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Senza lavoratori nessun antifascismo

Feb 18, 2019 No Comments by

Di seguito il testo della relazione introduttiva all’incontro tenuto a Lainate lo scorso 14 febbraio.

Ricorre quest’anno il 75° anniversario del grande sciopero generale del marzo 1944. Abbiamo deciso di ricordarlo non perché seguiamo la politica degli “anniversari”, quanto piuttosto perché questo ci permette di affrontare alcune questioni che hanno una grande rilevanza nel presente.

Oggi la rievocazione della Resistenza è diventato solo un esercizio retorico teso a ricordare le vittime, ad esaltare unicamente il coraggio dei partigiani e la forza d’animo dei condannati. Un esempio in questo senso è stata la manifestazione di alcune settimane fa alla Franco Tosi di Legnano durante la quale abbiamo distribuito un nostro volantino: anche in quel caso molta retorica, esaltazione del coraggio e della forza d’animo degli antifascisti, ma niente più.

Invece si evita sempre con cura di parlare del fascismo, di come e da chi abbia avuto origine. E allo stesso modo si ignorano i profondi ideali che spingevano alla lotta i partigiani.

La Resistenza nel suo complesso viene presentata come un grande fenomeno spontaneo; come se all’improvviso un popolo, rimasto incosciente per vent’anni, si fosse svegliato dal torpore.

Così si vuol propagandare la favoletta secondo cui allora tutti i partiti antifascisti erano a favore della lotta partigiana e tutti gli italiani stavano dalla parte dei partigiani.

Questa sorta di rievocazione leggendaria della Resistenza è ben diversa dalla realtà storica.

Ma in questa sorta di giochetto in cui tutti si scoprono antifascisti in realtà qualcuno che viene lasciato fuori c’è. E questo qualcuno sono gli stessi a cui oggi molti imputano persino i successi della Lega e nel passato anche quelli, ad esempio, di Hitler e Mussolini: ovvero la classe operaia, i lavoratori.

Forse perché considerati per definizione ignoranti, brutti, sporchi e cattivi ai lavoratori vengono sempre imputati tutti i mali e le sciagure possibili.

Anche in questo caso, però, la realtà storica è cosa ben diversa.

La verità è che il fascismo proprio tra i lavoratori, nelle fabbriche, nei quartieri operai, ha incontrato i suoi più agguerriti avversari.

E tanto più si comprende questo se si pensa che i fascisti non avrebbero potuto realizzare le loro aspirazioni di dominio e oppressione di altri popoli finché non avessero completato la loro opera nel loro stesso paese. Finché non si fossero, per così dire, garantiti le spalle.

Nel 1933, l’anno della ascesa di Hitler, con il fascismo che estendeva la sua influenza e raccoglieva consensi e sostegno tra le grandi borghesie europee, l’Internazionale Comunista (CEIC) definì il fascismo come “la dittatura apertamente terrorista degli elementi più reazionari, più sciovinisti e più imperialisti del capitale finanziario“. La definizione andava al cuore della questione definendo la natura di classe di quello che allora era un fenomeno nuovo salito al potere solo un decennio prima, in Italia, con Mussolini.

Il fascismo non fu, come vorrebbero farci credere oggi, una parentesi di pazzia, ma bensì il governo e il regime delle classi borghesi italiane.

Compito del fascismo fu quello di annientare tutte le precedenti conquiste dei lavoratori, di restaurare l’assolutismo padronale, gli arbitri, gli arresti illegali, di sopprimere il Parlamento, i diritti dei lavoratori e le libertà democratiche fino ad allora conquistate.

E la complicità dei grandi capitalisti non si fermò nemmeno di fronte alla guerra e alla successiva occupazione nazista durante la quale si misero al servizio dello stato germanico per la produzione di guerra cercando l’appoggio delle SS contro i lavoratori che lottavano per riconquistare la libertà.

I grandi capitalisti non solo fornivano ai tedeschi il materiale bellico ma anche gli uomini. In piena occupazione i grandi industriali licenziavano migliaia di operai facilitando così l’opera di razzia e di deportazione e passavano ai nazisti le liste degli operai più attivi nelle fabbriche per farli deportare nei campi della morte. Come accadde ad esempio alla Franco Tosi di Legnano.

È vero che alcuni gruppi del grande capitale tennero un atteggiamento più prudente: mentre da un lato producevano per i tedeschi, dall’altro mantenevano rapporti con la resistenza cercando, in questo modo, di garantirsi il domani. In effetti, però, cercarono di esercitare la loro influenza predicando l’attesismo e cercando di evitare le lotte dei lavoratori. A volte anche pagando le formazioni partigiane purché se ne stessero buone e si accontentassero di vivere in montagna in attesa di tempi migliori, ovvero dell’arrivo degli anglo-americani.

L’azione svolta in quel frangente dalla classe operaia non fu casuale. A differenza delle altre classi, degli intellettuali, solo una piccola minoranza di operai si iscrisse al fascismo. Per fare un paragone quando il fascismo (con decreto legge del 1931) pretese da parte dei professori universitari un giuramento di fedeltà al regime, su circa milleduecento professori soltanto in undici rifiutarono il giuramento e furono pertanto dimessi dalla carica.

La classe operaia e i lavoratori si trovarono ad essere i protagonisti della Resistenza non perché così piacesse a questo o a quell’altro partito, ma perché la loro posizione economica e politica e lo sviluppo della lotta sociale li portò a difendere il loro diritto alla vita, i loro interessi di classe. E per questo si posero alla testa della lotta per la liberazione contro il fascismo, per la libertà e l’indipendenza nazionale conquistandosi il consenso e la collaborazione di tutto il popolo.

E fu così perché furono gli operai a pagare in massima parte le spese della guerra e dell’occupazione nazi-fascista.

Alla fine del 1943 le città erano devastate dai bombardamenti. A torino su 23.000 case 10.000 furono colpite: 94.000 alloggi distrutti o danneggiati; 300.000 sfollati, metà dei quali costretti ogni giorno a spostarsi dal rifugio in campagna al lavoro nella città.

A Milano 200.000 persone persero l’alloggio; 300.000 furono gli sfollati; 80.000 vivevano in case danneggiate. A Genova gli alloggi distrutti furono 30.000 e gli sfollati 200.000.

Nel 1941 il salario degli operai aveva perso circa il 30% del suo già basso potere d’acquisto, nel ’42 la situazione si era aggravata ed il ’43 si presentava ancora peggio. Fioriva il mercato nero che però era accessibile solo a chi aveva disponibilità di denaro, non certo ai lavoratori o a chi aveva reddito fisso. La popolazione raggiungeva a stento le 950 calorie giornaliere quando oggi si calcola che un uomo medio che pratica poca attività fisica ha bisogno di circa 2000 calorie al giorno. Nelle fabbriche si lavorava 12-14 ore al giorno.

In questa situazione, come scrisse Giorgio Bocca, “il ceto operaio è per la ribellione in modo totale e naturale: vi trasferisce la sua protesta classista e le speranze; non ha egoismi da difendere, deve difendersi dalla deportazione”.

E saranno proprio gli operai a costituire il grosso delle forze partigiane, in particolare delle formazioni Garibaldi. Per fare qualche esempio, fra tutte le formazioni partigiane, nel bergamasco gli operai erano il 44%. Nel Vercellese, Valsesia, Ossola erano il 44,3%, i braccianti, salariati agricoli e contadini poveri il 32,1%. Nelle formazioni partigiane del Biellese la percentuale degli operai era ancora più alta superando il 60%.

Ma tutto questo è rilevabile solo alla fine del conflitto.

La generazione che imbraccerà le armi contro tedeschi e fascisti è nata e si è formata sotto il fascismo; è completamente priva di preparazione politica. Eppure è proprio nelle officine, nelle miniere, che nasce, più prepotentemente che altrove, il bisogno di farla finita con la guerra, di farla finita con il fascismo e anche di cambiare il mondo.

All’indomani dell’otto settembre solo ad una piccola minoranza è chiaro che, più che alla fine della guerra, si è agli esordi di una sua nuova fase.

Le prime bande partigiane sorgono più come aggregazioni caotiche che molto presto sono chiamate alla prova del fuoco. Una prova spesso conclusasi, nelle prime settimane della Resistenza, con la dissoluzione delle bande stesse. Ma le prime sconfitte sono anche il filtro con cui vengono selezionati i combattenti più capaci, destinati a reggere e continuare la lotta nelle condizioni più dure.

Le condizioni in cui sorge la Resistenza al nazifascismo sono difficilissime. Le organizzazioni sono decimate da vent’anni di feroce dittatura fascista. Basti ricordare che il 25 luglio 1943, dopo l’esautorazione di Mussolini, fra poco oltre ventimila operai della Fiat Mirafiori si contano solo una quarantina di militanti comunisti. Diventeranno cinquemila nella primavera del 1945 su sedicimila dipendenti.

Gli iscritti al Pci prima della caduta del fascismo non sono che poche migliaia: si stima circa seimila nel 1943; raggiungeranno il mezzo milione nel 1944 (di cui circa 90.000 nelle regioni settentrionali ancora occupate dai tedeschi); alla fine del 1945 saranno quasi un milione e ottocentomila iscritti.

Alla conclusione della guerra si contarono oltre 220mila partigiani combattenti. Tuttavia anche questo non si realizzò all’improvviso.

Alla metà del settembre 1943 i partigiani nell’Italia settentrionale contavano circa un migliaio di combattenti, di cui circa la metà solo nel Piemonte. Nell’Italia centrale circa 500 di cui la maggior parte nelle Marche e Abruzzo.

Qualche mese dopo, agli inizi del 1944 sulle montagne sono attivi non più di diecimila partigiani.

Anche senza considerare lo scarso armamento di cui disponevano i partigiani, è evidente la sproporzione delle forze.

Anche per questo, ad eccezione del Pci, prevalgono negli altri partiti antifascisti le spinte attesiste nella speranza che gli anglo-americani giungano presto a liberare tutto il paese. Ma questa speranza viene rapidamente delusa.

Dall’ottobre del 1943 i tedeschi sono attestati lungo la linea Gustav – al confine tra Lazio e Campania, fino alla provincia di Chieti, passando per Cassino – che viene sfondata dagli anglo-americani solo il 18 maggio 1944.

Il 22 gennaio c’è lo sbarco alleato ad Anzio che fallisce la liberazione di Roma. La capitale verrà liberata dalle forze alleate solo il 4 giugno 1944.

L’arresto dell’avanzata alleata a ridosso della linea Gustav permette alle forze di occupazione tedesche, insieme alle forze repubblichine, di dedicarsi, nel cuore dell’inverno, a rastrellamenti sistematici che investono buona parte delle forze partigiane nell’arco alpino.

Questi rastrellamenti, accompagnati da stragi di civili, vecchi, donne, bambini, villaggi dati alle fiamme, riducono al lumicino le bande partigiane presenti sul territorio ma non riescono nell’obiettivo di eliminarle completamente.

Pur tra mille difficoltà i partigiani riescono a resistere grazie da una parte al sostegno che essi ricevono dalle popolazioni locali che, sfidando le rappresaglie dei nazifascisti, forniscono approvvigionamenti, collegamenti e informazioni senza le quali i partigiani non avrebbero retto un mese in montagna.

Dall’altra sono le fabbriche il principale bacino da cui attingono mezzi e combattenti per la loro azione.

Tutta questa opera immensa non sarebbe stata possibile senza organizzazione. E soprattutto senza l’organizzazione del Partito comunista.

Senza l’organizzazione, senza il ruolo svolto dal Partito comunista non ci sarebbe stato l’impegno attivo di tutti i lavoratori nel sostenere, partecipare e promuovere la lotta in ogni forma possibile; non si sarebbe creata quell’atmosfera di guerra che si crea anche nelle fabbriche e che rende possibile il sostegno e aiuto reciproco tra i partigiani e gli operai in lotta. Senza tutto questo non ci sarebbe stato quel movimento di massa unitario che conosciamo come Resistenza.

Come scriverà Pietro Secchia: “La guerra partigiana assunse in Italia una cosi grande ampiezza proprio perché essa fu sempre, sin dal primo giorno, accompagnata, alimentata e sostenuta dalle centinaia e centinaia di scioperi, dal sabotaggio della produzione nelle fabbriche, dall’azione gappista nelle città e dalle rivolte dei contadini nei villaggi. Senza i grandi scioperi nei centri industriali, senza l’azione dei contadini e delle grandi masse popolari l’avanguardia eroica dei combattenti sarebbe rimasta isolata, i distaccamenti partigiani non si sarebbero mai trasformati in brigate e poi in divisioni, l’insurrezione nazionale non ci sarebbe stata.” (Pietro Secchia, I comunisti e l’insurrezione)

Elemento centrale che rende possibile la realizzazione di questa opera immensa è il Partito Comunista che, nella convinzione che sia necessario agire subito ed il più ampiamente e decisamente possibile, con la sua organizzazione si preoccupa di dirigere nella lotta le masse lavoratrici, di spingere all’azione tutti coloro che esitano, di combattere in ogni sede le posizioni contrarie alla lotta, di far vincere la paura. Nel farlo non si limita a lanciare proclami o appelli, ma agisce in prima fila, con il proprio esempio, preoccupandosi innanzitutto degli interessi immediati dei lavoratori e delle loro famiglie, che si apprestano ad affrontare una lotta che sarà lunga e difficile. Vi è la consapevolezza che per rendere la lotta realmente un evento di massa che coinvolga e renda partecipe tutta la classe lavoratrice è necessario promuoverla e affrontarla con ogni mezzo a disposizione anche del più isolato tra i lavoratori: dal sabotaggio della produzione e delle macchine, dei mezzi di trasporto, all’interruzione e devastazione delle linee telegrafiche, telefoniche, elettriche, l’incendio di depositi, magazzini, rifornimenti, a colpi di mano su posti e comandi tedeschi.

Come ci ricorda Secchia: “non potevamo pensare di poter sostenere, sviluppare e portare al successo il movimento partigiano soltanto dando la parola d’ordine dell’insurrezione contro i tedeschi ed i fascisti. Sino a quando non fossimo stati in grado di scatenare e dirigere l’insurrezione vittoriosa i lavoratori dovevano pure vivere e dare da mangiare ai loro bambini, dovevamo occuparci dei loro bisogni immediati. La parte più cosciente del proletariato non può mai in nessun momento, anche quando si conduce la lotta armata disinteressarsi dei problemi contingenti, delle rivendicazioni vitali che assillano i lavoratori.

Né le lotte rivendicative, durante la guerra di liberazione, erano impostate e condotte soltanto a scopo tattico e agitatorio: al contrario tendevano ad ottenere ed ottennero dei successi concreti ed immediati sia sul terreno economico che sul terreno politico.” (Pietro Secchia, I comunisti e l’insurrezione).

È solo grazie allo sviluppo organizzato della lotta armata come movimento di massa e alla difesa continua degli interessi immediati dei lavoratori che la Resistenza assume quel carattere di massa che conosciamo.

Tutto ciò diventa concreto e palpabile quando per ben otto giorni, dal 1 al 8 marzo del 1944, i due grandi centri industriali di Milano e di Torino rimangono completamente paralizzati. A Milano per tre giorni scioperano compatti non solo gli operai ma anche i tranvieri; scioperano i postelegrafonici e gli operai del Corriere della sera impedendo così l’uscita del giornale più autorevole della borghesia italiana: “lo spegnersi di quella voce assume un valore simbolico, rende concreta e tangibile per tutti i cittadini la presenza della classe operaia”. A Torino l’azione degli scioperanti viene appoggiata da quella dei Gruppi di azione patriottica, i Gap, e dei partigiani, che occupano alcuni paesi, fermano i treni, tengono comizi tra grandi manifestazioni degli operai e della popolazione. Lo sciopero si estende rapidamente nei centri industriali del Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia, Toscana, Liguria.

Oltre un milione di lavoratori scendono in sciopero sfidando le minacce e la repressione dei fascisti e dei nazisti che accorrono a difesa dei padroni. E a nulla servono la dichiarazione dello stato d’assedio delle fabbriche, la richiesta di consegnare i “sovversivi”, gli arresti, le minacce, le deportazioni, la sospensione dei pagamenti dei salari. La ripresa del lavoro avviene solo l’otto marzo, per ordine dell’unico organismo al quale nel corso della lotta gli operai riconoscono piena autorità: i comitati di agitazione degli operai.

Lo sciopero generale venne preceduto da una lunga serie di scioperi e agitazioni operaie parziali nelle fabbriche del nord nei mesi di novembre, dicembre e gennaio. Particolare importanza ebbe lo sciopero a Genova dal 16 al 20 dicembre, che vide per la prima volta organizzazioni operaie di massa di tipo militare collaborare direttamente con i Gap.

Tuttavia la gran parte di questi scioperi avevano mantenuto molti elementi di spontaneità. Al contrario lo sciopero generale venne diretto e organizzato dai comitati di agitazione e incominciò simultaneamente nelle varie regioni; fu assai più compatto e generale; assunse subito un carattere spiccatamente politico, a differenza di quelli parziali dei mesi precedenti; per la prima volta coinvolse addetti ai servizi pubblici, impiegati, studenti e contadini.

In breve, come scrisse P. Secchia “fu una dimostrazione imponente di forza e di volontà combattiva, fu un movimento di massa che non trova riscontro nella storia della resistenza europea”. E assunse “un’importanza ed un significato nazionali ed internazionali di gran lunga superiore agli obiettivi immediati che esso si poneva”. Il New York Times, il 9 marzo 1944, scrisse che “in fatto di dimostrazioni di massa, non è avvenuto niente nell’Europa occupata che si possa paragonare alla rivolta degli operai italiani”.

E quella enorme prova di forza assume un valore ancora più grande se si pensa che ad essere paralizzate per una settimana furono le industrie belliche. Il colpo alla Germania nazista non è solo diretto al suo prestigio politico ma anche alla sua forza militare. È come aver perso una grande battaglia sul campo. Inoltre forze importanti devono essere distolte dai rastrellamenti e dalla guerra contro i partigiani permettendo loro di riorganizzarsi e recuperare le forze dopo il difficile inverno.

È necessario a questo punto aprire una riflessione profonda per comprendere come tutta questa opera grandiosa sia stata possibile.

Perché è evidente a tutti come, di fronte a questi scenari, emerge con particolare rilievo l’inconsistenza politica e organizzativa dell’odierna sinistra.

La stessa organizzazione che dovrebbe contribuire alla conservazione della memoria storica di ciò che è stata la Resistenza, l’Associazione nazionale partigiani d’Italia, ha definitivamente abdicato alla propria funzione.

Lo si è avvertito chiaramente nei giorni scorsi in occasione delle varie polemiche sorte per la “Giornata del ricordo”.

Certo molti circoli locali di questa Associazione cercano ostinatamente di adempiere con coerenza al proprio compito di mantenere viva la memoria storica. Ma si tratta ormai di poche enclave incapaci di influire su una linea politica nazionale decisa altrove e che va in senso contrario.

In un suo intervento il nostro segretario Rizzo ha affermato che “sulla vicenda delle foibe ormai è impossibile esprimere in Italia un giudizio legato alla verità storica e alla contestualizzazione degli eventi” e che “chiunque affermi il vero (…) viene tacciato di negazionismo”.

Sarebbe il caso innanzitutto di ricordare agli stessi dirigenti dell’Anpi che “l’esigenza di poter svolgere delle libere discussioni costituiva un fine primario della stessa Resistenza” (Geymonat, La società come milizia, pag. 31).

Dovremmo dire anzi che l’atmosfera di libera discussione che consideriamo (anzi, sarebbe meglio dire a questo punto che consideravamo) un dato di fatto del tutto scontato e naturale era in realtà essa stessa il prodotto della lotta di Liberazione e della Resistenza.

Ormai non c’è più spazio nemmeno per la libera discussione. Non si fa più mistero di voler semplicemente ribaltare la storia trasformando le vittime in carnefici e viceversa.

E perciò risultano particolarmente offensive, per la stessa memoria dei partigiani, le parole della presidente dell’Anpi, Carla Nespolo, secondo cui replicare ai tentativi di revisionare la storia susciterebbe polemiche dannose.

La guerra di Liberazione, come tutte le guerre, ha portato con se il suo bagaglio di lutti, tragedie, orrori che evidentemente non sono mai tutti da una parte sola. Come disse il grande filosofo, nonché partigiano, Ludovico Geymonat: “le guerre non si fanno mai con i cioccolatini: le guerre si fanno sparando e facendo scorrere realmente il sangue, da una parte e dall’altra delle linee” (Geymonat, La società come milizia, pag. 47).

Un altro partigiano, non comunista, come Giorgio Bocca scrisse: “La Resistenza che nasce è destinata alla ferocia, saranno feroci anche i mansueti che ora prendono le armi per opporsi alla violenza nazista. La rassegnazione degli ebrei si conclude nelle camere a gas; contro il terrore non c’è che il terrore. Chi giudicherà la generazione a distanza di molti anni non dimentichi la prova durissima a cui fu sottoposta. Essa nasce nel secolo borghese e nei suoi rispetti: le guerre sono dei macelli che riguardano i soldati, sono faccende da militari; il resto del Paese, le città, le industrie, le opere pubbliche vanno rispettate. Ed ecco, con la guerra scatenata da Hitler, assiste ai bombardamenti delle città, alle “coventrizzazioni”, a un fronte di guerra che non ha più limiti. Ma non basta, cadono anche i rispetti del sesso e dell’età: nei territori occupati, dove si forma una resistenza, si uccidono donne e bambini. Ma non basta ancora: cade anche l’ultimo limite della razionalità: si uccide il prossimo senza ragione solo perché appartiene a una razza diversa, anzi perché si presume che le appartenga. Non c’è più difesa, non c’è altra speranza che quella di battersi.” (Giorgio Bocca, Storia dell’Italia partigiana, pag. 67)

Nel suo libro “Senza tregua” Giovanni Pesce ci ha raccontato, da comunista e da “soldato senza uniforme”, come deve essere una guerra partigiana condotta alle spalle di un nemico spietato e crudele, che ha occupato militarmente il tuo paese e dispone di una potenza di fuoco mille volte più potente della tua che usa senza risparmio contro i tuoi inermi compatrioti. Nessuna tregua può essere concessa a questo feroce nemico.

Al suo terrorismo di massa devi saper dare una dura risposta, più selettiva ovviamente, ma implacabile. Nessuno dei suoi delitti deve rimanere impunito. Lo devi colpire ovunque, “senza tregua”, appunto, e con qualsiasi mezzo.

Quando non c’è più posto per le armi della critica, devi passare alla critica delle armi.

Mio padre fu compagno di lotta partigiana di Gillo Pontecorvo, l’autore del film “La battaglia di Algeri”. Egli raccontava come nel 1966, all’uscita del film, Pontecorvo gli disse che tra le tante ragioni che lo avevano spinto a raccontare la resistenza del popolo algerino, aveva il fondato timore che, prima o poi, tutte le guerre di liberazione, inclusa quella che avevano combattuto insieme, sarebbero state catalogate come terrorismo, criminalizzate e poi dimenticate.

A casa ho un Certificato di Patriota, un riconoscimento rilasciato nel 1945 a molti partigiani, quello di mio padre porta il numero 247.180, che porta la firma del Maresciallo Alexander, comandante in capo delle forze alleate del Mediterraneo centrale. In esso si scrive: “Nel nome dei governi e dei popoli delle Nazioni Unite, ringraziamo Ricaldone Sergio di Pietro di avere combattuto il nemico sui campi di battaglia, militando nei ranghi dei partigiani, tra quegli uomini che hanno portato le armi per il trionfo della libertà, svolgendo operazioni offensive, compiendo atti di sabotaggio, fornendo informazioni militari. Col loro coraggio e con la loro dedizione i patrioti italiani hanno contribuito validamente alla liberazione dell’Italia e alla grande causa di tutti gli uomini liberi”.

In parole povere, lo stesso maresciallo britannico che aveva invano invitato i partigiani ad abbandonare la lotta nell’inverno 1944/45, li ringraziava per avere compiuto attentati, colpito con vari mezzi i soldati e le retrovie del nemico, sabotato le comunicazioni, spiati e segnalati i movimenti delle truppe occupanti. Tutte pratiche che, come notava mio padre, fanno inorridire chi è nato e cresciuto lontano da quei drammatici momenti di estrema violenza.

E in tutto questo emerge la natura profondamente ipocrita di tutti coloro che magari esaltano il coraggio e la forza d’animo di coloro che combatterono nella Resistenza e allo stesso tempo condannano i metodi e i mezzi necessari per combatterla.

Non è certo porgendo l’altra guancia che i partigiani hanno sconfitto il fascismo.

Ma ormai la nostra sinistra, in nome dei principi della non violenza, ha rinunciato alla realtà storica finendo di fatto coll’avallare il revisionismo più becero impregnato fino al midollo della peggiore propaganda anticomunista.

Questa sinistra è ormai concentrata solo nella ricerca di una visibilità che giustifichi la propria esistenza. Una sinistra ormai capace di manifestare segni vitali solo per rincorrere organizzazioni neofasciste che dettano le regole della sua azione politica. Una sinistra che è ormai solo l’ombra di se stessa.

Abbiamo ricevuto accuse di settarismo per la nostra scelta di non partecipare più alla manifestazione nazionale del 25 aprile.

Occorre dire su questo che è innegabile che a quella manifestazione parteciperanno migliaia di persone sinceramente preoccupate per la deriva autoritaria che attraversa il nostro paese. Non serve un mago, viste le condizioni politiche in cui versa il paese, per prevedere per il prossimo 25 aprile una vasta partecipazione.

Tuttavia quella data non è un evento isolato. Assume anzi un particolare rilievo sia per la vicinanza con le elezioni europee, sia perché sarà il culmine di una campagna antifascista condotta dal Pd nell’ultimo anno. Una campagna antifascista che rincorre però solo gli aspetti esteriori del fascismo, la sua estetica. Guardandosi bene dall’affrontare le sue radici. Ma il fascismo non è fatto solo della sua estetica ed è cosa ben più profonda e radicata delle organizzazioni dichiaratamente neofasciste.

Si è costituito un moderno “fronte” antifascista che va dal Pd, dalla Cgil fino a Rifondazione, ai centri sociali. Lo stesso Pd che difende gli interessi di industriali e banchieri; la stessa Cgil al cui ultimo corteo ha partecipato la confindustria. Non possiamo non ricordare che proprio tra gli ambienti del grande capitale industriale e finanziario ebbe origine il fascismo.

Come è possibile condurre una giusta e coerente politica antifascista se ci si trova schierati sullo stesso fronte di chi non solo non difende gli interessi immediati delle masse lavoratrici, ma anzi in questi anni ha contribuito direttamente al drammatico peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori e delle loro famiglie nel nostro paese.

È evidente che fintanto che sarà così non potrà esserci alcuna unità con le masse lavoratrici.

La massa, come la intendiamo noi, come la intendono i comunisti, non sono, fossero anche decine di migliaia, le persone che in buona fede scenderanno in piazza il prossimo 25 aprile, ma sono i lavoratori, gli operai che ogni giorno sono costretti ad un duro lavoro in fabbrica, nei cantieri, nei magazzini della logistica; e che quando finiscono il loro duro lavoro tornano ad affollare i quartieri popolari sempre più poveri delle nostre città. Le masse sono i lavoratori e le loro famiglie.

Ma la distanza tra questa sinistra e le masse lavoratrici è ormai siderale. E come potrebbe essere diversamente?

Per questo oggi pensiamo sia necessario esercitare una cesura netta verso tutti coloro (parliamo evidentemente sempre dei gruppi dirigenti dei vari partiti e non delle masse che li seguono) che oggi si ergono paladini della Resistenza, dell’antifascismo, dell’antirazzismo, dei diritti civili ma che hanno agito coscientemente e consapevolmente per distruggere i diritti sociali e finendo con ciò col creare essi stessi il terreno fertile per il risorgere del neofascismo. Per ricercare l’unità con le classi popolari non possiamo più confonderci con coloro che queste stesse classi popolari hanno tradito. Un ceto politico che le classi popolari hanno imparato a detestare e disprezzare.

Perché è a cominciare dai diritti cancellati sui posti di lavoro, nelle fabbriche, dove i lavoratori oggi sono sottoposti alla tirannia dei padroni, vittime di innumerevoli leggi (opera anche della cosiddetta “sinistra”) che rendono possibile ogni forma di ricatto e per questo costretti ad accettare paghe da fame, ritmi di lavoro insostenibili, rinunciare alla propria salute, a quelli che fino a pochi anni fa erano diritti e oggi vengono fatti passare per privilegi; è a cominciare da tutto questo che il fascismo non trova più ostacoli sulla propria strada!

Oggi unirsi a quelle celebrazioni, e quindi a chi le promuove, significa unirsi ai responsabili del peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro di milioni di lavoratori. Piaccia o non piaccia.

Una sorta di eterogenesi dei fini, quando cioé certi eventi evolvono verso fini contrari a quelli che persegue chi li compie.

Con la scelta di non mischiarci più con costoro nelle piazze non compiamo una scelta settaria ma piuttosto la scelta opposta. Perché bisogna avere il coraggio di riconoscere che la sconfitta dei comunisti, dei lavoratori, degli antifascisti, non troverà la sua soluzione seguendo chi invoca a gran voce una falsa e ipocrita unità antifascista. Unità con chi e per che cosa, ci chiediamo.

Quando si opera una scelta non lo si fa semplicemente perché la si è già fatta in passato. Bisogna saper valutare il contesto in cui si agisce, la fase storica in cui ci si trova, cosa si vuole ottenere, quelli che sono gli interessi generali dela lotta che conduciamo. Sacrificare i nostri interessi generali per una visibilità momentanea, per raggiungere qualche migliaio di persone che comunque non si uniranno a noi ma si limiteranno ad applaudirci dal margine della lotta politica, tutto questo ci preclude oggi la possibilità di andare a cercare l’unità con i lavoratori, con la classe lavoratrice. Questa deve essere la nostra politica unitaria. Il settarismo è ogni scelta che ci distoglie da questo obiettivo. Agire diversamente dimostra solo l’indifferenza verso le condizioni di vita, di lavoro e di orientamento delle classi lavoratrici. Noi non ci accontentiamo della pura testimonianza. Scegliamo di fare ciò che è necessario, non ciò che sembra facile e possibile, ciò che conviene, quello che si sa fare, quello che è possibile fare, quello che può dare visibilità anche sui media, che sembra aggregare di più, ecc..

Certo, non ci aspettiamo né pretendiamo che le masse dall’oggi al domani riconoscano questa nostra scelta. Ma come comunisti non siamo abituati a misurare la correttezza di una linea politica con la sua immediata popolarità e il suo immediato successo. Ma proprio dai Partigiani abbiamo appreso che il primo atto cosciente è una scelta. Scegliere se lasciare le cose come stanno oppure cominciare a cambiarle, per quanto possa sembrare difficile. Accettando anche le conseguenze, i rischi e i sacrifici che ogni scelta comporta.

Alla vigilia dello sciopero del 1944 solo i comunisti spingevano per fare lo sciopero. La maggior parte dei partiti del CLN esitavano, avrebbero preferito aspettare, magari nel frattempo sarebbero arrivati gli angloamericani. Se fosse dipeso da loro non ci sarebbe stata nessuna Resistenza, non ci sarebbero stati i Partigiani. Invece…

Antifascismo, Comunicati, Storia

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