L’eredità di Dario Fo

Dario Fo durante il suo intervento in piazza della Vittoria per il terzo V-Day, 01 dicembre 2013 a Genova. ANSA/LUCA ZENNARO
[da resistenze.org]

di Tiziano Tussi

1985, un viaggio in Nicaragua. A Managua, in un teatro, davano Morte accidentale di un anarchico, di Dario Fo. E’ da decenni che le sue commedie sono recitate in tutto il mondo. Uno tra gli italiani più conosciuti assieme a Gramsci, Eduardo De Filippo, Dante. Quando gli dettero il Nobel, nel 1997, vi fu un coro di sberleffi verso chi glielo aveva assegnato – anche ora si ripete per Bob Dylan. Ma non è questo che mi ha preso in questi giorni appena dopo la sua morte ed il suo funerale. Una sensazione imprecisa che si è fatta sostanza sempre più, un po’ alla volta. Indipendentemente da cosa si possa pensare di Fo e della sua opera, delle sue capacità recitative, indubbie, della sua vita privata, che ci viene continuamente resa pubblica dai mezzi d’informazione, è la recita della sua morte, alla presenza e all’ombra del potere diffuso e decisivo di questo Paese che mi ha fatto riflettere.

Intanto il funerale, come dirà il figlio, laico e comunista – siamo comunisti ed atei, dice Jacopo Fo, ma anche un po’ animisti. Tutti modi di sentire che poco hanno a che fare con il sagrato di una chiesa, per di più il Duomo di Milano. La piazza è luogo di arrivo di manifestazioni, basti ricordare il 25 aprile, ma non lo è il sagrato, luogo di pertinenza della diocesi. Ed ecco il solito prete di turno, non importa chi sia, che ci assicura che anche Fo, come tutti i grandi “cercava Dio”. Ma allora?

La presenza del sindaco in carica, espressione e conseguenza del precedente, Pisapia, che non aveva accettato di ospitare a Milano un luogo per Fo, tanto che le sue carte, i suoi lavori, se ne sono dovuti andare a Verona (?). Naturalmente poi le dichiarazioni sulla sua eccezionale importanza, si sprecano. Gli esponenti della città e del centrosinistra si sbracciano a considerarlo un mostro sacro, salvo poi averlo lasciato andare, in versione cartacea un bel po’ lontano, appunto a Verona. Sul palco parole di contropotere e le autorità presenti in rappresentanza di comune – il sindaco – regione – con bandiera e basta – e governo – un ministro -, ascoltano e tacciono. Salvo poi a considerare dette parole e detti simboli come vecchi e inutili. Orpelli del passato. Ma in quel momento, come una valvola di sfogo, si può permettere al dolore per la morte, anche questo. Si può permettere di dire e di sentire parole forti, vicino ad un ritratto di Che Guevara – icona sempre spendibile.

Ma, e qui ci siamo, sul palco anche un nutrito gruppo di pentastellati, Grillo e Casaleggio junior (?) in testa. C’è la Raggi, l’Appendino. Fo stava con loro, da qualche anno. Era lui che alle elezioni regionali del 2013, prima del voto, in piazza Duomo a Milano, la stessa del funerale, disse a Grillo che “lui doveva fare quello che loro – diciamo le generazioni della contestazione degli anni 60/70, non sono riusciti a fare”. Testualmente gli disse “noi non ci siamo riusciti, ora provaci tu”.

Come si collega questa condiscendenza grillina con lo sberleffo al potere? Basterebbe ragionarci un poco e si risponde subito: nulla? Ma come non si intreccia tutta la recita del funerale con lo spirito di pensiero critico che per tanti momenti lo stesso Fo ha esercitato nei suoi lavori. Non sarebbe stato meglio una fabbrica occupata? La sede della federazione anarchica? Oppure una sede della sinistra di classe, qualsiasi? Un dormitorio pubblico? Non che l’atto finale sia stata una esaltazione di retorica, ma non è certo il coronamento di una vita controcorrente.

Del resto lo stesso Fo lo aveva già avviato un ripiegamento poco capibile, alla luce di quello che aveva fatto – spettacoli nelle fabbriche occupate. Il Soccorso rosso militante, libri ed analisi, canzoni dileggianti il potere e gli uomini di potere. I ricordi di Fo che ridicolizza la casta, si direbbe oggi, nel corso dei decenni ognuno li ha in mente. L’attore era presente in molte situazioni critiche e di lotta. I tempi cambiano e le lotte si attenuano, quando non scompaiono.

Ma il funerale di Fo mi ha fatto pensare alla fenomenologia negativa degli intellettuali nel nostro Paese. Chissà quando questa categoria di uomini e donne si impegnerà fattivamente per cercare di arginare l’imbecillità collettiva cui siamo sottoposti. Chissà quando gli verrà in mente, da vivi e da morti, di rappresentare veramente un Paese che deve ritornare ad essere un po’ più normale, con una normale dialettica democratica, con una normale possibilità di fare ritorno alla decenza. Un ruolo che gli intellettuali dovrebbero coprire.

Non c’è bisogno di riandare sempre a Platone, anche oggi essi potrebbero meglio spingere in direzione razionale e umana. L’umanità del nostro vivere sociale non può aspettare sempre un funerale, una tragedia collettiva, terremoti o simili, per ritrovarsi coesa. Bisogna stare attenti, come Fo del resto sapeva bene, il potere riesce sempre a mangiarti, ad ingoiarti, un minuto prima che cada. Bisogna andare sempre fino in fondo, se si molla un attimo ecco che esce il grillo di turno.

L’eredità di Fo sarà senz’altro meglio spesa dal suo essere stato moltissimi decenni una voce critica contro il potere. Riesce difficile pensare ad un gruppo informatico che riesca a mantenere e a socializzare, comunicandolo a masse di proletari, il suo lavoro.

E strascino i piedi e mi sento mal;
sei minuti all’alba, Dio, cume l’è ciar.
Tocca farsi forza, ci vuole un bel final,
dai, allunga il passo, perché ci vuole dignità.

(Sei minuti all’alba, 1965, Jannacci, Fo)

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