Un’umanità sofferente sotto il tallone della dittatura della borghesia monopolista

Dario Ortolano, Coordinatore della Direzione Nazionale di CSP-PC

 

L’anno 2012 si chiude ed un nuovo anno, il 2013, sta per aprirsi in una situazione economica e sociale che registra l’ulteriore aggravarsi della più profonda crisi del capitalismo dall’ultimo conflitto mondiale ad oggi.

La stragrande maggioranza della popolazione mondiale ne subisce le conseguenze sulle proprie condizioni di vita, senza avere responsabilità alcuna nell’averla provocata, mentre una sempre più ristretta elitedi ricchi, di potenti, quella che noi chiamiamo, appunto, borghesia monopolista, cioè la classe dominante, si arricchisce sempre più a danno della collettività.

E’ una stridente realtà quella che vede, nel mondo, la ricchezza accumulata crescere sempre più, assieme alla povertà dei popoli, perché concentrata in una elite sempre più ristretta.

Secondo uno studio recente del Politecnico di Zurigo, 147 multinazionali, tutte strettamente connesse fra di loro, di cui la maggioranza banche, rappresentano la rete capitalista che domina l’intera economia mondiale.

I loro nomi sono JP Morgan, Mehrril Lynch, Barcloys, Goldman Sachs, Bankof America, UBS, DeutscheBank, CrediteSuisse, BNPParibas e Unicredit. Esse fanno capo a 737 maggiori azionisti che, attraverso una rete fittissima di relazioni e proprietà intrecciate si sostengono a vicenda.

 

In un recente studio di James Henry, ex capo economista della Mc Kinsey, è stato calcolato che 21 mila miliardi di dollari di denaro cash depositato dai super ricchi del mondo in conti correnti ed in strutture finanziarie segrete nascoste nei paradisi fiscali che, raggiungono i 32 mila miliardi se si aggiungono beni come yacht, ville e simili, appartengono a circa 10 milioni di persone, di cui solo 91mila di esse posseggono la metà di tale cifra. Inoltre, l’ammontare del valore nominale dei prodotti derivati è, attualmente, di 600mila miliardi di dollari, sette volte l’intera ricchezza prodotta a livello globale. Nel corso del 2012, i principali fondi speculativi hanno spostato, infine, sulla Europa in crisi ben 100 miliardi di dollari destinati ad acquistare, a prezzi stracciati, banche, imprese e qualsiasi altra cosa che i governi europei stretti dalla crisi decideranno di mettere in vendita, per far fronte ai debiti.

 

La ricchezza privata in Italia, costituita da denaro contante, case, azioni e titoli, veleggia verso la cifra, nel 2012, di 9000 miliardi di euro netti, cioè più di quattro volte il debito pubblico che ha raggiunto e superato, a fine anno, i 2000 miliardi di euro. Ma il debito pubblico è di tutti, mentre la ricchezza è di pochi. Infatti, il debito pubblico viene spalmato su 60 milioni di cittadini per una quota di circa 32.000 euro ciascuno, mentre per la ricchezza nazionale, la metà di essa, cioè oltre 4mila miliardi di euro, appartiene al 10% della popolazione, cioè a 6 milioni di persone che vivono nell’assoluto benessere, mentre il restante 90% dei cittadini, cioè 54 milioni di persone, si divide l’altra metà.

 

La ricchezza di tutte le famiglie del mondo ammonta a 150mila miliardi di dollari, le famiglie italiane ne possiedono il 5,7% benché l’Italia rappresenti solo l’1% della popolazione del pianeta ed il suo PIL sia il 3,4% di quello mondiale. Perciò, è giusto dire che l’Italia è un Paese ricco abitato da poveri.

 

Al vertice della ricchezza, nel nostro Paese,secondo i dati dell’indagine biennale della Banca d’Italia sui redditi degli italiani (2012), troviamo 240mila famiglie (circa 600mila persone), che possiedono un patrimonio di circa 5 milioni di euro a testa. Di essi, i primi dieci sommati valgono 50 miliardi e, da soli, possiedono quanto 3 milioni di loro concittadini di modesta condizione. Al primo posto c’e la famiglia Ferrero, con 19 miliardi di dollari di patrimonio personale. Al secondo posto, Leonardo del Vecchio (Luxottica), con 11 miliardi di dollari. Al terzo posto, Giorgio Armani, con 7,2 miliardi, al quarto Miuccia Prada con 6,8 miliardi. Al quinto posto, i fratelli Rocca proprietari del gruppo Techint con 6 miliardi ed al sesto posto, Silvio Berlusconi, proprietario di Fininvest – Mediaset con 5,9 miliardi.

 

Dopo i super – ricchi, troviamo il secondo livello, 2,5 milioni di famiglie (6.250.000 persone) che hanno ciascuna un patrimonio pari a 1,7 milioni di euro. Sono imprenditori, professionisti e commercianti di successo.

 

Al terzo livello troviamo 9,6 milioni di famiglie (circa 24 milioni di persone) con un patrimonio di poco più di 400mila euro a testa.

 

Al quarto livello, vi sono i 12 milioni di famiglie più povere, con un patrimonio medio di 72mila euro ciascuno: sono impiegati, insegnanti, dipendenti pubblici, precari, depositari del solo stipendio con cui cercano di vivere.

 

Al quinto livello, troviamo i poverissimi e cioè 3,2 milioni di famiglie (8 milioni di persone) che non posseggono nemmeno la cifra minima ritenuta indispensabile per la sopravvivenza, cioè 1011 euro al mese.

 

Infine, troviamo 1,4 milioni di famiglie (3,5 milioni di persone) che non arrivano a 500 euro al mese e vivono la miseria nera. Dal 2007 al 2011, questi sono aumentati del 14%, al Sud del 74%.

 

Se i 9000 miliardi di ricchezza privata nazionale fossero divisi equamente tra i 24 milioni di famiglie che compongono il popolo italiano, ciascuno avrebbe un patrimonio di 360mila euro. Invece, le famiglie superricche, che rappresentano appena l’1% della popolazione, hanno un patrimonio 65 volte superiore alla media e, da sole, si spartiscono il 13% del reddito pari a 1120 miliardi di euro.

 

La ricchezza nazionale, è composta per metà da case in proprietà che accomuna l’80% della popolazione italiana. Il patrimonio immobiliare complessivo vale 5mila miliardi ma, il 25% di esso è concentrato nelle mani del 5% dei proprietari. I restanti 4mila miliardi, son in parte in denaro depositato sui conti correnti delle banche od alle poste (1000 miliardi). Altri 1.500 miliardi sono investimenti finanziari: il 90% degli italiani ha messo i suoi risparmi in azioni, obbligazioni e titoli di Stato.

 

Lo stipendio medio dei lavoratori italiani è di 1286 euro mensili netti, mentre, secondo Eurostat, la soglia della povertà relativa per una famiglia composta da due persone è di 1011 euro mensili.

 

La distanza tra il superstipendio del manager che dirige l’azienda e quello di un dipendente è, in media, di 400 volte ma può arrivare,in alcuni casi, a mille volte.

 

I salari medi italiani sono i più bassi d’Europa: in una classifica di 31 nazioni stilata dall’OCSE, gli italiani risultano al 23° posto.

 

Il lavoro dipendente ed i pensionati, circa il 68% dei contribuenti, si accollano il 93% di tutto il gettito Irpef che entra, ogni anno, nelle casse dello Stato.

 

Negli ultimi 10 anni, una quota di circa 15 punti percentuali di ricchezza si è spostata dal lavoro alle rendite ed ai profitti.

 

Sui quasi 17 milioni di pensionati, la metà prende meno di 1000 euro al mese, 3 milioni meno di 500 euro e 2 milioni più di 2000 euro. Ma quello che è più grave è che, con le recenti modifiche al sistema pensionistico, in futuro le pensioni medie si aggireranno attorno ai 600 euro e precari e lavoratori in nero potranno aspirare, al massimo, alla pensione sociale di 460 euro.

 

In questo contesto, di per se desolante, l’Italia, obbligata dalla Unione Europea, ha approvato una norma capestro, il cosiddetto fiscal compact, che obbliga il nostro Paese al pareggio di bilancio ed alla riduzione forzata del debito pubblico. Ciò significherà tagli per 45 miliardi l’anno per venti anni, a partire dal 2013.

 

La gente, lentamente, sta prendendo coscienza dei meccanismi che muovono l’economia mondiale e che determinano la divisione in ricchi e poveri.

La classe operaia è costretta ad abbandonare qualunque illusione di emancipazione all’interno di questo sistema.

Il ceto medio è arrivato al culmine della sopportazione, essendo risospinto indietro dai processi di proletarizzazione.

La borghesia, si stringe a difesa dei suoi privilegi continuando la sua politica di rapina del popolo e l’enorme blocco sociale di poveri e disoccupati che sta crescendo, prima o poi, chiederà il conto.

 

Un recente sondaggio commissionato dalle Acli ( Associazione cattolica lavoratori italiani ), ha dato risultati sorprendenti:

1) Il 75% del campione ritiene che la crisi la debbono pagare i ricchi.

2) Il 37% è convinto che da questa situazione si esca solo attraverso una rivoluzione.

 

BUON 2013, COMPAGNI E BUON LAVORO!!!

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