La lotta internazionale del capitale

In diversi paesi di contesto geografico ( Egitto, Turchia, Portogallo) a noi prossimi così come in alcuni decisamente più distanti (Brasile e SudAfrica) sono in corso sommosse rivoluzionarie e percorsi di scioperi generali intensi e profondi. Le une e gli altri stanno comunque producendo cambiamenti radicali e svolte decisive nei confronti delle masse popolari, proprio, e solo, perché dalle stesse condotti.

Orbene, la chiave di volta di tali affondi nei confronti dei molteplici assetti capitalistici che il potere economico ha/si è dato nei diversi continenti in argomento, è l’organizzazione “ferrea” e politicamente orientata delle schiere dei lavoratori che stanno insubordinandosi all’ordine gerarchizzato “di fabbrica”.

Ciò che indubbiamente colpisce è la falsità deformante dell’informazione “cosiddetta ufficiale”. Anche, per inciso, rispetto alla vertenzialità che è in corso nel nostro paese, dove vi è un aumento del 5% degli scioperi (soprattutto quelli senza preavviso, nell’ordine del centinaio) nei servizi pubblici (et similia) quali logistica,trasporti e smaltimento rifiuti. Le tipologie lavorative essenziali, cioè, per il funzionamento delle opulente società post-fordiste, basate sullo stop and go. Quindi, come dire, i lavoratori, “da soli”, autogestendosi i conflitti hanno individuato, sanno di essere essenziali per l’attuale produzione capitalistica e decidono di bloccarla per rivendicare i propri diritti, per soddisfare i propri bisogni.

Come i lavoratori di Port Said stanno dimostrando da ormai cinque anni. Port Said, Egitto. Dove vi è il più grande complesso industriale d’Africa. Più di sessantamila operai nel fabbricone centrale e decine di migliaia nell’indotto. A produrre auto. Sono poi da decuplicare i numeri se si passa alle sterminate periferie di Alessandria e Il Cairo, dove nelle “cinture operaie” si producono rispettivamente –secondo una precisa divisione dei compiti studiata dai cartelli multinazionali- prodotti alimentari lì e chimici qui. I cui lavoratori sono anch’essi da anni in dura vertenza contro i rispettivi padronati. Da questa classe lavoratrice è partito tutto un lustro fa e ora bruciano i palazzi del potere. Simili sviluppi sono quello che interessano la Turchia. Dove gli enormi agglomerati proletari di Izmir (gommaplastica), Bursa (trasporti) e Istanbul (meccanica) tutti contoterzisti per conto delle grandi imprese d’auto tedesche, unitamente ad una sterminata massa di precariato-laureato coartato al mantenimento del terziario turistico, hanno sempre mantenuto un livello di alterità molto alto verso i processi di ristrutturazione/delocalizzazione tutti legati ai movimenti finanziari transnazionali, con scioperi periodici intensissimi.

Simili a quelli che stanno caratterizzando il SudAfrica delle miniere. Il perno dell’attività industriale di quel paese. Con una combattivissima compagine di minatori che scrollatisi di dosso i consociativismi delle vecchie organizzazioni politiche e sindacali, legate a doppio filo “col potere economico post-coloniale”, hanno dimostrato nei siti di estrazione/lavorazione dell’alluminio e dell’oro una capacità di organizzazione e resistenza ineccepibili.

Ed egualmente ecomiabile è stata la scelta delle organizzazioni storiche del movimento dei lavoratori brasiliani che non si è lasciato trascinare in disordini di piazza disomogenei e senza un vero indirizzo, come sta accadendo in questi giorni. Lì, i sindacati della metallurgia ed il movimento dei Sem Terra (come dire “operai e contadini) –e parliamo di decine di milioni di lavoratori organizzati- hanno deciso di schierarsi a sostegno di una piattaforma politica rivolta al reddito ed ai bisogni primari: casa, scuola, sanità e trasporti. Da “affiancare ai disordini” senza farsi sussumere né strumentalizzare, da moti simili al nostro “’77”coi suoi chiaroscuri.

È invece limpidissimo il percorso di lotta che ha portato i lavoratori portoghesi al quarto sciopero generale in un anno. Con l’ultimo del 27 giugno che ha letteralmente paralizzato il paese e che porterà probabilmente a breve alla caduta del governo-fantoccio della troika di Bruxelles che sta affamando la popolazione con continui tagli alle prestazioni sociali.

Il dato certo che lega questi paesi all’apparenza così lontani culturalmente e non solo geograficamente, è la presenza di forti partiti comunisti ed organizzazioni sindacali ad essi strettamente correlati o per lo meno in forte sintonia.

Il PCP in Portogallo, ed il SACP in SudAfrica, su tutti, sono esempi chiari di come un partito che non perda i riferimenti ed il proprio radicamento sociale possa condurre e trascinare alla lotta non solo le proprie schiere, ma decisamente allargare il fronte di lotta ai disoccupati, agli sfruttati anche se in partenza non organizzati o ideologizzati.

Questi accadimenti di massa così estesi, vere rivolte popolari, vanno dunque letti analizzando le direttive economiche che li sottendono.

Riorganizzazioni produttive su base continentale/regionale (come leggere altrimenti lo spostamento massivo delle produzioni alimentari europee in Grecia con una manodopera ormai pagata la metà del continente e quello degli stabilimenti d’auto francesi ed inglesi in Spagna, dopo la controriforma del lavoro prodottasi in questo paese, con assunzioni e licenziamenti più “facili”?) che dirottano intere tipologie merceologiche o parti delle stesse in aree più convenienti per il capitale, come la delocalizzazione del comparto elettrodomestico italiano nelle zone speciali (per paghe, contributi e fiscalità) della Serbia e della Bulgaria.

La classe lavoratrice turca ed egiziana ad esempio, negli anni ’50 e ’60 era stata “indotta” ad emigrare, rispettivamente, in Germania ed Inghilterra, con retribuzioni differenziate d’ingresso nei relativi stabilimenti d’assunzione. Ed “ora” (avendo a riferimento i tempi delle tornate contrattuali) che i trattamenti normativi ed economici sono stati equiparati ai “nativi”, si spostano direttamente nei paesi d’origine le produzioni, al fine di mantenere (con paghe ottocentesche) inalterata la produttività ed il rendimento economico/finanziario. E scoppiano le rivolte.

Per tale ordine di motivi la multinazionale dell’alluminio Alcoa ha chiuso i suoi stabilimenti italiani, per poi incrementare a dismisura i ritmi produttivi (ed aumento esponenziale degli incidenti lavorativi) nei siti produttivi sudafricani, teatro da molti mesi di durissimi scioperi e relativi scioperanti morti ammazzati.

Disordini che hanno anche un’appendice brasiliana, con le grandi multinazionali dell’agro-business intenzionate a spostare intere filiere di coltivazione in SudAfrica, da cui nascono le rivendicazioni dei Sem Terra.

Il capitale si parla, comunica. Dobbiamo ricominciare a farlo anche noi. Come un tempo.

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