Ripartenza si, no, forse. Chi vive sperando, muore c…o!

L’emergenza continua. Continua l’attesa, sempre imminente, di quello che viene definito “il picco” dei contagi. Il Governo è già al lavoro per stilare un calendario delle riaperture.

Tutti attendono e sperano si possa tornare il più presto possibile a uscire di casa, lavorare, andare a scuola. In breve, ricominciare a fare quello che si faceva prima.

Ma sarà davvero così?

Tornano alla memoria i tempi della crisi economica del 2008. Anche allora le voci “autorevoli”, gli “esperti economisti”, cominciarono col dire che sarebbe durata solo qualche giorno e poi si sarebbe ricominciato come prima; i giorni divennero presto settimane; poi mesi; e poi … nessuno parlò più del “prima”.

Ma cosa vorrà dire realmente “ripartire”, “uscire dall’emergenza”, “uscire dalla crisi”?

Beh, è inutile nascondersi che il significato di queste parole cambia a seconda di chi le pronuncia.

Un conto è cosa significhino per la gente comune, per i lavoratori; altra cosa è il significato che hanno per i padroni, per la Confindustria, per il governo che li rappresenta.

Di fronte alla prospettiva di una crisi economica devastante questi ultimi sentono l’esigenza che riavviare l’economia (ovvero i loro profitti!) sia ben più importante di alcune migliaia di morti.

Da qui un’immagine che riteniamo falsata, artefatta di un lento e progressivo calo dei contagiati, che riguarda in particolare la regione Lombardia, ovvero il cuore dell’economia del paese. Un pò come la temperatura reale e quella percepita.

Tutto questo avviene per tranquillizzare i cittadini e prepararli ad un lento e progressivo (ma il più rapido possibile) riavvio delle attività produttive, che poi sarebbero i profitti dei padroni.

Ma questo riavvio non sarà un ritorno allo stato precedente l’epidemia. Da nessun punto di vista.

Non lo sarà innanzitutto per i lavoratori. Che dovranno adattarsi a condizioni di lavoro e di sfruttamento ancora più feroci, ancora più disumane. Privati sempre più di qualsiasi tutela, sanitaria oltre che sindacale. Protestare significherà violare i vincoli imposti dall’emergenza sanitaria e diverrà ancora più difficile.

Coloro che non saranno costretti a riprendere il lavoro in queste condizioni, dovranno adattarsi a restrizioni e violazioni della privacy sempre più stringenti e vincolanti.

Ci avviciniamo ad un epoca in cui le immagini di un Grande fratello orwelliano verranno superate dalla realtà stessa. Evidente il ricatto: preferite morire di coronavirus, oppure morire di fame?

Ma tutto questo non è senza rimedio!

Appellarsi oggi alle amministrazioni locali, o a quelle statali perché tutelino i diritti dei lavoratori sarebbe come chiedere alla volpe di tutelare la vita della gallina.

In una situazione di questo genere, l’unica scelta praticabile è quella della lotta.

La classe operaia del nostro paese ha saputo lottare in passato sfidando il tallone di ferro dei nazisti e dei fascisti; sfidando il fuoco dei cannoni e delle mitragliatrici; sfidando il pericolo della deportazione nei lager. E alla fine ha vinto!

In questa società la salute e i diritti dei lavoratori verrebbero tutelati solo nella misura in cui potrebbero produrre profitti. Siccome però i profitti dei padroni aumentano solo col diminuire dei diritti dei lavoratori (e quindi anche del diritto alla salute), per i lavoratori non esistono alternative: o continuare a lavorare (e morire) da schiavi, oppure strappare il potere dalle mani dei padroni.

Sembra impossibile? Sembra un sogno irraggiungibile?

Eppure, ciò che oggi appare come irrangiungibile, è in realtà l’unica scelta ragionevole:

il potere nelle mani dei lavoratori!

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