Introduzione

La nostra condizione

Il nostro partito nasce in condizioni molto difficili.
In Italia da venticinque anni non esiste più il Partito comunista, il movimento dei lavoratori ha subito un generale arretramento e una serie di sconfitte che hanno riportato indietro le lancette della storia: diritti che sembravano acquisiti e garantiti dalla nostra Costituzione sono stati spazzati via; vengono annullate le conquiste del movimento operaio del secolo scorso; si affermano forme moderne di schiavitù tra la classe operaia e i lavoratori; la devastazione ambientale si ripercuoterà sulle generazioni future; siamo testimoni di un arretramento generale non solo delle condizioni di vita e di lavoro ma anche di coscienza dei lavoratori e della classe operaia del nostro paese quali fino a pochi decenni fa sarebbero sembrate inimmaginabili; il fascismo, il razzismo, la xenofobia sono tornati ad essere fenomeni di massa che fanno breccia tra le giovani generazioni impoverite e rese sempre più schiave dal capitalismo; un capitalismo che sempre più assume i caratteri già indicati da Lenin, di capitalismo in fase di putrefazione: il degrado e l’imputridimento della nostra società avviene così ad ogni livello della vita e della cultura.
Viviamo in un periodo storico segnato dalla scomparsa dell’Unione Sovietica: centinaia di milioni di lavoratori nel mondo intero, hanno imparato sulla propria pelle a conoscere il vero volto del capitalismo: la miseria, la fame e la guerra.
Mentre a livello mondiale si fa sempre più aspro lo scontro tra le potenze imperialiste per l’egemonia, i pericoli di una nuova devastante guerra si fanno di giorno in giorno più seri.

Lo sfruttamento capitalista delle risorse naturali prosegue senza sosta impoverendo il pianeta e provocando la devastazione dell’ambiente; la temperatura del pianeta, destinata ad aumentare sensibilmente a causa dell’aumento incontrollato dei gas serra, sta causando e causerà sempre più frequentemente nel futuro eventi meteorologici catastrofici: l’esaurimento delle risorse idriche, la
desertificazione di intere aree del pianeta e inondazioni catastrofiche in altre, l’estinzione di specie animali e vegetali sono destinate a causare carestie sempre più frequenti.
L’unica via d’uscita da questa situazione che pone un’ipoteca sul futuro stesso della civiltà così come la conosciamo, è una svolta rivoluzionaria che abbatta il regime capitalista, principale responsabile di tutto ciò, ed instauri il socialismo.

La nostra origine

Il 3 febbraio 1991, con la conclusione del suo 20° Congresso, venne
definitivamente liquidato il Pci. Si è trattato evidentemente della conclusione di un lungo processo maturato nel corso di decenni in cui si è realizzata una mutazione genetica dello stesso partito che fu di Gramsci, Togliatti e Secchia.
In realtà ben prima si era completato il profondo processo di trasformazione del Pci nel corso del quale il suo gruppo dirigente nazionale si era posto al di fuori e contro i confini della tradizione e del movimento comunista. Il Congresso con cui si pose termine a quell’esperienza anche con l’abbandono del nome non era altro che l’atto conclusivo di quel processo. Anche per questo il tentativo di mantenere in vita il partito semplicemente mantenendone il nome e senza risolvere le ambiguità di quegli stessi dirigenti che allora si opponevano alla linea di Occhetto prospettando unicamente intese per sbocchi elettoralistici, era destinato all’insuccesso.
Rifondazione nasce senza un vero progetto o programma ma solo come una risposta residuale allo scioglimento del Pci. Una sorta di carrozzone elettoralistico su cui salgono quasi tutti, anche alla sinistra del Pci, con la speranza di riuscire a mettere le mani almeno su una parte del patrimonio, innanzitutto elettorale ma non solo, che
questo partito lasciava in eredità.
Ma anche questo bacino elettorale, con un gruppo dirigente dominato dagli opportunisti e con una base priva di un sufficiente grado di preparazione e coesione, non è durato a lungo e si è presto dissolto in mille rivoli.
Per oltre venticinque anni (e quindi per la maggioranza delle persone sotto i quarant’anni) il principale “modello” di partito comunista in Italia è stato il Partito della rifondazione comunista, mentre la memoria di ciò che è stato il Pci si va disperdendo sempre più lasciando il posto a delle visioni caricaturali molto distanti dalla realtà.
Negli ultimi decenni abbiamo così assistito ad un generale e drammatico sperpero di energie. Centinaia di migliaia di compagni hanno abbandonato sfiduciati la politica attiva. Non solo quelli che hanno abbandonato il Pci senza confluire nel Prc. Ma anche il continuo ricambio che ha caratterizzato quest’ultimo e tutte le formazioni sorte successivamente.

Parliamo di un patrimonio umano di migliaia e migliaia di compagni che si sono avvicinati speranzosi a questi partiti salvo abbandonarli
sfiduciati in brevissimo tempo.
L’identità comunista è stata annullata e ridotta ad una semplice decorazione di cui fanno uso i soggetti più diversi. In questo senso la rete ha offerto possibilità fino ad ora inesplorate: chiunque può presentarsi sotto qualsiasi sembianza.
Siamo in presenza di forze che pur dichiarandosi e considerandosi comuniste non riescono a unire in modo coerente la teoria e la pratica, il patrimonio e le posizioni teorico-politiche comuniste con la capacità di radicamento di classe e l’incisività organizzativa.
Anche Rifondazione non era che una somma di gruppi particolari privi di un elemento coesivo e centralizzatore capace di orientare l’organizzazione in un contesto nazionale.
Questo non è frutto del caso ma appartiene alla loro stessa natura. Non si tratta di partiti di lotta dei lavoratori, quanto piuttosto di apparati elettorali adatti, nella migliore delle ipotesi, alle elezioni e alla lotta parlamentare. Sono strumenti per la pace sociale e non per la lotta.

Il dominio dell’opportunismo

Da quando comincia a maturare la liquidazione del Pci, fino agli ultimi venticinque anni, in cui il modello di partito è Rifondazione e tutto ciò che da questa si separa fino ai giorni nostri, è stato il periodo in cui l’opportunismo ha dominato incontrastato sulle forze comuniste e rivoluzionarie nel nostro paese.
In questo lungo periodo storico la teoria rivoluzionaria coerente è stata sostituita da una moderna versione del “socialismo utopistico”, quello precedente lo stesso Marx e quindi il socialismo scientifico.

Un “socialismo utopistico” che, per dirla come Lenin, critica la società capitalista, la condanna, la maledice; sogna di distruggerla e fantastica di un regime migliore cercando di persuadere i ricchi  dell’immoralità dello sfruttamento.
Questi moderni socialisti utopistici si accontentano di pescare, qui e la, frammenti della teoria marxista, il più delle volte contraddittori tra loro, sempre staccati dalla lotta rivoluzionaria delle masse e trasformati in dogmi rinsecchiti. Per salvare le apparenze si richiamano anche a Marx e a Lenin, ma per spogliare la loro teoria e
privarla del suo spirito rivoluzionario.
Come ci ricorda Stalin “Vi sono due gruppi di marxisti. Entrambi lavorano sotto la bandiera del marxismo e si considerano marxisti “autentici”. Eppure essi sono ben lungi dall’essere identici. Anzi, un abisso li separa, poiché i loro metodi di lavoro sono diametralmente opposti.
Il primo gruppo si limita di solito al riconoscimento esteriore del marxismo, alla proclamazione solenne di esso. Non sapendo e non volendo penetrare la sostanza del marxismo, non sapendo e non volendo tradurlo nella vita, esso trasforma le tesi viventi e rivoluzionarie del marxismo in formule morte che non dicono nulla. Esso non basa la sua attività sull’esperienza, sugli insegnamenti del lavoro pratico, ma sulle citazioni di Marx. Esso non ricava indicazioni e direttive dall’analisi della realtà vivente, ma dalle analogie e dai paralleli storici. La discordanza tra le parole e gli atti: ecco la malattia di questo gruppo”.

Primi passi

La Lombardia è la prima regione italiana per popolazione con circa 10 milioni di abitanti. Si tratta di uno dei quattro principali motori economici dell’Europa. Solo nel 2004 in Italia c’erano circa 22 milioni e mezzo di occupati; di questi, oltre 4 milioni si trovavano in Lombardia. Vale a dire oltre il 18% del totale. Gli occupati in Lombardia nel settore dell’industria rappresentavano poco più del 23% del totale in Italia. Vale a dire che quasi un quinto della forza lavoro in Italia era occupata in Lombardia. E che quasi un quarto degli occupati in Italia nel settore dell’industria si trovavano nella
nostra regione.
Oggi la disoccupazione nella nostra regione è intorno al 9%; quella giovanile supera abbondantemente il 30%; i disoccupati di lunga durata sono oltre il 50%. A testimoniare la frammentazione del mondo del lavoro in Lombardia vi sono 71,2 imprese ogni mille abitanti contro una media italiana di 63,8. E il numero medio di
addetti per impresa è 4,9.
L’aumento della disoccupazione e il peggioramento delle condizioni di lavoro hanno portato ad un drastico impoverimento delle famiglie dei lavoratori sempre più spesso sull’orlo della disperazione.
Questa regione continua tuttavia a mantenere una grande importanza nel sistema economico e produttivo del paese e quindi nella società.
Di fronte a ciò abbiamo un partito presente con un pugno di compagni.
Per dare un’idea, il Pci fu l’unico partito nella storia del nostro paese ad organizzare nelle sue fila quasi il 5% della popolazione. Nel 1921 questa percentuale era lo 0,11%. Nei periodi più bui del fascismo raggiunse lo 0,01-0,02%. Quando nacque, Rifondazione era lo 0,2%. Oggi il nostro partito non raggiunge nemmeno lo 0,01%.
La disparità delle forze emerge ancora di più se pensiamo che la maggior parte di questi compagni vive e lavora in località distanti le une dalle altre rendendo ancora più complicato il loro impegno nel partito.
Il lavoro che abbiamo condotto nella costruzione del Partito, in particolare nella provincia di Milano, è stato particolarmente difficile; abbiamo ottenuto dei successi, ma anche subito degli arretramenti. Diversi compagni che avevano cominciato con noi questo percorso, ci hanno lasciato.
Ma forse l’aspetto che più ha segnato la nostra sezione nell’anno appena trascorso è stata la lotta contro alcuni provocatori che si annidavano all’interno del Partito.
Questa lotta, che ha assorbito molte delle nostre energie, si è conclusa con successo.
Innanzitutto perché questi provocatori sono stati allontanati. Ma non solo per questo.
Potremmo dire ad esempio che la decisione stessa di svolgere questa serie di conferenze è un risultato diretto di quella lotta. Quella lotta è stata un bagaglio di esperienza inestimabile che ha permesso il consolidamento e la crescita del nucleo di questa sezione. Che ne ha costituito una maturazione indispensabile per i compiti che abbiamo di fronte a noi. Che ha portato a maturazione la consapevolezza della
indiscutibile necessità di lavorare per costruire una omogeneità ideologica, politica ed organizzativa del nostro partito.

Imparare a camminare sulle proprie gambe

La storia è un giudice impietoso che mette alla prova ogni teoria. E così i metodi di lotta che hanno prevalso negli ultimi decenni oggi si rivelano chiaramente insufficienti, impotenti di fronte all’onnipotenza del capitale finanziario, alla crisi incalzante ed ai venti di guerra che tornano a soffiare impetuosi. Per questo è necessario rimettere in discussione tutto il metodo di lavoro precedente, bandire l’ipocrisia, l’opportunismo, il politicantismo, il tradimento.

Gettare tutto ciò che vi è di arrugginito e di antiquato, per educare e istruire il partito nella giusta tattica rivoluzionaria sulla base dell’esperienza dei suoi propri errori. Senza questo lavoro preliminare è inutile partire in guerra contro il capitalismo. Senza questo lavoro preliminare i lavoratori rischiano di trovarsi, di fronte alle nuove battaglie rivoluzionarie, insufficientemente armati, o addirittura del tutto disarmati.
Limitarsi a guardare con nostalgia al passato non fa fare alcun passo in avanti. La nostalgia è un facile rifugio per chi si sente impotente di fronte ad una realtà in cui i rapporti di forza sono così sproporzionati e opprimenti da apparire immutabili.
È impensabile credere che scelte compiute in periodi storici diversi dal nostro possano semplicemente venire riproposte e ripetute con la garanzia di essere giustificate dal punto di vista teorico e con la possibilità di dare necessariamente gli stessi risultati. Un tale modo di agire non ci condurrebbe da nessuna parte.
D’altro lato se non esiste un manuale del perfetto comunista dove trovare risposte a tutte le domande è anche vero che il movimento comunista del nostro paese e internazionale ha nella sua storia un patrimonio di esperienza inestimabile che è necessario conoscere e studiare. Ma è innanzitutto necessario ricominciare a pensare
con la nostra testa e a prendere le decisioni sulla base di ciò che noi riteniamo giusto fare, assumendocene la responsabilità. Se la nostra storia passata non ci può dare la soluzione ai problemi del presente, ha da offrirci un grande patrimonio di idee ed esperienza a cui ispirarci per risolvere questi problemi.
La semplice constatazione della malattia non è sufficiente. Tutti noi ci rendiamo conto dei problemi che abbiamo di fronte e anche della nostra inadeguatezza nel superarli. Ma la consapevolezza della malattia è solo il primo passo, pure importante, che dobbiamo compiere. Occorre studiarla ed analizzarne le cause per poter
sperimentare delle cure. Non faremmo il nostro dovere se ci limitassimo unicamente a constatare la malattia e ad augurarci la guarigione.
L’opportunismo oggi.
Lenin ci ha insegnato che l’opportunismo si caratterizza nel determinare la propria condotta caso per caso; nell’adattarsi agli avvenimenti del giorno, alle svolte provocate da piccoli fatti politici; nel dimenticare gli interessi vitali del proletariato e i tratti fondamentali di tutto il regime capitalista, di tutta l’evoluzione del capitalismo; nel sacrificare questi interessi vitali a un vantaggio reale o supposto del momento.
Gli opportunisti si rivolgono al passato per riproporre soluzioni e slogan completamente avulsi dalla realtà della situazione odierna. E proprio come un prete cerca il versetto della bibbia, essi vanno alla ricerca del versetto del marxismoleninismo che sia più utile a giustificare la loro ennesima resa. E state certi che riusciranno a trovarlo, perché se si cerca con attenzione nei testi di Marx, Lenin,
Stalin e di tutti quanti, è possibile trovare la frase o il discorso che può servire a giustificare ogni scelta del presente, nonché il suo contrario.
Le posizioni espresse nei confronti di ciò che avviene in Grecia ci mostrano vari aspetti dell’opportunismo.
Non si vuole mai prendere una posizione chiara e precisa, si resta sempre nel vago.
Nella continua quanto vana ricerca del meno peggio si aggrappano a qualsiasi risultato che in futuro potrebbe ottenere Syriza. E quando queste speranze di volta in volta naufragano miseramente, essi trovano qualche giustificazione per continuare a sacrificare i principi ai presunti vantaggi del momento. Essi non comprendono che
per la sua natura e malgrado successi temporanei, che per altro fino ad ora non si sono visti, questo partito non si pone l’obiettivo di mutare i rapporti di forza nella società e quindi contiene già in se i germi che lo porteranno alla disfatta.
Essi infatti confondono la quantità con la qualità, per essi la quantità è sinonimo di qualità. Essi misurano la quantità esclusivamente in termini di voti o numero di tessere. Pensano che la qualità possa semplicemente venire rimpiazzata dalla quantità: abbiamo fallito perché non avevamo abbastanza voti o perché siamo troppo
pochi. Quindi l’unico modo efficace per vincere è prendere più voti; quindi ogni espediente o alleanza elettorale è giustificabile nella prospettiva di accrescere i propri voti: più voti prendiamo, più cose potremo fare, più crescerà il nostro consenso.
Invece di agire sulle contraddizioni del nemico per farle esplodere e disarticolare il campo avversario, gli opportunisti le utilizzano come pretesto per giustificare accordi e alleanze con il nemico stesso.

Quale unità

Per questi personaggi costruire un partito unito ideologicamente, politicamente ed organizzativamente non ha senso, perché sarebbe di ostacolo ad una sua crescita numerica, che invece va realizzata unendo indistintamente tutti coloro che, almeno verbalmente, si richiamino al comunismo: siamo tutti comunisti perché abbiamo la
stessa bandiera rossa, quindi siamo tutti per il socialismo. Da qui gli appelli all’unità, che periodicamente vengono riproposti da questi personaggi, come premessa indispensabile a costruire un partito grande (nel senso con tante tessere) e (quindi) forte.

Ma, come diceva Lenin, l’unità è una grande cosa e un grande slogan, ma ciò di cui ha bisogno la classe operaia è l’unità dei marxisti, non l’unità tra marxisti e avversari e deformatori del marxismo. Per loro il punto non è chi unire e per fare cosa, ma bensì prima uniamoci tutti, poi si vedrà. In questo modo trovano anche la giustificazione al loro fallimento: siamo sempre troppo pochi per fare le cose; la
colpa è di chi non si è voluto unire a noi. Come diceva Lenin, quando mai i rivoluzionari hanno reso le loro politiche dipendenti dal fatto di essere maggioranza o minoranza?
Non ogni unità è segno di forza. E basta guardare oggi il Prc per comprendere quanto fosse falsa e illusoria l’unità sulla base della quale esso è sorto. Una delle basi dell’opportunismo è la conciliazione tra posizioni differenti, la pace senza principi.
Siccome l’aspetto quantitativo è visto come prioritario su tutti gli altri, l’unico elemento capace di mutare come per magia i rapporti di forza, più siamo più forti siamo, allora conta solo quanti siamo e non chi siamo. Conta solo unire chiunque purché sotto lo stesso segno. In definitiva ciò che conta è l’aspetto esteriore, l’immagine e non la sostanza; e in nome della pace, della conciliazione e dell’unità si
è disposti a fare qualunque concessione.
A questo proposito mi viene in mente un aneddoto. Quest’anno ricorrerà il quarantesimo anniversario della liberazione del Vietnam, il 30 aprile 1975. Di fronte agli opportunisti di allora che, spaventati dalla possibilità di una escalation nucleare della guerra  anti-americana, si pronunciavano innanzitutto a favore della pace, e poi dell’indipendenza e per la libertà del popolo vietnamita, Ho Chi Minh rispondeva che i vietnamiti lottavano per l’indipendenza, la libertà e la pace.
Necessità dell’unità ideologica, politica e organizzativa.
Dunque, l’elemento quantitativo per i comunisti non si misura tanto in termini di voti o tessere, quanto di influenza e capacità di organizzazione e di mobilitazione dei lavoratori e delle masse popolari. E la condizione per realizzare tutto questo la si ottiene costruendo un partito che sia unito ideologicamente, politicamente ed organizzativamente. E la storia degli ultimi trent’anni dimostra che rimuovere questa condizione illudendosi così di rimuovere gli ostacoli all’unità, lungi dall’aprire le porte dell’unità e della crescita per i comunisti, hanno portato solo ad un aumento esponenziale della frantumazione e della dispersione delle forze.
La politica degli ultimi decenni condotta dai tanti partiti autoproclamatisi comunisti si è rivelata come un’accozzaglia di parole d’ordine e risoluzioni che, nella migliore delle ipotesi, non erano sostenute da una coerente azione politica.
Giustamente la prima discriminante posta dal nostro partito è stata proprio quella tra il dire e il fare, perché si è ciò che si fa e non ciò che si dice di essere o di voler fare!
Per questo è necessario organizzare tutto il lavoro del partito per dargli una nuova impronta rivoluzionaria, nel senso dell’educazione e della preparazione delle masse alla lotta rivoluzionaria, poiché solo così si possono preparare le masse alla rivoluzione proletaria.
Per questo è necessario riprendere il metodo dell’autocritica dei partiti proletari, alla loro educazione e istruzione partendo dall’esperienza dei loro propri errori, poiché solo così si possono formare dei veri quadri e dei veri dirigenti del partito.
Per questo dobbiamo riappropriarci del metodo dialettico marxista.

Lotta contro l’opportunismo

Ancora una volta come nel passato sorge la necessità di separare i comunisti dai loro elementi estranei. Di rivedere tutto il lavoro passato alla luce del marxismoleninismo e ristabilire l’unità perduta tra teoria e prassi, perché solo così si può formare un partito veramente proletario, veramente rivoluzionario. Come ci ha
insegnato Stalin, nell’epoca della dominazione borghese, il partito proletario può svilupparsi e rafforzarsi solo nella misura in cui lotta, nel proprio seno e nella classe operaia, contro gli elementi opportunisti, ostili alla rivoluzione, al partito.
La lotta tra opposte tendenze non è una novità o una detestabile minaccia; essa si è sempre manifestata all’interno dei partiti comunisti. Pensiamo alla lotta condotta nel seno stesso del movimento operaio internazionale e che portò alla nascita della III
Internazionale. Una lotta che, come ci ricorda Lenin, giunse ad assumere la forma della lotta armata e della guerra civile tra le due correnti con l’appoggio dato dai menscevichi e dai “socialisti-rivoluzionari” a Kolciak e Denikin contro i bolscevichi, o come in Germania dove il governo socialdemocratico fece assassinare Rosa
Luxemburg e Karl Liebknecht. Pensiamo alla storia del Pci, alla lotta tra Gramsci e Bordiga. Ma pensiamo anche, più modestamente, alla lotta che abbiamo condotto l’anno scorso in questa sezione: una lotta tra due concezioni del partito opposte e inconciliabili tra loro. Tra chi pensa al partito come una federazione di circoli indipendenti l’uno dall’altro e chi, invece, ad un unico corpo unito sul piano ideologico, politico e organizzativo. Il prevalere della prima avrebbe posto una
pesante ipoteca sul futuro stesso del nostro partito minandolo alla base nel momento stesso in cui esso nasceva.

Non potevamo permetterlo e non lo abbiamo permesso, anche se questo ci è costato dei sacrifici e degli arretramenti.
La lotta intransigente contro gli opportunisti e tutti gli elementi ostili al partito e alla rivoluzione è uno dei pilastri su cui costruire il partito della rivoluzione. Non è una perdita di tempo o uno spreco di energie. E la critica e l’autocritica sono il metodo con cui si affronta questa lotta.
Nel periodo storico della costruzione del partito, la lotta comincia al nostro interno.
Certamente la lotta intransigente che dobbiamo condurre non deve venire confusa con la critica fine a se stessa che alla fine si rivela come un esercizio distruttivo. Non dobbiamo dimenticare che lo stesso Lenin faceva ricorso alla critica non già semplicemente per spirito polemico: la sua critica feroce era tesa allo sviluppo del
movimento e dell’organizzazione; il suo obiettivo non era la semplice denuncia delle malattie, ma la loro cura.
Per questo la lotta intransigente contro i nostri avversari, deve diventare anche lotta intransigente contro i nostri stessi errori. Tutti i partiti rivoluzionari che sono periti finora, affermava Lenin, perirono perché erano diventati presuntuosi, perché non riuscivano a vedere la fonte della loro forza e temevano di discutere dei loro punti deboli.