Un po’ di storia

Proseguiamo la pubblicazione di materiali e riflessioni sulla storia dei comunisti in Italia.

In questo caso presentiamo materiali relativi a due questioni.

La prima in ordine di tempo è quella relativa ad un documento che oggi è volgarmente conosciuto come l’”Appello ai fratelli in camicia nera” e viene comunemente attribuito a Togliatti. Questo documento venne pubblicato nel 1936 su “Lo Stato operaio”1 come appello del Pcd’IPer la salvezza dell’Italia e la riconciliazione del popolo italiano”. In calce all’appello furono apposte le firme di tutti i dirigenti del Pci, la maggioranza dei quali, però, si trovava allora nella pratica impossibilità di firmare o aderire preventivamente, in quanto riparati all’estero, al confino o in carcere. Togliatti in quel periodo si trovava a Mosca come membro della segreteria dell’Internazionale Comunista e non ricopriva più responabilità dirigenti nel Pci. La paternità di questo documento viene oggi attribuita a Ruggero Grieco, allora segretario generale del partito. Riportiamo un brano al riguardo pubblicato da Pietro Secchia in “Il Partito comunista italiano e la guerra di Liberazione 1943-1945”.

La seconda questione che affrontiamo è relativa alle posizioni espresse dai gruppi cosiddetti bordighiani nei confronti della Guerra di Liberazione dal nazifascismo e dei Partigiani. Questi gruppi, formati dai seguaci di Bordiga ed espulsi dal Pcd’I, si costituiscono in partito nel 1943 ed esprimono una linea politica apertamente ostile alla Guerra di Liberazione e ai partigiani considerando la guerra contro la Germania nazista uno scontro tra potenze imperialiste nel quale i proletari non dovevano parteggiare per nessuna delle parti in lotta.

  1. A proposito dell’appello del Pcd’I “Per la salvezza dell’Italia e la riconciliazione del popolo italiano”, in Pietro Secchia “Il Partito comunista italiano e la guerra di Liberazione 1943-1945” (pag. 31-34).

“I rapporti politici che periodicamente trasmettevamo a tutta la catena dell’organizzazione erano assolutamente fedeli all’analisi, alle prospettive, alla linea politica del partito: ciò non escludeva che tra alcuni di noi i problemi venissero approfonditi, dibattuti e considerati anche sotto altri aspetti e si arrivasse talvolta anche a conclusioni parzialmente diverse da quelle ufficiali, conclusioni che restavano, tuttavia, nel chiuso di una ristretta cerchia di dirigenti particolarmente affiatati tra di loro.

Ad esempio, quando nell’autunno del 1936 ci pervenne l’appello del partito: Per la salvezza dell’Italia e la riconciliazione del popolo italliano, pubblicato su Lo Stato operaio, il suo contenuto provocò larga discussione tra tutti i compagni; il nostro comitato direttivo difese e sostenne l’indirizzo del manifesto e lo popolarizzò a tutti i gradini dell’organizzazione, sia pure attenuandone i passaggi più indigesti. Ma tra di noi del direttivo ed alcuni compagni a noi più vicini l’appello fu discusso, e si manifestò apertamente, su alcune parti del manifesto stesso, il nostro dissenso che decidemmo di fare conoscere al centro estero del partito. Il manifesto additava nei grandi capitalisti, nei gruppi monopolisti, i nemici del popolo e concludeva:

Solo la unione fraterna del popolo italiano, raggiunta attraverso la riconciliazione tra fascisti e non fascisti, potrà abbattere la potenza dei pesciecani nel nostro paese, e potrà strappare le promesse che per molti anni sono state fatte alle masse popolari e che non sono state mantenute.

Ma la parte che a noi suonava più ostica e meno accettabile era quella che aveva per titolo I comunisti fanno proprio il programma fascista del 1919, che è un programma di libertà.

Dopo aver affermato che

la vittoria del programma dei comunisti in Italia sarà la libertà assicurata dalla disciplina cosciente del popolo padrone dei propri destini, sarà il pane e il benessere e la cultura garantiti a tutta la popolazione lavoratrice, sarà la politica della pace e della fraternità tra i popoli, garantita dal popolo al potere,

l’appello aggiungeva:

Ma questo programma non potrà essere realizzato se non con la volontà del popolo. Oggi il popolo non vede ancora possibile la lotta per tale programma. Ogi il popolo vuole risolvere i problemi più urganti del pane, del lavoro, della pace, della libertà per tutti; e noi siamo col popolo, e facciamo appello alla sua unione e alla sua riconciliazione per la conquista di queste rivendicazioni indilazionabili.

Il programma fascista del 1919 non è stato realizzato! Noi comunisti facciamo nostro il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori e vi diciamo: Lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma. (…)

Fascisti della vecchia guardia! Giovani fascisti! Noi proclamiamo che siamo disposti a combattere insieme a voi ed a tutto il popolo italiano per la realizzazione del programma fascista del 1919, e per ogni rivendicazione che esprima un interesse immediato, particolare o generale dei lavoratori e del popolo italiano. Siamo disposti a lottare con chiunque voglia davvero battersi contro il pugno di parassiti che dissangua e opprime la nazione e contro quei gerarchi che li servono.

Perché la nostra lotta sia coronata da successo dobbiamo volere la riconciliazione del popolo italiano ristabilendo l’unità della nazione, superando la divisione criminale creata nel nostro popolo da chi aveva interesse a spezzarne la fraternità. (…)

diamoci la mano, figli della nazione italiana! Diamoci la mano, fascisti e comunisti, cattolici e socialisti, uomini di tutte le opinioni. Diamoci la mano e marciamo fianco a fianco per strappare il diritto di essere cittadini di un paese civile qual’è il nostro.

Come sempre avviene in ogni momento di grande “svolta”, per la necessità di fare rapidamente assimilare la nuova politica, si insiste fortemente soltanto su determinati aspetti, passando da una esagerazione all’altra. Dopo il VII Congresso dell’IC, nella gara a chi era più bravo a scoprire le tradizioni patriottiche di cui eravamo eredi, i comunisti francesi risalirono a Giovanna d’Arco e noi ci impossessammo di tutti gli eroi del Risorgimento sino ad arrivare a fare nostro il programma fascista del 1919.

comprendevamo perfettamente la sostanza e l’obiettivo della nuova impostazione: unire tutte le forze (anche quelle che erano state od erano ancora fasciste in buona fede) per rovesciare il regime fascista prima che portasse l’Italia alla catastrofe. Ma il problema avrebbe dovuto essere posto con maggiore serietà e senza tali sbandamenti che anziché unire servivano a creare confusione ed a fare apparire le nostre posizioni puramente strumentali.

Un partito, e per di più un partito comunista, non può mai, a meno di voler fare una politica senza principi, far proprio il programma del partito suo diretto antagonista. Il programma fascista del 1919 era senza dubbio un programma demagogico, conteneva molte rivendicazioni che davano soddisfazione ai lavoratori ed alla piccola borghesia quali: salario minimo assicurato agli operai, terra ai contadini, nazionalizzazione di tutte le fabbriche d’armi e munizioni, imposta straordinaria sul capitale con tassi progressivi allo scopo di arrivare ad una espropriazione parziale delle ricchezze, revisione di tutti i contratti di forniture di guerra e sequestro fino all’ottantacinque per cento dei sopraprofitti di guerra, suffragio universale a scrutinio regionale che assicuri la rappresentanza proporzionale degli elettori e la partecipazione della donna alla vita politica, abolizione del Senato, creazione di una milizia nazionale (al posto dell’esercito attuale) ecc. ecc. Ma queste rivendicazioni dovevano servire soltanto come bandiera, allo scopo di illudere e ingannare le masse: non avevano alcuna base di serietà, tant’è che, conquistato il potere, rimasero sulla carta e Mussolini non fece mai nulla per attuarle, sia pure soltanto in parte.

Il PCI poteva agitare alcune delle rivendicazioni di libertà contenute nel programma fascista del 1919, ma non poteva assolutamente fare proprio il programma fascista del 1919!

Come poteva il PCI fare proprio il programma di quel partito sorto con la bandiera dell’anticomunismo più forsennato e con l’obiettivo ben preciso di distruggere con la violenza le organizzaizioni comuniste, socialiste e democratiche?

L’appello additava giustamente i grandi industriali, i monopoli, i grossi agrari come responsabili delle miserie e dell’oppressione del popolo italiano, ma non si diceva mai una sola volta che il governo fascista, il governo di Mussolini, era il governo dei monopoli e dei grandi industriali. Si taceva che quel governo fascista doveva essere rovesciato, non si mettevano in luce gli stretti legami tra fascismo e grande capitale: in tal modo si creava l’equivoco che fosse possibile avere tutti i fascisti, compresi gli alti gerarchi ai vari livelli, nella lotta contro il dominio dei monopoli e del grande capitale. Prima, negli anni 1927-29, avevamo commesso l’errore di stabilire un’assoluta identità fascismo=capitalismo; ora, dopo la svolta del VII Congresso dell’IC, si cadeva nell’estremo opposto, quello di considerare i fascisti come massa compatta, mentre, al contrario, molte erano le stratificazioni che andavano dai ministri e dai più alti gerarchi (Mussolini, Ciano, Volpi, ecc.), legati a filo doppio col grande capitale, sino ai piccoli gerarchi di provincia, ai podestà dei piccoli comuni, ai dirigenti locali dei sindacati fascisti ed a tutti quelli che lavoravano nelle officine e nelle campagne e pertanto erano assai più vicini alle condizioni ed alla vita del popolo.

Pur comprendendo che quell’impostazione corrispondeva alla volontà ed alla necessità di fare una politica molto larga, di unire il popolo italiano, di riuscire a realizzare il fronte popolare e conquistare le nuove generazioni, che senza dubbio dovevano essere molto influenzate dal fascismo (dopo la “conquista” etiopica, il regime era all’apice della sua potenza), giudicavamo tuttavia alcune formulazioni contenute in quel manifesto assolutamente sbagliate.

Queste le considerazioni che francamente esprimemmo in una lettera al centro estero del partito. Soltanto dopo molto tempo ricevemmo una breve risposta cifrata nella quale ci si diceva che il “vecchio” (Togliatti) concordava con le critiche da noi mosse.

Togliatti in quegli anni si trovava a Mosca, era uno dei membri della segreteria dell’IC e non aveva più la responsabilità di dirigere il PCI. Alla testa del PCI e quali componenti la sua segreteria vi erano Ruggiero Grieco, Giuseppe Berti, Giuseppe Di Vittorio. Se non andiamo errati, anche da Mosca furono mosse critiche all’impostazione e ad alcune parole d’ordine contenute in quel manifesto.”

2. Il “ruolo” dei bordighiani nella Guerra di Liberazione dal nazifascismo.

La cosiddetta Sinistra italiana, il cui massimo esponente fu Amedeo Bordiga e che si era opposta alla bolscevizzazione del Partito, solidarizza con l’opposizione di Trotzky all’interno del partito comunista russo.

Nel 1927 la Sinistra italiana all’estero si riunisce in Frazione, e nel 1928, forma ufficialmente la Frazione di sinistra dell’Internazionale comunista e pubblica la rivista Prometeo.

La Sinistra comunista italiana nel 1943 si costituisce in Partito Comunista Internazionalista. Organi di stampa saranno inizialmente Prometeo clandestino e poi Battaglia comunista.

Il giornale bordighista Prometeo, ebbe un atteggiamento sempre avverso alla lotta partigiana, anzi alla lotta antifascista. Nel numero del 1° novembre 1943 il giornale denunciò il blocco antifascista come fattore narcotizzante degli ideali proletari e non esitò a dichiarare che “entrambi i belligeranti (non erano che) facce diverse di una stessa realtà borghese, da combattere entrambi”.

L’ostilità verso i partiti antifascisti è totale e “implica lotta aperta contro i partiti tradizionali socialisti e centrista (termine con cui i “bordighiani” indicavano il Pci), che del fermento anti-tedesco e antifascista ha fatto motivo di collaborazione imperialista e di tradimento del proletariato”.

La definizione dei partigiani come “un’arma di cui la borghesia si serve per accecare l’operaio2 ed il conseguente appello rivolto agli operai affinché disertino la guerra e non aderiscano alle bande partigiane antitedesche, non poteva non apparire agli occhi di coloro che erano impegnati in una lotta all’ultimo sangue contro il nazifascismo come una vera e propria dichiarazione di guerra; e come tale non poteva venire ignorata.

Si arriva al paradosso che la politica dei “sinistri” è valutata positivamente solo dalla stampa fascista: “I comunisti dissidenti contano tra di loro intelligenze indubbiamente superiori a quelle dei funzionari che servono la politica imperialistica del Cremlino. Il prof. De Luca, Fortichiari, Onorato Damen, Bruno Maffi, i fratelli Venegoni3 e molti altri , raccolgono in questo momento adesioni sempre più numerose tra gli iscritti al partito ufficiale, che vede verificarsi nei suoi ranghi uno sbandamento di giorno in giorno più grande”. (“La sera”, 9 giugno ’44)

Nei numeri successivi Prometeo si dichiarava contrario alla Russia di Stalin e al tempo stesso metteva in guardia contro la lotta antitedesca mentre era ancora intatto l’imperialismo inglese. Nel numero di marzo 1944 scriveva che “all’appello del centrismo di raggiungere le bande partigiane si deve rispondere con la presenza nelle fabbriche…”, presenza non certo rivolta ad organizzare la lotta e il sabotaggio contro i nazifascisti4.

La scelta di campo del Partito Comunista Internazionalista (di cui Prometeo era l’organo), è precisa: nel dicembre 1944 il suo Comitato Esecutivo invitò i proletari alla battaglia “1°) nei confronti del fascismo, 2°) nei confronti della democrazia, 3°) nei confronti del centrismo” (ovvero del Pci). Scritti e volantini venivano diffusi nell’Italia occupata: “Ai proletari deviati verso la guerra partigiana, il Partito si rivolge chiamandoli alla diserzione ribellandosi alla disciplina militare. Il P. farà capire a questi proletari la loro falsa posizione nei confronti dei loro interessi ed inoltre il mortale pericolo, in cui essi si trovano, di farsi massacrare in una lotta impari con un organismo ancora in efficienza quale il militarismo tedesco. Chiamandoli alla diserzione indicherà loro la posizione di attesa difensiva, unico atteggiamento che potrà dare loro la possibilità di partecipare alla grande battaglia di classe nel prossimo domani”; “In questa atmosfera di attesa della prossima fine del conflitto, il Comitato di Liberazione lancia nuovamente, specialmente per mezzo del Partito Comunista Italiano, i suoi incitamenti alle masse operaie di prepararsi all’insurrezione contro il nazi-fascismo. Noi definiamo provocatoria tale propaganda ed affermiamo che se la classe operaia commettesse l’ingenuo errore di insorgere contro le truppe germaniche andrebbe incontro ad un massacro terribile5.

In quelle condizioni, con i comunisti che cadevano sotto il fuoco dei nazifascisti, le dichiarazioni di attesismo ed equidistanza di Prometeo non potevano certo venire considerate come un dibattito in un circolo culturale, quanto piuttosto come un aperto sostegno al nemico. Illuminante è il giudizio che di quel giornale diedero i collaboratori di Mussolini nei loro rapporti al Duce: “Lotta dunque apertamente anche contro i “partigiani”, il Comitato di Liberazione Nazionale e il Partito Comunista Italiano.”6.

Il Partito comunista internazionalista.

Alla fine del 1942 Onorato Damen (1893-1979)7, espulso dal Pcd’I nel 1929, insieme a Bruno Maffi (1909-2003)8, proveniente dal movimento socialista e da Giustizia e Libertà, diedero vita al Partito Comunista Internazionalista che vide alla fine del conflitto la confluenza di tre gruppi: 1) quello guidato da Damen e Maffi, presente soprattutto in Lombardia e Piemonte, che diede vita al partito e fissò le sue linee programmatiche. 2) La Frazione di sinistra dei Comunisti e dei socialisti italiani al centro sud. 3) La Frazione all’estero dei comunisti costretti ad espatriare dal fascismo, presenti soprattutto in Francia e Belgio, ma anche a New York. Amadeo Bordiga (1889-1970), espulso dal Pcd’I nel 1930, non aderì formalmente al Partito Comunista Internazionalista, pur scrivendone la Piattaforma politica, le Tesi della Sinistra, e svolgendo un’intensa partecipazione al lavoro di Prometeo e Battaglia Comunista.

Nel dopoguerra emersero quindi divergenze, prima pratiche poi teoriche, riguardanti la natura sociale dell’URSS, le prospettive della fase in corso, l’organizzazione e il ruolo del Partito e dei sindacati. Damen sosteneva inoltre che la situazione potesse avere una rapida evoluzione, alla quale occorreva prepararsi rafforzando il Partito e facendosi parte attiva nei movimenti di lotta proletaria. A questa tendenza, definita “attivista”, si opposero Amadeo Bordiga e Bruno Maffi (tendenza definita “attesista”).

Al Secondo congresso del Partito (Milano, 1952), avvenne la separazione: la tendenza di Damen conservò le testate storiche (Battaglia Comunista e Prometeo), mentre l’altra tendenza iniziò la pubblicazione del quindicinale il Programma Comunista, comeorgano di stampa del Partito Comunista Internazionale.

Il 16 dicembre 1956 si svolse a Milano una manifestazione a cui aderirono il PCInt.-Battaglia Comunista, Azione comunista, i Gruppi comunisti rivoluzionari e i Gruppi Anarchici di Azione Proletaria. In breve i Gruppi comunisti rivoluzionari e il PCInter.-Battaglia Comunista si dissociarono, mentre Azione comunista e i Gruppi Anarchici di Azione Proletaria, il primo maggio 1957, diedero vita al Movimento della sinistra comunista.

Nel 1964 in seguito ad una scissione milanese da Programma Comunista nacque il PCInt-Rivoluzione Comunista dal quale, alla fine del 1965, si separò il Gruppo comunista internazionalista che pubblicò la rivista L’Internazionalista (1975-1990). Nel 1974, ci fu la rottura con le sezioni fiorentine del partito, sotto la guida di Giuliano Bianchini che diede vita al Partito comunista internazionale – Il Partito Comunista (da cui uscirà un gruppo che darà vita nel 2000 a Materialismo Dialettico). Alla fine degli anni ’50 Programma Comunista aveva assunto una dimensione internazionale costituendosi in altri paesi d’Europa a cominciare da Francia e Belgio. Tra il 1975 e il 1981 riusciva a pubblicare giornali in italiano, francese, inglese, tedesco, spagnolo, portoghese, olandese, arabo e farsi. Tra il 1982 e il 1983 Programma Comunista subì una serie di scissioni a livello internazionale. In Italia uscì un gruppo che diede vita a Combat – Per il Partito Comunista Internazionale e si sciolse nel 1987. Da Combat si separò un gruppo che diede vita a Il Comunista. La sezione francese, denominata PCInt Programme communiste pubblicava la rivista teorica Programme comuniste. Qui venne pubblicato sul n. 11 dell’aprile del 1960 l’articolo “Auschwitz ou le grand alibi” nel quale possiamo leggere: “La stampa di sinistra ci mostra nuovamente che il razzismo, ed essenzialmente l’antisemitismo, costituisce in un certo senso il Grande Alibi dell’antifascismo: è la sua bandiera favorita e al tempo stesso il suo ultimo rifugio nella discussione. Chi resiste all’evocazione dei campi di sterminio e dei forni crematori? Chi non si inchina davanti ai sei milioni di ebrei assassinati? Chi non freme davanti al sadismo dei nazisti? Tuttavia siamo di fronte a una delle più scandalose mistificazioni dell’antifascismo, e per questo dobbiamo smontarla”9.

1 Lo Stato operaio, rivista del Partito comunista d’Italia, fondata nel 1925.

2 “Prometeo” n. 1, novembre 1943*

La nostra via

La crisi scoppiata fulminea su la scena politica italiana dopo venti anni di regime fascista, ha posto in luce la gravità del malessere sociale che investiva ormai in pieno non solo la responsabilità di questo o quell’uomo politico, questo o quell’organismo, ma il sistema intero nella sua classe dirigente, nelle sue istituzioni e nella sua struttura economica e politica. Era cioè visibile anche all’occhio meno esperto nell’analisi dei fenomeni sociali, che l’ossatura capitalistica era stata colpita a morte, mentre le sue forze politiche andavano esaurendosi ignominiosamente in una spassosissima sequela di tradimenti, di viltà e corruzione.

Il proletariato sentiva finalmente ruinare attorno a sé l’impalcatura oppressiva dell’organizzazione borghese e vedeva, forse per la prima volta, spezzati i suoi centri nervosi quali l’esercito, la magistratura e la pubblica sicurezza! Sembrava la fine non solo del fascismo, ma del sistema economico che l’aveva reso possibile, eppure non si trattava che del primo atto di un dramma sociale nel quale il proletariato avrebbe infine potuto giocare il ruolo di grande protagonista vittorioso. Abbiamo detto sembrava, perché lo sfacelo abbattutosi sul nostro paese, pur mostrando in atto quel processo di decomposizione e di sfaldamento, condizione prima ed essenziale alla ripresa dei conflitti di classe, tuttavia non esprimeva, né poteva esprimere sul piano politico, la forza rivoluzionaria capace di sfruttare ai propri fini una evidente e pur così rara situazione di favore. E non poteva esprimerla non perché la crisi non fosse assai profonda e la situazione non sufficientemente rivoluzionaria, né perché facesse difetto il suo elemento soggettivo, cioè il proletariato con la sua forza fisica e la sua intelligenza e volontà di lotta, ma soltanto perché i rapporti di forza erano obiettivamente tutt’ora in netto favore dell’avversario di classe.

Non si è voluto capire che, a somiglianza dell’episodio spagnolo, nella prima fase di questo cozzo di imperialismi il nostro paese si è trovato ad essere improvvisamente il banco di prova, l’arena tragica al secondo atto della stessa immane competizione. Era perciò vana illusione pensare alla eliminazione del fascismo con una congiura di palazzo, rimanendo in piedi e in casa nostra il colosso tedesco.

Ogni ripresa di classe, ogni lotta per la libertà e l’emancipazione del proletariato doveva necessariamente tener conto di questa dura realtà, costituita da una parte dalle forze armate tedesche con bandiera fascista e dall’altra dalle forze armate alleate con bandiera democratica. Finzione in entrambi i casi e semplice espediente tattico, necessario ai dominatori capitalisti per neutralizzare e conquistare masse sempre più vaste di proletari. La guerra moderna ha bisogno di braccia e coscienze come di carbone e di ferro.

Una condotta classista della lotta avrebbe dovuto condurre i partiti proletari, dopo una analisi approfondita della reale natura del presente conflitto, a porre sul piano ideologico e quindi politico la definizione di entrambi i belligeranti come facce diverse di una stessa realtà borghese, da combattere entrambi perché intimamente legati, ad onta delle apparenze, alla stessa ferrea legge della conservazione del privilegio capitalista e quindi lotta a fondo, mortale, contro il vero, comune nemico: il proletariato.

Invece che cosa è avvenuto? Perfettamente il contrario. Nel momento in cui era più evidente l’impossibilità per la borghesia nostrana di continuare la sua guerra, e si manovrava nelle alte sfere per evitare che la crisi aperta spingesse in primo piano il proletariato, ecco provvidenziale il blocco dei partiti antifascisti quale fattore decisivo, per tre quarti consapevole, della manovra di aggiramento e di narcotizzazione. Gli assertori dell’internazionalismo si fanno banditori della difesa nazionale (ma solo contro i tedeschi!); gli esponenti della lotta di classe disposti a considerare l’imperialismo inglese quale alleato provvisorio del proletariato. Proprio come i socialisti del ’14 che Lenin bollò come traditori. Le masse attonite e sgomente hanno abboccato all’amo della crociata anti-tedesca obbedendo in parte alla voce atavica dell’odio contro l’oppressore tedesco, sedimento lontano e incosciente formatosi nell’animo di tanti italiani e che i rivoluzionari debbono però saper individuare e vincere, perché è proprio su di esso che tutte le reazioni hanno fatto fin qui leva per le loro guerre di rapina e di sterminio.

Noi soli abbiamo osato andare contro corrente. Il nostro partito, già all’epoca della guerra civile spagnola, aveva analizzato quel moto partendo da premesse di classe, senza lasciarsi influenzare dal sentimento e da quel falso “atavismo” ribelle sempre ai limiti del pensiero marxista, che porta ad esaltare l’azione piegando all’opportunismo le idee e la teoria della rivoluzione. Solo il nostro partito riconobbe allora il carattere del moto spagnolo, destinato però ad esaurirsi se un partito rivoluzionario non fosse stato espresso a tempo dalla crisi stessa, e osò dire con rudezza che il tentativo repubblicano d’incanalare i combattenti sorti dalle barricate nelle file di un esercito repubblicano in contrapposizione a quello nazionale di Franco, significava snaturare il movimento, spostare cioè l’asse del conflitto armato dal suo terreno originario di classe a quello dell’imperialismo, su cui si erano già più o meno apertamente schierate le forze fasciste da un lato, e quelle anglo-franco-russe dall’altro. E il partito vide giusto, allora, perché la sua critica e il conseguente suo atteggiamento si facevano forti e si facevano garantiti dalla giusta interpretazione del pensiero marxista.

Ma non a caso abbiamo accennato all’analogia tra la situazione odierna del nostro paese e quella spagnola.

Riteniamo infatti che lo sfacelo borghese del nostro paese, determinato dall’andamento della guerra, non offra seria possibilità alla lotta finale del proletariato finché rimarranno sul nostro suolo truppe di occupazione, qualunque esse siano, per le quali una eventuale soluzione rivoluzionaria della crisi, che tali forze controllano, significherebbe rinuncia allo sfruttamento economico e strategico del paese.

Riteniamo d’altro canto nostro compito urgente sganciare le masse dalle influenze ideologiche e sentimentali verso questo o quel belligerante, ciò che implica lotta aperta contro i partiti tradizionali socialisti e centrista [PCI], che del fermento anti-tedesco e antifascista ha fatto motivo di collaborazione imperialista e di tradimento del proletariato.

Anche ora siamo soli a combattere la rude e difficile battaglia di classe e, fedeli alla intransigenza ideale e alla tradizione del movimento marxista internazionalista, ci prepariamo alle lotte assai prossime apprestando organi e spiriti per il trionfo del proletariato, lasciando ai rivoluzionari… della difesa nazionale il compito ben più facile d’aspettare dagli inglesi la vittoria sui tedeschi e sul fascismo, e la tanto agognata ricompensa di un governo popolare.

Organo del Partito Comunista Internazionalista (1943-52)

http://www.leftcom.org/it/articles/2006-04-01/la-commemorazione-borghese-del-25-aprile-e-le-illusioni-del-proletariato

L’insidia del partigianismo

Il partigianismo a sfondo nazionale antitedesco è un’arma di cui la borghesia si serve per accecare l’operaio, per distoglierlo dal suo specifico terreno di lotta… Fra due imperialismi che si combattono nel nostro paese… non v’è per noi interesse di scelta: non vogliamo combattere contro il tedesco perché l’imperialismo anglosassone vinca…. Non vogliamo combattere contro la guerra nazista per legittimare la guerra democratica sotto qualsiasi veste si nasconda. Non vogliamo che il proletariato si dissangui per amore di una patria borghese: vogliamo che lotti per la sola causa che gli interessi, la conquista del potere. Alla parola d’ordine ‘nazione contro nazione’, noi sostituiamo la parola d’ordine ‘classe contro classe’: al moto delle bande partigiane antitedesche, l’armamento del proletariato per il raggiungimento dei suoi compiti storici…Il dilemma non è di combattere nell’esercito democratico o fascista o inserirsi nelle bande partigiane: è uno solo: guerra o lotta di classe…La liberazione del proletariato sarà realizzata non da chi l’ha invitato a combattere sotto la bandiera della democrazia, ma dal solo organismo che abbia lanciato al proletariato di tutto il mondo la vera parola d’ordine rivoluzionaria: Proletari disertate la guerra, disertatela sotto qualunque maschera vi si presenti!

3Sui fratelli Venegoni occorre chiarire che furono dei valorosi combattenti antifascisti, e già in questo possiamo

rilevare il loro antagonismo con i gruppi bordighiani.

Mauro, Medaglia d’Oro, venne catturato e trucidato dalle brigate nere il 31 ottobre 1944.

Piero, dopo l’8 settembre 1943 partecipa con i fratelli all’organizzazione del movimento armato clandestino. Arrestato

nel 1944, viene deportato in Germania.

Guido, nel Pci e nella Resistenza dal 1943, è nominato responsabile politico delle Garibaldi Sap nel Vimercatese. Catturato l’11 novembre 1944 e portato a Legnano per esservi pubblicamente fucilato, si salva per l’indignazione popolare suscitata dall’assassinio di Mauro, avvenuto pochi giorni prima. Liberato, continua la lotta nella CLXXXI brigata Garibaldi. Dopo la guerra è segretario delle Camere del lavoro di Legnano, Vicenza, Bergamo e Milano e deputato al Parlamento per il Pci (1972, 1980).

Carlo, arrestato il 28 agosto del 1944 nella tipografia dove stava preparando un numero dell’Unità clandestina, è deportato nel lager di Bolzano. Evaso dal campo di Bolzano alla fine di ottobre, Carlo viene trasferito a Genova dove dirige fino all’insurrezione le Brigate Garibaldi Sap della zona centro. Nel dopoguerra ricopre importanti incarichi sindacali a Genova, a Roma e a Milano, sarà deputato del Pci dal 1948 al 1963.

4 http://www.leftcom.org/it/articles/1993-12-01/la-fine-della-guerra

Da Prometeo, 4 marzo 1944

5Materiali del Partito Comunista Internazionalista (1943-1945)

http://www.bibliotecamarxista.org/Amico/quaderno%20Amico.htm

6 http://www.leftcom.org/it/articles/1993-12-01/cinquant%E2%80%99anni-fa-prometeo-clandestino

Il giudizio degli informatori fascisti su Prometeo era il seguente:

Unico giornale indipendente. Ideologicamente il più interessante e preparato. Contro ogni compromesso difende un comunismo puro, senza dubbio trotskista, e quindi anti-stalinista. Si dichiara senza esitazione avversario della Russia di Stalin, mentre si proclama fedele combattente della Russia di Lenin. Combatte la guerra sotto ogni aspetto: democratico, fascista o stalinista. Lotta dunque apertamente anche contro i “partigiani”, il Comitato di Liberazione Nazionale e il Partito Comunista Italiano.

7 Onorato Damen (1893-1979).

Sostenne le posizioni della Sinistra Comunista Italiana, che portarono alla fondazione del Pcd’I. Nel 1925, con Luigi Repossi e Bruno Fortichiari, fu tra i promotori del Comitato di Intesa. Nel 1929 fu espulso dal Partito, con la maggior parte degli esponenti della Sinistra.

8Bruno Maffi (1909-2003).

Iniziò la sua attività politica nel movimento socialista ed entrò nel Comitato Centrale dell’organizzazione antifascista Giustizia e Libertà nel 1930. Nel 1934 fu incaricato della ricostruzione del centro socialista per l’Italia. Nel 1935 venne arrestato e conobbe in carcere alcuni esponenti della sinistra del Partito Comunista d’Italia. Dal 1936 si allontanò progressivamente dall’antifascismo democratico avvicinandosi a quella che ormai era definita Sinistra Comunista Italiana (1938).

9Sul n. 11 dell’aprile del 1960 di Programme communiste: “Auschwitz ou le grand alibi”

http://laizquierdaitaliana.blogspot.it/2011/09/auschwitz-ovvero-il-grande-alibi.html

http://www.international-communist-party.org/Indices/IPrCommu.htm#n11

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