impongano lo stesso congedo potrebbe rappresentare un importante segnale rivolto anche al mercato del lavoro nazionale (a fronte, infatti, di un congedo di paternità obbligatorio nazionale pari a 10 giorni lavorativi, come stabilito dalla legge di bilancio 2021).

8) PERIFERIE, DEMOCRAZIA E CITTÀ METROPOLITANA

L’attuale Città Metropolitana è una struttura antidemocratica e classista

Il PC denuncia la crescente contrazione formale e sostanziale di democrazia presente nel paese: a seguito della trasformazione di Milano in città metropolitana e della cancellazione delle province, la cittadinanza di Milano (1,4 milioni di abitanti circa) decide in sostanza le sorti anche di circa 2 milioni di abitanti dei comuni limitrofi compresi nell’area della vecchia provincia. La nomina del Sindaco Metropolitano non avviene attraverso un’elezione democratica ma con un atto di autorità espresso dalle cosiddette elezioni di secondo grado: il Sindaco metropolitano diventa d’ufficio il Sindaco del Capoluogo. Le elezioni del Consiglio Metropolitano non sono estese ai cittadini dei Comuni che appartengono alla città metropolitana ma sono riservate esclusivamente ai Sindaci e ai Consiglieri Comunali inviati dai vari Comuni di appartenenza all’ambito metropolitano. Il pericolo di pressioni, manovre, alleanze sottobanco condotte dai vari partiti politici è evidente e indubbio, alimentando il fenomeno della corruzione e dei rischi di infiltrazione mafiosa. Stante l’attuale situazione, la nostra proposta è di allargare il diritto di voto alle elezioni della città metropolitana a tutti i cittadini dell’area provinciale, ampliando i poteri di gestione e amministrazione alle aree municipali, ma sostenendo in parallelo anche la sperimentazione di forme di rappresentanza di organismi consiliari territoriali (con rappresentanti direttamente revocabili dalle assemblee locali in qualsiasi momento) che abbiano inizialmente funzioni consultive nelle relative sedi istituzionali.

Cancellare la differenza aristocratica tra centro e periferia

Il PC denuncia il fatto che per troppi anni si sia privilegiato il miglioramento del centro città di Milano, a discapito delle aree periferiche della città e della metropoli. Tutte le misure proposte fino ad ora prevedono di partire dalla riqualificazione dei quartieri residenziali popolari, che non possono essere considerati meramente come dormitori per lavoratori che si recano a lavorare e a svagarsi nel centro di Milano. Occorre favorire la decentralizzazione delle attività produttive e dei servizi, trasformando anche sul piano estetico le periferie attraverso una serie di piccole opere tese a superare la cultura del cemento per promuovere il sorgere di poli di aggregazione artistici, culturali, sociali e ludici, trasformando luoghi oggi degradati in poli di attrazione per gli abitanti e per i visitatori. Esempi concreti di tali pratiche sono stimolare la creazione di opere d’arte urbana e lo sviluppo di fiere locali.

9) CULTURA, ARTE, SPORT, TECNOLOGIA

Abbiamo bisogno di più cultura, per tutti

Il PC promuove in ogni sua forma la cultura e l’arte, ritenendo il miglioramento delle condizioni materiali dei suoi cittadini come condizione necessaria per mettere ognuno nella condizione di sviluppare le proprie potenzialità spirituali e aspirazioni individuali uscendo dalla logica della competizione e della concorrenza. Intendiamo promuovere una cultura umanistica, democratica, laica, pacifista, solidale, antifascista, antirazzista, ambientalista, socialista, attenta sia ai diritti civili che a quelli sociali, mantenendo un dialogo costante e patrocinando tutte le associazioni no profit e i comitati che forniscano un servizio utile in tal senso sul territorio.

Ci facciamo promotori con le istituzioni nazionali e regionali della necessità di incrementare i fondi per la pubblica istruzione e intendiamo dare priorità agli istituti scolatici per la già menzionata messa a norma edilizia; vogliamo promuovere, tramite finanziamenti agli enti appositi esistenti o promuovendo nuovi bandi di ricerca, gli studi e le ricerche teoriche sulla storia del movimento operaio, sull’ottica di genere, sulla questione ambientale e sulle questioni poste dall’Agenda 2030 dell’ONU. Riteniamo essenziale inoltre prevedere piani specifici di formazione e di inclusione culturale e sociale per i lavoratori stranieri che risiedano in forma stabile sul territorio. In tal senso occorre promuovere e rafforzare il circuito delle scuole serali, oltre a garantire un progetto di estensione, potenziamento e tutela del patrimonio edilizio e culturale delle biblioteche e delle scuole dipendenti direttamente dal Comune, potenziando in particolar modo i servizi di doposcuola e di assistenza psicologica, con la conseguente creazione di nuovi posti di lavoro.

Sosteniamo la necessità di chiudere tutte le sedi delle organizzazioni fasciste che agiscono sul territorio, ponendo un termine alla pratica vergognosa di commemorare la figura di Sergio Ramelli. Proponiamo di affiggere a Palazzo Marino un manifesto permanente per chiedere la liberazione di Julian Assange, colpevole solo di aver reso pubblici i crimini dell’impero statunitense; proponiamo inoltre di sostituire la bandiera dell’Unione Europea con quella palestinese, al fine di ricordare il dramma subito da un intero popolo per opera del sionismo.

Oltre a sostenere tutti i musei, le gallerie d’arte, i teatri, i cinema e i luoghi di cultura che costituiscono i fiori all’occhiello della città, ci faremo promotori con le istituzioni nazionali della necessità di sviluppare servizi digitali pubblici più avanzati sulla base del principio del comunismo culturale: superando le logiche dell’industria culturale ci sono tutti i presupposti tecnici per realizzare una videoteca, una biblioteca ed una musicoteca digitale, comprendenti tutti i prodotti realizzati e distribuiti in Italia.

Sosteniamo l’ideale di favorire lo sviluppo di un’educazione salutista e di infrastrutture sportive usufruibili a basso costo, da ottenere attraverso un potenziamento dell’azienda Milanosport a seguito del suo passaggio al modello di azienda pubblica composta. Riguardo alla questione della “Scala del calcio”, lo stadio Meazza di San Siro, sosteniamo le rivendicazioni del Comitato San Siro che rifiutano l’ipotesi dell’abbattimento a favore di un progetto di ristrutturazione e riqualificazione del territorio circostante in senso ecologico.

Ci impegniamo infine a sostenere una revisione della toponomastica, rinominando tutte le strutture e le vie che omettono i crimini dell’imperialismo occidentale e di personaggi collusi con il fascismo e pratiche razziste.

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