Nazionalizzazione e gestione operaia dell’ILVA

Osvaldo Lamperti – Dipartimento ambiente e territorio

Sequestrati alcuni giorni fa beni della famiglia Riva per un valore di 8,1 miliardi di euro dal GIP (Giudice Indagini Preventive) della Procura di Taranto, Patrizia Todisco.
La cifra corrisponde alla stima del costo totale degli interventi necessari per il risanamento ambientale dell’ILVA di Taranto che i Riva non hanno mai fatto, godendo così di un lauto plus-profitto in barba alla salute di lavoratori, lavoratrici, cittadini e cittadine. Ricordiamo che 14 alti dirigenti dell’impianto siderurgico, tra cui tre Riva, erano già indagati dalla magistratura tarantina per associazione a delinquere, finalizzata al disastro ambientale.
Infatti nel 1995 il polo pubblico siderurgico ITALSIDER di Taranto, nell’ambito delle privatizzazioni attuate dal governo Dini e sostenute da destra, finta sinistra e centro, viene acquistato (si fa per dire) dalla famiglia Riva che già deteneva il monopolio del tondino di ferro per l’edilizia. L’acquisizione prevedeva l’ammodernamento e il risanamento ecologico dell’ILVA classificata come un’industria ad alto rischio ambientale. Del resto la UE (Unione Europea) ancora nel 2012, fra le 191 industrie più inquinanti d’Europa, collocava l’ILVA di Taranto al 52° posto.
D’altronde un’indagine epidemiologica resa pubblica nel 2012, commissionata dalla Procura tarantina, indicava negli alti livelli d’inquinamento dell’aria, del mare e perfino degli alimenti locali, la causa principale della morte di 11.550 persone, avvenuta nei sette anni precedenti, per patologie soprattutto cardiovascolari e respiratorie. I quartieri residenziali Tamburi e Borgo, a ridosso del complesso industriale, sono stati e sono ancora quelli più colpiti.
Nonostante che all’ILVA e dintorni il pericolo di morte sia ben vivo, il CdA (Consiglio di Amministrazione) del polo dell’acciaio più grande d’Europa si è dimesso per protesta contro il sequestro, lasciando intendere che ciò potrebbe comportare la chiusura della fabbrica, con la conseguenza di far perdere circa 40 mila posti di lavoro tra quelli dell’ILVA e quelli dell’indotto.
A questo ennesimo ricatto da parte della proprietà e dei suoi fedeli cani da guardia occorre rispondere che salute, sicurezza e lavoro non possono essere contrapposti, ma tutti garantiti dalla mano pubblica, senza nessuna esitazione o “strizzatina d’occhi” ai padroni, da parte delle istituzioni di governo.
Noi riteniamo che il problema ILVA possa essere risolto solo così: nazionalizzazione del polo siderurgico, suo risanamento ambientale coi soldi ricavati dai beni sequestrati ai Riva, alle loro società; gestione diretta della classe lavoratrice del risanamento, della produzione e di tutte le attività del polo siderurgico.

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