UN TRAMONTO IN ARANCIONE

di Enzo Pellegrin, segretario CSP-Partito Comunista di Torino

 

Spietata ma tragicamente vera la riflessione del belga ErwigLerouge, capo redattore di “Studi Marxisti” del sito www.marx.be., pubblicata in italiano dal Centro di Documentazione e Cultura Popolare www.resistenze.org: lo studioso esamina le vicende della partecipazione istituzionale dei partiti comunisti europei; non a caso inizia dalla situazione della penisola, titolandola “La tragedia italiana”. La resa dei Gorbacioviani al capitalismo si portò dietro lo sfaldamento dei partiti comunisti di tutta Europa. In Italia, il percorso Bertinottiano, benedetto dall’uomo di Bilderberg Romano Prodi, finì per “consegnare un importante potenziale rivoluzionario sotto il controllo del sistema” La storia che segue la conosciamo tutti: la situazione attuale vede il movimento comunista presentarsi all’appuntamento elettorale senza una propria strategia, senza una propria tattica, senza un proprio programma. La parola d’ordine sembra essere quella di aggregarsi ad un treno che porti verso la sicurezza di un’affermazione elettorale, quasi come la disperazione che muove milioni di sudamericani ad aggrapparsi ai respingenti dei treni verso gli Stati Uniti.
L’apparentamento con la lista personalistica del magistrato Ingroia è stata gestita infatti dai segretari del PdCI e di Rifondazione Comunista in modo completamente indipendente dai contenuti. Non si sono mosse critiche al discutibile insieme di punti costituito dal manifesto di Ingroia, costruito più su di un “appeal” all’antiberlusconismo, alla retorica della legalità antimafia, strizzando l’occhio al populismo grillino.
Ciò che manca nell’esperimento arancione è proprio la costruzione di un contenuto politico a partire da un’analisi di classe della crisi economica.
È’ venuto il tempo di dire senza indugi che il semplice rispetto della legalità esistente non risolve i problemi della classe proletaria, anzi li aggrava. La mafia, la corruzione, lo sperpero di soldi pubblici, il degrado dell’ambiente, sono fenomeni connaturati allo sviluppo del sistema capitalistico. Il recupero del pubblico denaro dall’evasione fiscale, la promozione di un fisco che punti alla maggiore tassazione dei patrimoni maggiori non sembra essere più un dispositivo sufficiente alla redistribuzione della ricchezza. La legalità di oggi prevede un sistema del tutto sbilanciato a favore del capitale. Le risorse pubbliche che vengono raccolte con il sistema tributario hanno come destinazione preferenziale il rimborso del debito detenuto dalla speculazione internazionale. Il funzionamento del sistema comunitario incentrato sul fiscal compact e sul MES, la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio con la modifica dell’art. 81 della nostra carta fondamentale hanno privato lo Stato della potestà di utilizzare la ricchezza nazionale e pubblica per scopi sociali.
Ben lo aveva notato il sempre preciso Domenico Moro nell’articolo “Perchè il debito pubblico con Monti è aumentato”, recentemente apparso sempre sul sito del Centro di Cultura e Documentazione Popolarewww.resistenze.org; spiega l’economista: “Se andiamo a scartabellare il Bollettino della Banca d’Italia ci accorgiamo, però, che c’è una tabella in cui si evidenziano le erogazioni dello stato italiano a favore dei vari fondi salva stati, in particolare attraverso accordi bilaterali o direttamente all’EFSF. Tali erogazioni passano dai 3,9 miliardi del 2010, ai 13,12 del 2011 e crescono velocemente per tutto il 2012 fino ad arrivare alla bella cifra di 30,2 miliardi. Bisogna osservare che, quando uno stato presta all’EFSF, i fondi vengono ascritti come passività al suo debito pubblico, che di conseguenza ne risulta aumentato.

Ecco, dunque, che la “povera” Italia, in predicato di finire nel baratro, in realtà si è fatta finanziatrice di altri Paesi, senza prendere nulla dall’Europa ed anzi dando un contributo decisivo a mettere le pezze ad un sistema che fa acqua da tutte le parti. Un po’ strano per un Paese che doveva ridurre il proprio debito innanzi tutto. Un’altra conclusione da trarre è che nei fatti non esiste una correlazione diretta e necessaria tra aumento del debito ed aumento dei tassi di interesse e dello spread, come le vicende di altri Paesi, dal Giappone agli Usa dimostrano.”
Insomma, le tasse e la legalità non possono più servire le classi deboli. Non a caso, chiosiamo noi, nessun accenno alla critica del fiscal compact è presente nel manifesto Ingroiano. Non a caso i tentativi di modificare tale manifesto in tal senso da parte dei componenti l’esperimento “cambiare si può” non hanno avuto esito, nessuna aggiunta al programma è stata accettata dal capolista. Si vocifera di un generico “no al fiscal compact” inserito frettolosamente – dopo le numerose polemiche – in un programma ufficioso di più punti, peraltro sinora smentito. L’analisi sociale mutuata dal manifesto è un’analisi borghese. Del resto, all’interno del cartello elettorale sono presenti forze politiche, come la populista “Italia dei valori” che hanno espressamente votato la modifica del pareggio di bilancio in costituzione, le grandi opere inutili come la TAV, sollecitando pure la “mannaia della legalità” sul movimento della Valsusa, mannaia il cui manico è attualmente tenuto proprio da un collega e amico del capolista Ingroia, Giancarlo Caselli, il quale a Torino ha proceduto ad istruire innumerevoli procedimenti penali contro i Valsusini, gestiti a tambur battente, nonostante i reati non abbiano niente a che vedere con le associazioni mafiose e siano di ordinaria amministrazione, con la consueta spettacolarizzazione giudiziaria: ultimamente la Procura ha addirittura chiesto di celebrare i processi nell’aula bunker del tribunale di Torino, dove sino ad oggi si sono celebrati solamente proprio i processi contro la mafia…

Diversamente, come la maggior parte delle crisi capitalistiche, quella attuale è dovuta alla sovrapproduzione: nei paesi sviluppati non c’è penuria di beni, mancano gli acquirenti e le scorte rimangono invendute, con l’impossibilità di creare nuovo profitto per il capitalista. La conquista di mercati ulteriori dove smaltire il surplus di beni prodotti è frenata dallo scarso potere di acquisto dei rimanenti paesi a sviluppo minore, con domanda interna limitata. La caduta tendenziale del saggio di profitto si accentua quindi in modo rilevante. Per tentare di fermarlo il capitalista non ha altra scelta che intensificare lo sfruttamento della forza lavoro, delocalizzare la propria produzione. Ad intensificare la caduta del saggio di profitto contribuisce in misura rilevante anche la competizione globale tra capitalisti.
Il raggiungimento del limite fisico dei mercati porta al l’annullamento del ciclo di espansione per esaurimento delle possibilità profittevoli.

Una delle risposte consiste nella distruzione di pezzi di capacità produttiva, allo scopo di riavviare il ciclo di espansione ad un saggio di profitto soddisfacente. Questa distruzione in vista di una successiva generazione ha ovviamente un costo, un effetto di impoverimento. Il trucco sta nell’addossare tale perdita ad altri. Le guerre imperialiste sono un mezzo per distruggere parte della massa di capitale sovraccumultato, addossandone i costi alle popolazioni.
Un’altra risposta consiste nello spostamento del capitale dalla produzione alla finanza: il perseguimento del profitto avviene in questo casi attraverso il meccanismo speculativo. Con tale mezzo non si crea però ricchezza reale, ma solo virtuale: si calcola che la massa monetaria mondiale sia ormai più grande di otto o dieci volte il prodotto. Il mondo è pieno zeppo di moneta di vario tipo. la differenza tra valore reale e valore virtuale genera quelle “bolle” speculative in cui il peso dei crack viene scaricato sempre sui piccoli risparmiatori o sui fondi pensione.
Un terzo modo di recuperare il tasso di profitto consiste nel prelevare il denaro dalla ricchezza pubblica. È curioso che soprattuto in periodi di caduta tendenziale del saggio di profitto dovuta anche all’intensificarsi della concorrenza globale, il capitale chieda alla mano pubblica di privatizzare i suoi beni in nome della stessa necessità di concorrenza.
Il vero obiettivo è quello di far entrare nelle mani del capitale nuova ricchezza, della quale ha bisogno per riavviare il ciclo di accumulazione, sottraendola ovviamente al patrimonio di tutti.
Attraverso il meccanismo del l’indebitamento pubblico, il capitale privato si appropria altresì delle risorse private dei cittadini. Per pagare il debito, lo Stato è costretto ad aumentare la pressione fiscale e le risorse reperite vanno sempre più nelle tasche degli speculatori finanziari attraverso l’esorbitato costo degli interessi.
L’individuazione delle cause dell’indebitamento pubblico nei costi della politica, nell’evasione fiscale e nella corruzione non solo non ha una reale corrispondenza quantitativa, ma scambia le conseguenze con le cause.
Dal punto di vista quantitativo, i costi della politica in Italia grava per un importo di sei miliardi di Euro sul bilancio statale, già i costi della Chiesa Cattolica gravano per una cifra superiore, nove miliardi di Euro, il bilancio della Difesa, col finanziamento delle guerre imperialiste, grava già per 23 miliardi di Euro!
Purtuttavia, queste cifre sono spiccioli se paragonati ai trasferimenti di capitale pubblico a favore del capitale privato. Gli aiuti diretti a fondo perduto, le agevolazioni del credito, il sostegno ai settori produttivi, il sostegno ai padroni delle aziende colpite da calamità naturali, le defiscalizzazioni, le decontribuzioni, compresa la cassa integrazione impropriamente utilizzata, tutti i trasferimenti volti al settore produttivo ammontano ogni anno a cifre complessivamente dieci volte superiori.
Le bolle speculative finanziarie hanno poi destabilizzato il sistema finanziario e lo Stato si svena per ricapitalizzare le banche private, trasferendo altre risorse pubbliche, prelevate dalle tasche dei cittadini attraverso il fisco, direttamente nelle casseforti degli speculatori privati. Dall’inizio della crisi, l’Unione Europea ha regalato alle banche private 3500 miliardi di Euro: un valore pari a quello che allora aveva il debito di Spagna, Italia, Grecia e Portogallo messi assieme. Il debito pubblico è allora un dissesto pianificato che serve al capitale per incamerare ricchezza finalizzata al riavvio del ciclo di profitto, scaricando e i costi sulla collettività. Il dissesto italiano ha origini lontane ed è collegato alla perdita da parte dello Stato dei poteri di controllare la propria moneta. Nel 1981, infatti, una congiura di tecnici costrinse il governo a rendere indipendente dal Tesoro la Banca d’Italia, vietando l’acquisto dei titoli di debito dello stato rimasti invenduti alle aste e così impedendo di finanziare il debito pubblico attraverso l’emissione di moneta nonchè di calmierare l’interesse nel mercato finanziario. Gli interessi del debito pubblico sarebbero,stati da allora in poi affidati al mercato.
In quel momento, pur in presenza di generose iniezioni “keynesiane” per stimolare la domanda, pur in presenza dell’autonomia regionale di spesa, pur in presenza di analoghi costi della politica, di una similare evasione fiscale, di pari criminalità e corruzione, il debito pubblico ammontava al 57 per cento del PIL.
Dopo il citato divorzio tra Tesoro e banca centrale, nel 1992 il rapporto debito PIL era già schizzato al 107 per cento, per poi arrivare alla misura odierna oltre il 120 per cento.
All’origine del dissesto non c’è quindi una aumentata spesa sociale e previdenziale, non c’è la famigerata evasione fiscale, non la corruzione, non la criminalità, bensì l’esorbitata spesa per interessi.

Il capitale, dunque, al fine di compensare la caduta tendenziale del saggio di profitto:

nel settore produttivo intensifica lo sfruttamento della forza lavoro, ovvero delocalizza le proprie produzioni, ovvero procede ad una distruzione di una parte delle risorse per riavviare il ciclo di espansione a spese della collettività. Chi sostiene che il capitalista si rivolge all’innovazione tecnologica dimentica il fatto che le prime opzioni sono meno costose. Egli fa questa scelta quando le altre gli vengono precluse. L’innovazione tecnologica ha avuto gli aumenti più consistenti quando la lotta per aumentare i salari impediva l’intensificazione dello sfruttamento della forza lavoro. Diversamente il capitalista pretende che l’innovazione tecnologica od infrastrutturale sia a carico della collettività, attraverso il finanziamento pubblico, come avviene per le grandi opere, molte di queste addirittura inutili e preordinate solo al profitto privato.
Nel settore finanziario, si accaparra delle risorse pubbliche e dei tributi imposti ai cittadini attraverso la speculazione sul debito pubblico, attraverso le privatizzazioni e le dimissioni ad esso collegate, la collocazione di strumenti finanziari derivati, il finanziamento delle banche private in crisi a fondo perduto o ad interessi minimi inferiore al tasso di mercato.

Di fronte a questo potere di controllo sullo stato e sull’economia da parte del capitale, le ricette per limitarlo, controllato, indirizzarlo mantenendone l’esistenza hanno avuto un completo fallimento.
Molte erano legate a ragioni di geopolitica imperialista. In quasi tutti gli Stati d’Europa il welfare state ha arretrato la sua esistenza di fronte alla leva del debito pubblico ed all’impossibilità di controllare la politica monetaria. Il trasferimento di tale potere all’Unione Europea, da un lato ha privato per sempre gli Stati della leva pubblica, senza che un potere corrispondente sia stato affidato alle istituzioni comunitarie, da sempre espressione di un dominio imperialista di tecnocrati non legittimati dal basso e legati a monopoli finanziari e produttivi.
Dall’altro tale trasferimento di sovranità, culminato con il fiscal compact e col MES, ha consentito a paesi come la Germania di conquistare, insieme ad altri paesi del Nord, la gestione della BCE. I vari Governatori non sono infatti espressione degli stati, ma fiduciari dei poteri finanziari. Diversamente non si comprenderebbe lo squilibrio dei meccanismi di intervento e funzionamento del MES del tutto a favore dei paesi maggiormente esposti verso i debiti sovrani, leggasi Germania, e la sua inutilità per i paesi falcidiati dalla speculazione finanziaria.

Come ben nota una chiosa di Paolo Cardenà alle recenti dichiarazioni di Klaus Regling, numero uno del MES, “… il fondo permanente ESM, ha iniziato ad investire la liquidità derivante dal versamento delle quote dei vari Stati aderenti al meccanismo di stabilità. In particolare, avrebbe investito i primi 4 miliardi di euro a favore di obbligazioni di istituzioni internazionali e titoli sovrani di di elevato rating: leggasi Germania. Regling aggiunge che si sta procedendo a piccoli quantitativi di denaro allo scopo di non alterare le dinamiche dei mercati.
Ebbene, alcune considerazioni al riguardo si rendono indispensabili. Infatti, un elemento che fa del meccanismo di stabilità uno strumento con ampie criticità, è insito proprio nel tenore dell’articolo 22 del trattato istitutivo che recita:
Il direttore generale attua una politica di investimento del MES improntata al principio di prudenza atta a garantire la sua massima affidabilità creditizia […]. La gestione del MES deve essere conforme ai principi della buona gestione delle finanze e dei rischi.
Ciò significa che la liquidità a disposizione del MES deve essere investita in strumenti “privi” di rischio che garantiscano la massima affidabilità creditizia in termini di ritorno del capitale. Ora, in un continente in cui l’unica certezza esistente sembra essere l’idiozia dei vari EUROBUROCRATI, costituisce senz’altro una buona garanzia di investimento acquistare titoli governativi tedeschi, magari a breve termine. Il che significa che la Germania si ritroverà finanziata dal MES (ovvero dai soldi dei contribuenti europei) senza neanche averne fatto richiesta. Al di la delle cifre limitate (si fa per dire) finora investite, una simile impostazione del MES, determinerà un aumento delle divergenze esistenti tra i paesi cuore dell’eurozona e quelli dell’aria mediterranea, poiché il flusso di liquidità che verrà riversata a favore dei titoli di stato “sicuri” tenderà a schiacciarne (almeno in parte) i rendimenti, con benefici in termini di minor costo per i interessi per i paesi virtuosi. . Ciò determinerà anche una diminuzione di costi finanziari a favore delle imprese operanti in quelle aree, che già godono di condizioni di credito imparagonabili rispetto alle concorrenti dei paesi più deboli. In altre parole, una simile impostazione, farà salire (almeno parzialmente) lo spread della competitività tra le rispettive aree economiche, già profondamente compromessa. Il tutto mentre i paesi più bisognosi (e ad un passo dalla bancarotta) sono costretti ad indebitarsi sui mercati e a tassi di interesse insostenibili per finanziare il fondo ESM.”
Se a ciò s’aggiunge che gli obblighi derivanti da tali trattati si intersecano con la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, ne esce fuori uno scenario di legalità dittatoriale in cui ben poco si dovrebbe gioire con la Carta fondamentale in mano…

Ciò che a me piace spesso appellare come “cretinismo legalista” della riflessione a sinistra è stato ben snocciolato da un articolo del collettivo “Senza Tregua”, che mi pare riprendere i prolegomeni della riflessione che già io feci nel mio articolo “Quale legalità è vicina a chi soffre?”. Nel pezzo “Quale rapporto a sinistra tra legalità e giustizia” Senza Tregua conferma una analisi a me cara: “Quando si parla di un magistrato bisognerebbe sempre ricordare che anche la persona con il maggior senso di giustizia e le migliori intenzioni, divenendo organo dello Stato, è vincolato ad applicare una legge, quella dello Stato, che è il prodotto di interessi economici, di rapporti di forza. L’esaltazione della figura del magistrato copre il vuoto politico lasciato dalla mancanza di idee e di conseguenza di figure politiche coerenti, ma si tratta di una scorciatoia nell’immediato e di un grosso passo falso fatto a sinistra in questi anni. L’idea della neutralità del potere che ha fatto completamente dimenticare la lezione sull’essenza e sul ruolo dello Stato, e di conseguenza dei poteri che esso esprime, è penetrata con forza nell’elettorato di sinistra, insieme con il mito della legalità. Questa parola ripetuta in ogni comizio, in ogni dibattito televisivo, in ogni luogo è il peggior nemico culturale di ogni opzione di cambiamento reale.

Chi accetta la legalità accetta l’ordine imposto da questo sistema, gli interessi che lo sottendono e che si esprimono attraverso la legge. La delocalizzazione delle fabbriche è legale, la loro occupazioni no, la precarietà è legale, lo sono i licenziamenti, persino lo sciopero in determinate condizioni non lo è. Legalità è la tutela della proprietà privata dei grandi patrimoni, anche a scapito del diritto alla casa di centinaia di migliaia di persone. È legale un governo non eletto da nessuno, ogni misura presa dall’Unione Europea. Sembrerebbe un concetto retorico e scontato ma forse serve ripeterlo ogni tanto: la legalità è strumento dell’oppressione di classe.
E’ chiaro allora che chi si rinchiude nel recinto della legalità, come sistema ideale prima ancora che pratico, come orizzonte prima ancora che azione, rinuncia ad ogni alternatività al sistema. Sa bene che solo un cambiamento rivoluzionario può rompere questo meccanismo, ma aggiunge l’aggettivo civile, rinchiudendo nel recinto della legalità, anche l’idea di rivoluzione e quindi tradendola.”.

Bella questa chiosa, perché racchiude in se la vera questione: la perdita di una chance importante da parte di un movimento comunista e popolare che voglia dirsi tale; la crisi ci ha offerto l’occasione scientifica di dimostrare l’inadeguatezza di un sistema a governare i rapporti tra gli uomini. Ci offre per la prima volta la vera parte nascosta della medaglia: un sistema fondato sul furto e sul reciproco danneggiamento. La concorrenza altro non è che un uccidersi con leve economiche per permettere a chi vince di papparsi il bottino o di godere la schiavitù. Questo sistema è garantito dalla legge, ed anche qui la crisi lo dimostra per la prima volta in modo evidente: UE,NATO, MES, FISCAL COMPACT, ma anche le legislazioni borghesi sul lavoro, la casa, le banche, la proprietà privata, gli interessi finanziari. C’è un intero sistema che si poteva finalmente denunciare, unendo tutti i proletari e tutti coloro che il sistema proletarizza con un fisco rapace e onniveggente. Si perde questa opportunità per rifugiarsi nell’elegia di una legalità che ormai rappresenta le classi sociali che vivono grazie ad essa, in forza di essa.
Ogni velleità di giustizia sociale sostanziale è abbandonata in nome della legalità formale, come se la forma si facesse morale e non fosse l’etica, quella proletaria che debba affermare la sua nuova forma.

Se così è, bensì comprende come l’avventura di Rifondazione Comunista e del PdCI all’interno del cartello Ingroia sia l’apice del dissolvimento del potenziale rivoluzionario residualmente detenuto dai comunisti che a loro si affidano. Un dissolvimento che avviene ancora una volta nelle mani del sistema borghese, in una lista capeggiata da un componente della media borghesia, insieme a forze populiste che hanno legittimato l’attuale dittatura dell’Unione Europea sui popoli dell’Europa.
Più che una cavalcata verso il sol dell’avvenire, si dovrebbe parlare di tramonto in arancione. Il che fa venire in mente di rispondere a questi comunisti, tanto per abusare di citazioni di dottrina marxista, con una strofa sull’adagio del motivo “Bartali” di Paolo Conte: ” e tramonta questo giorno in arancione/ e si riempie di ricordi che non sai/ ed io voglio restar qui sullo stradone/ impolverato, SE TU VUOI ANDARE VAI!”

Resta da analizzare quale debba essere l’atteggiamento alternativo di un partito comunista nei confronti dell’appuntamento colle urne in un sistema elettorale che tende ad escludere ogni voce di protesta non assistita da una grande base finanziaria che deriva dalla precedente presenza nel consesso istituzionale ovvero dagli ingenti fondi stanziati dai gruppi di interesse . Occorre allora ancora una volta dar sostanza allo slogan: ritornare tra la gente, ripartire dalle lotte.

Se è vero che il parlamento conferisce la possibilità mediatica migliore per la propaganda del programma comunista, non è nemmeno vero che il rapporto territoriale con le categorie in difficoltà sia scevro di possibilità comunicative.

Non basta però il mero convegnismo o volantinaggio, non basta nemmeno il presenzialismo alle manifestazioni di protesta, in cui il manovratore di turno tenta di censurare la tua partecipazione e la tua analisi del conflitto.

La proposta alternativa di costruzione del contro potere non può essere che quella Leninista: al posto di delegare il potere a chi ti tradisce, lotta con noi per riprendertelo! Fai ciò attraverso la creazione di un fronte popolare di lotta che si aggreghi e combatta per un obiettivo.

Occorre ricominciare a farsi promotori di riunioni tra cittadini e classi proletarie intorno a un problema comune. Qui torna davvero utile il Marx che spiega la genesi delle coalizioni operaie:
” La grande industria – scrive il filosofo – agglomera in un solo luogo una folla di persone sconosciute le une alle altre, la concorrenza le divide nei loro interessi, ma la difesa del salario, interesse comune ch’esse hanno contro il padrone, le riunisce in un’unica idea di resistenza-coalizione. la coalizione operaia ha dunque un duplice scopo: sospendere la concorrenza fra lavoratori per potere fare una concorrenza generale al capitalista. se il primo scopo di resistenza era solo il mantenimento dei salari, man mano che i capitalisti si riuniscono a loro volta a fini di repressione, le coalizioni operaie, dapprima isolate, si raggruppano e, di fronte al capitale, sempre unito, per i lavoratori la difesa dell’associazione diventa più necessaria che quella dei salari. Arrivata a questo punto, la associazione prende carattere politico…”

Occorre dunque promuovere delle coalizioni di resistenza di tutti coloro che sono calpestati dalla legalità, non solo dall’illegalità. L’interesse comune, unirsi per resistere all’ingiustizia, diventerà pian piano anche l’interesse comune ad avere e promuovere una legalità diversa, una giustizia sociale, la quale può realizzati attraverso la sostituzione del sistema esistente con quello alternativo del socialismo.

 

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