Rinunciare ai principi significa rinunciare alla lotta.

Come si sa, negli anni del fascismo fu chiesto a tutti i dipendenti pubblici, compresi i professori universitari, di giurare fedeltà al Partito nazionale fascista, pena l’esclusione dalla propria professione. Soltanto pochissimi fra i professori universitari, una dozzina su circa 1300, non lo fecero e quindi dovettero abbandonare le loro cattedre.

A distanza di molti anni vi è chi, per giustificare le scelte del presente, considera quel gesto, pur ammettendone la nobiltà, non solo inutile in quanto non si tramutò immediatamente in una presa di coscienza di massa che potesse far avanzare realmente la lotta antifascista, ma in fondo utile ai fascisti che poterono così compiere a pieno l’opera di penetrazione nelle strutture dello Stato e di costruzione della coscienza collettiva, specie tra le nuove generazioni.

Innanzitutto è bene ricordare il contesto di quegli anni: il Pcd’I era decimato dagli arresti e dalla repressione fascista. In Italia resistevano solo poche migliaia di militanti spesso isolati fra loro. Dal 1934 al 1938 fu segretario del Partito Ruggero Grieco, espatriato all’estero per sfuggire all’arresto.

In anni così difficili è del tutto comprensibile come il Partito facesse tutto il possibile per sopravvivere. Ed in questa lotta all’ultimo sangue è naturale che si giocasse anche la carta delle spie e degli infiltrati per penetrare le strutture dello stato fascista.

Tuttavia ritenere che il Partito comunista abbia imposto ai suoi iscritti di evitare gesti eclatanti e di giurare come veniva richiesto dalla legge fingendosi fascisti per poter entrare in ogni organizzazione giovanile, in ogni posto di lavoro è del tutto falso.

E questo sarebbe evidente anche solo per una questione di ragionamento logico.

Una scelta di quel genere avrebbe potuto riguardare tutt’al più un piccolo numero di militanti, poco o per nulla riconoscibili come tali (diversamente sarebbero stati del tutto inutili!), inseriti in particolari strutture da cui il Partito poteva realmente ricavare qualche vantaggio. Al contrario personaggi noti e riconosciuti come vicini al Partito che avessero ceduto al ricatto, per di più con un’indicazione del Partito data a tutti gli iscritti, avrebbero significato una sconfitta politica per il partito molto più grave di qualsiasi vantaggio eventualmente ottenuto.

In realtà, durante il ventennio, la quasi totalità delle migliaia di comunisti condannati dal tribunale speciale a lunghi periodi detentivi o al confino, fra cui i più grandi dirigenti del Partito, non cedette mai nemmeno alle lusinghe e alle offerte di sconti di pena o grazia in cambio della resa politica al fascismo. E proprio questa fu la grande forza morale che permise ai comunisti di svolgere il loro ruolo di dirigenti nella guerra di Liberazione.

Una riflessione molto più profonda meriterebbe la questione del lavoro nelle organizzazioni operaie di massa, nei sindacati fascisti.

Il fascismo si distinse per la distruzione delle organizzazioni operaie, per le intimidazioni, le aggressioni, le devastazioni delle Camere del lavoro. Obiettivo del fascismo era la disgregazione e disorganizzazione del movimento operaio, in questo agevolato dai dirigenti riformisti della Cgl che giunsero all’autoscioglimento della stessa nel 1927.

È in quel contesto che i comunisti, fedeli al principio leninista secondo cui “qualunque organizzazione di massa dei lavoratori, anche la più reazionaria, diventa inevitabilmente un luogo dove si porta la lotta di classe, diventa un punto di partenza della lotta di classe1” continuarono il loro lavoro anche nei sindacati fascisti quando questi divennero l’unica organizzazione sindacale legale per mantenere viva l’unità tra la classe operaia e la sua avanguardia più cosciente. E comunque, come riconoscerà lo stesso Togliatti, “L’adattamento del nostro lavoro alle forme d’organizzazione e di vita dei sindacati fascisti è una cosa delle più difficili. In questo campo si commettono numerosi errori e deficienze2.

Scambiare tutto questo con la scelta opportunista di accettare qualsiasi cedimento sui principi in nome di presunti o reali vantaggi significa non comprendere che qualsiasi vantaggio non potrà mai ripagare il danno della rinuncia ai nostri principi.

Significa non solo non comprendere ma anzi disprezzare il valore dell’esempio anche di pochi uomini isolati che in un particolare momento agiscono individualmente.

Quanti valorosi combattenti antifascisti hanno sacrificato la loro vita in gesti che alcuni avrebbero considerato inutilmente rischiosi e che per le masse popolari hanno invece avuto un grande valore educativo? Perché “disprezzare la morte, perire per la verità, davanti agli occhi del popolo è un grande gesto3.

Significa non comprendere che a volte ha molto più valore una sconfitta impugnando le armi piutosto che ritirarsi senza combattere.

In questa riflessione si inserisce anche la vicenda di Concetto Marchesi. Aderente al Pcd’I alla sua fondazione nel 1921, docente universitario e quindi Rettore dell’Università di Padova dal 7 settembre 1943 fino alle sue dimissioni, avvenute alla fine di novembre dopo essere sfuggito all’arresto. Quando, nel 1931, fu chiesto ai professori universitari di giurare fedeltà al Partito nazionale fascista, egli fu infatti tra coloro che accettarono il giuramento (che venne ripetuto in altre due occasioni, nel 1935 e 1939).

Non esistono prove che questo giuramento sia stato fatto per adempiere le indicazioni del Partito comunista. I successivi tentativi di attribuirlo a indicazioni dirette del Partito non sono dimostrati e appaiono piuttosto come giustificazioni “a posteriori” per coprire un personaggio di rilievo nella cultura italiana che si voleva recuperare interamente alla causa dell’antifascismo e al Partito. E per questo si sentiva forse il bisogno di privarlo di qualsiasi macchia del passato finendo però così coll’alimentare quello che Ludovico Geymonat (che pure si inchinava di fronte alla sua memoria) definì “un pericoloso culto della personalità4.

Per altro è utile aggiungere, rispetto alla sua accettazione della carica di Rettore, quanto scrisse Luigi Longo: “Egli (Concetto Marchesi) aveva accettato in un primo tempo la carica di rettore dell’Università di Padova. In quella occasione egli fu aspramente criticato dalla direzione di Milano del partito, e colpito da grave misura disciplinare, perché quell’accettazione contravveniva alla disposizione di boicottare in tutti i modi il tentativo del governo repubblichino di darsi una faccia nuova rispetto al vecchio governo fascista. Ma subito il compagno Marchesi seppe trarsi dalla falsa posizione assunta, accettando la carica di rettore, con il fermo e coraggioso discorso antifascista pronunciato di fronte al senato accademico, agli studenti dell’università, allo stesso ministro dell’istruzione pubblica, discorso che noi stessi diffondemmo poi largamente nelle scuole e nelle università.

Ricordiamo anche che al nord ci trovammo di fronte ad altri casi del genere, alla fine del 1943, e che per riaffermare con forza e brutalità la nostra politica ricorremmo anche a misure disciplinari contro bravi compagni che poi, corretto l’errore e riammessi subito nel partito, si comportarono con coraggio ed onore in tutto il corso della lotta5.

Anche Mauro Scoccimarro ebbe a scrivere in una lettera del 20 dicembre 1943: “Siamo stati informati da altri partiti di quello che è stato il suo (di Concetto Marchesi) atteggiamento durante la permanenza all’Università di Padova. Con gran piacere abbiamo visto che si è entusiasti della condotta ferma e dignitosa da lui tenuta nella sua carica di rettore. Noi pensiamo comunque che è stato un errore essere rimasto a quel posto, ma a parte ciò, per quanto ci è stato riferito è certo che egli ha rappresentato degnamente il partito, con coraggio e spirito di sacrificio. C’è qui chi avrebbe voluto che egli avesse continuato a rimanere a quel posto. È una sciocchezza, perché in ogni caso i tedeschi non lo avrebbero tollerato più a lungo, e sarebbe andato a finire in Germania6.

Non ci sarebbero stati né la Resistenza né il Partito comunista, così come li abbiamo conosciuti, se i comunisti avessero cessato di lottare instancabilmente tra gli operai e i contadini, tra le masse popolari, per difendere i principi della libertà e della democrazia. Quale esempio avrebbero potuto essere per i lavoratori scambiando quei principi con un tozzo di pane o con qualsiasi altro vantaggio immediato? Ed è invece proprio difendendo quei principi anche nelle condizioni più dure e difficili, pagando per questo un prezzo altissimo, che si sono guadagnati la fiducia e il rispetto dei lavoratori restando legati ad essi, proprio per questo, con le unghie e con i denti.

1Palmiro Togliatti, Lezioni sul fascismo, Editori Riuniti, pag. 82.

2Palmiro Togliatti, Lezioni sul fascismo, Editori Riuniti, pag. 95.

3Aleksei Fiodorov, Il comitato clandestino al lavoro, Pgreco ed., pag. 507.

4La Stampa, 16 febbraio 1957, pag. 2.

5Luigi Longo, I centri dirigenti del Pci nella Resistenza, Editori Riuniti, pag. 14.

6Luigi Longo, I centri dirigenti del Pci nella Resistenza, Editori Riuniti, pag. 267.

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