Tra azzuro e arancione, meglio il rosso.

Una buona parte dei media sostengono che Milano, amministrata dagli arancioni di Giuliano Pisapia, sia ritornata ad essere la capitale economica e morale d’Italia. Questo frettoloso giudizio, dato soprattutto sulla scia del successo di pubblico che Expo 2015 ha avuto negli ultimi mesi della sua vita, non è da noi condiviso: esso cerca di far passare la tesi di una discontinuità positiva tra il governo cittadino di Pisapia e quello del centrodestra dell’azzurra Letizia Moratti.
Il sindaco arancione, oltre alla promessa di coinvolgere nell’amministrazione della città la classe lavoratrice, si era impegnato a dare risposte concrete a chi cercava una occupazione dignitosa combattendo la precarietà e offrendo prospettive di un futuro più sicuro ai giovani.
Sono gli stessi dati statistici ISTAT che smentiscono queste false promesse!
Nel 2011, quando si è insediata la giunta comunale di Pisapia, a Milano e nella sua area metropolitana il tasso di disoccupazione era del 5,8 %, aumentando negli ultimi mesi del 2015 fin quasi il 9 % insieme alle dismissioni industriali è ancora. Nel luglio 2015 sempre l’ISTAT ha pubblicato un rapporto sulla povertà assoluta e relativa dove risulta che le due forme di povertà, prese insieme, sono cresciute, coinvolgendo il 15% della popolazione metropolitana (circa 480 mila abitanti).
In base ai dati della Camera del Commercio risulta che nel periodo dell’amministrazione Pisapia circa 9.000 imprese hanno abbandonato le sedi nel capoluogo lombardo e circa 20 mila attività commerciali hanno chiuso per sempre le serrande.
Il coinvolgimento della classe lavoratrice alle scelte di governo della città si è ridotta alla consultazione dei residenti su come spendere le magre cifre marginali, appositamente previste nel bilancio comunale, pomposamente definito, “partecipato”. Milano è diventata una delle città più care d’Europa anche grazie alle tasse comunali applicate in genere con gli indici di legge più elevati.
L’emergenza casa per i ceti sociali meno abbienti è stata quasi totalmente elusa. Sono circa 26 mila le famiglie in lista d’attesa che hanno richiesto un alloggio di proprietà pubblica, senza nulla ottenere, mentre esistono sfitte circa 9.500 unità immobiliari: 3.000 di proprietà comunale e 6.500 dell’ALER, da ristrutturare e in parte occupate abusivamente.
L’Expo, di cui ancora non abbiamo un bilancio consuntivo pubblicato, aldilà delle nostre critiche, non è comunque un evento che va attribuito agli arancioni; esso è stato definito quasi integralmente durante la gestione dell’ex sindaco Letizia Moratti, con Giuseppe Sala, direttore generale della sua amministrazione comunale. La stessa cosa si può dire per il vigente Piano di Governo del Territorio (PGT) di Milano, e per la sistemazione della Darsena. Quando invece gli arancioni hanno cercato di fare qualcosa di importante per proprio conto hanno “ciccato” miseramente. Per tutti valga l’esempio del piano di trasformazione d’uso delle aree di 7 scali ferroviari dismessi (1 milione e 300 mila metri quadrati) clamorosamente bocciato dal consiglio comunale perché prevedeva anche la realizzazione di insediamenti residenziali per circa nuovi 20 mila abitanti, con alloggi alla portata dei soli ceti sociali medio-ricchi.
Sulla qualità ambientale della vita a Milano, ricordiamo solamente che, con la Moratti o con Pisapia, la città è rimasta fra le metropoli più inquinate d’Europa, non solo dal punto di vista atmosferico, ma anche per i livelli di corruzione-collusione fra il pubblico e il privato, nonché per la presenza di infiltrazioni mafiose negli appalti e nello scambio di voti, come dimostrano molte inchieste della magistratura milanese.
In definitiva la sinistra arancione di Pisapia non ha fatto altro che portare avanti la realizzazione dei grandi progetti edilizi e della mobilità, soprattutto privata, del centrodestra di Albertini e Moratti, tendenti a rimettere in moto uno sviluppo economico egemonizzato da un blocco di potere tra le forze della rendita fondiaria urbana e quelle della speculazione finanziaria, a scapito delle attività industriali.
Niente discontinuità quindi tra le esperienze di governo del capoluogo lombardo della Moratti e di Pisapia ma una continuità, magistralmente rappresentata oggi da Giuseppe Sala, candidato sindaco del PD, che elimina qualsiasi differenza tra centrodestra e centrosinistra.
Per voltare pagina a Milano e nella Città Metropolitana Milanese occorre una rivoluzione non arancione ma rossa alle prossime elezioni amministrative; una rivoluzione rossa che dia un forte segnale a favore della classe lavoratrice e di tutti gli sfruttati, sulle cui spalle si sono fatti cadere i costi della crisi del capitalismo globalizzato.
In questo senso l’unico volto nuovo, che già di per sé introduce un incolmabile fossato con le passate esperienze amministrative milanesi, è il candidato sindaco del Partito Comunista, Tiziano Tussi, ordinario di Filosofia e Storia nei Licei, che insegna nel Liceo Scientifico Severi di Milano. Tiziano è anche iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti, nell’Elenco dei Pubblicisti della Lombardia e collabora con diversi periodici e quotidiani nazionali. Inoltre ha ricoperto nel passato le cariche di Vice-Presidente e Presidente, dell’Istituto Pedagogico della Resistenza a Milano ed è stato membro del Comitato Nazionale dell’ANPI sino al 2011.

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