La non valutazione nella scuola: Dietro al buonismo il classismo

www.resistenze.org – proletari resistenti – scuola – 18-03-13 – n. 445

di Tiziano Tussi

18/03/2013

Per circa mille e trecento anni il sistema del mandarinato ha assicurato alla Cina imperiale la sua struttura burocratica. Esami uguale valutazione. Bene, ora cosa si dice in Italia, ma anche in altri Paesi, quali la Francia, sul problema della valutazione nella scuola. Più o meno questo: non si deve più valutare. Da qualche tempo si cerca, da parte dei ministri del settore di arrivare ad una scuola baby sitter, totalmente ritagliata sullo studente e sui suoi problemi. Importante non è imparare ma stare bene a scuola. Tanto poi per il lavoro poco o nulla viene richiesto e per quelle poche attività di responsabilità, inventiva e decisionalità bastano i figli delle classi dirigenti che non frequentano certo la scuola pubblica italiana.

Alcuni presidi e/o esperti e pedagogisti credono veramente a questo scenario di novità relazionale, ma intanto la vita pensa lei a dividere e a mettere a posto ogni cosa. Sui giornali appaiono spesso articoli e interventi che dicono di non usare i voti negativi, almeno non sotto il quattro, di non bocciare perché pedagogicamente non utile. Il problema della valutazione a scuola è sempre stato un tema spinoso, almeno da dopo il periodo della contestazione giovanile alla fine degli anni sessanta del secolo scorso. La critica alla selezione-valutazione passava per una critica di classe, allora. Ora invece si critica lo stesso comportamento solo accreditando un buonismo pedagogico tutto da provare. Ed intanto la nostra scuola sprofonda, ad ogni misurazione, sempre più in basso.

Le motivazioni attuali non sono culturali ma morali, zuccherose, quelle che Hegel chiamerebbe la pappa del cuore (Lineamenti della Filosofia del Diritto, 1820). Tanto dobbiamo ai pargoli che frequentano le aule scolastiche: una buona lezione, scuole accoglienti, un’infrastruttura che stia in piedi da molti punti di vista: in definitiva, un buon servizio pubblico. Dato che non riusciamo/vogliamo più a darglielo barattiamo il tutto con una promozione assicurata.

Il mondo del lavoro, così com’è ora e sempre più, non ne risentirebbe per le motivazioni sopra riportate. E tutti sarebbero più contenti. Anche agli annoiati del consumismo occorre dare di più. L’apprendimento costa fatica. Gramsci invitava a studiare il latino solo perché serve alla logica, con fatica. Ora si potrà rispondere: no! Cerchiamo invece di sapere se è stato fatto di tutto per fare recuperare, riprendere, superare ciò che non si è voluto affrontare. Corsi il pomeriggio, rinforzi di ogni tipo, anche psicologici. Facciamolo stare a suo agio lo studente che non vuole faticare. Assolto quel compito il resto sparirà dalla scena della cultura e non apparirà neppure più sulla lavagna e che per carità questa sia luminosa, una LIM, che magari i genitori o gli sponsor pagheranno per il Liceo ex prestigioso che si è nel frattempo trasformato in kinderheim.

Insomma una scuola tagliata sulle misure di ogni asino post moderno che ha il solo merito di respirare. Chissà anche gli esempi che si leggono nel Cuore di De Amicis faranno solo ridere di gusto. Vetusti e sorpassati modi di abnegazione verso l’acculturazione. Certo vi è molto di retorico, ma anche di riscatto. Tutti gli esempi che abbiamo alle spalle, di chi con sacrificio si è conquistato la sua strada nel sapere arrivando dove può per il gusto di sapere e di capirci un po’ di più nella vita, non serve alla luce dell’accoglienza, dell’orizzontare, del formare, dell’empatia scolastica fine a se stessa. Merce che non comprerà nessuno perché di nessun valore. Un Paese di addormentati legati ai nuovi strumenti mediatici che risolvono già tutto per noi. Come se fosse poi vero!

A Milano vengono messi in campo programmi che si chiamano “Adotta un cervello”. Sponsor diversi, dal salumiere all’agenzia finanziaria, che chissà perché (ma si sa perché, si chiama deducibilità dall’imposizione fiscale), danno soldi per comprare ..la carta igienica alla scuola (Corriere della Sera 14 marzo, pagine milanesi). Adotta un cervello, certo, ma occorrerebbe che un cervello almeno ci fosse da adottare e che fosse funzionante, in primis il cervello di chi ha immaginato tale sconcezza.

Pochi giorni dopo fa eco sulla Stampa (18 marzo) il direttore della Fondazione Agnelli – proprio loro – che ci dice che bocciare non serve a nulla e che sarebbe meglio “aiutare gli studenti a scegliere il percorso più adatto alle loro caratteristiche” Scegliere tra cosa? Non lo dice, poi aggiunge “il gruppo docente faccia agire i compagni di classe, lasciando che siano loro ad aiutare chi è fragile” Insomma tutti all’oratorio. Ripeto, la Fondazione Agnelli. Non è lecito pensare a questo punto ad un rapporto diretto, direttissimo – vai con Italo – tra buonismo e sfruttamento feroce della forza lavoro del futuro, magari alla Fiat?

Lo stesso giornale, lo stesso giorno, ci dice che anche in Francia alcuni vorrebbero andare verso un annullamento della bocciatura. Quindi nulla valutazione anche là. Il tutto è troppo sospetto. Valutare, se viene fatto da persone di vaglio significa essere messi alla prova ed essere stimolati a fare bene. Chiaro che con la classe dirigente di poco spessore che ora è al potere, anche culturale, la valutazione si trasforma in favoritismo ed approssimazione. Ma questo problema, che è di natura culturale e politica non si risolve con l’assunzione di pastiglie di buonismo ma con iniezioni di serietà etica e professionale. Occorre affrontare il tema scientificamente. Dietro al buonismo si nasconde in effetti un discorso classista a livello della globalizzazione dello sfruttamento delle masse non acculturate che dovrebbero rimanere tali. La schiavitù , in questo caso culturale, del sapere, dovrebbe esser stata vinta da un pezzo. Non barattiamo la modernità con un ritorno ad un medioevo prossimo venturo.

Naturalmente: “La cultura dominante è la cultura della classe dominante” (L’ideologia tedesca, Karl Marx)

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