Il triste declino e la presa per i fondelli: capitale, poteri e politica borghese contro la classe operaia, sempre e senza pietà

Feb 07, 2014 No Comments by

Leggo sulla stampa locale che, nel giro di una settimana, gli ex proprietari del calzificio  Primamoda di Casalmoro- MN (fallito) e della MS abbigliamento con sede a Virgilio – MN (fallito) soggetti di procedimenti giudiziari per reati  fiscali e  finanziari, nel primo caso a seguito di procedura fallimentare, nel secondo per il trascorrere dei termini,  non pagheranno nulla o addirittura vedranno archiviati gli stessi procedimenti intentati a loro danno a causa della prescrizione che interverrà fra breve.

Una beffa: il calzificio Primamoda, da sempre in attivo, era stato chiuso dopo che lo storico proprietario, improvvisamente indebitatosi, lo aveva venduto ad una sorta di faccendiere che non aveva i soldi nemmeno per comprare i calzini per se’,  mentre la catena di abbigliamento a poco prezzo con sede nel mantovano (decine di negozi in tutta Italia) era stata investita da un provvedimento giudiziario a seguito delle infinite lotte delle operaie mantovane (sede del magazzino) che avevano protestato per essere state licenziate dopo anni e sostituite dal una cooperativa che forniva manodopera cinese a poco prezzo. Nonostante il clamore delle lotte, i blocchi ai cancelli, gli  scioperi ad oltranza, però, c’erano volute le forze dell’ordine di Pavia per scoprire che capi contraffatti giunti da ogni dove transitavano verso la sede di Mantova per essere poi  smistate. Sembrava  che la giustizia avesse trionfato: pura illusione! Il tempo e la prescrizione  (la legislazione in merito è stata approvata di recente dal parlamento e viene quindi applicata dalla magistratura coi tempi e i modi che (sempre) discrezionalmente essa può darsi)  fanno trionfare i soliti noti. Basta un trafiletto sul giornale.

Del resto è stato così anche per Primamoda e tanti altri esempi di chiusure aziendali, delocalizzazioni, fallimenti.

A pagare sono sempre operai e operaie.

Le lotte sono state tantissime:  occupazioni, tetti, presidi. Da comunisti,  non avendone persa una, abbiamo progressivamente registrato la solidarietà di sindacati (sempre consapevoli di quanto stava avvenendo e del perché), istituzioni, parrocchie e da ultimo (emblematico il caso della Cartiera Burgo di Mantova) Confindustria….

La devastazione prossima che sta investendo centinaia di famiglie,  viene così dipinta,  anche grazie alla stampa amica dei potenti, come una sorta di maledizione piovuta dal cielo a cui niente può opporsi.

Di responsabilità politiche, economiche e istituzionali  non si parla nemmeno più: per i lavoratori poi è tale la disperazione che per evitare di non lasciare nulla di intentato si accetta di tutto e di più, tranne però la lotta, quella dura di contrapposizione ai responsabili di questa situazione  incancrenita, opzione di fatto oggi impossibile, considerati i rapporti di forza esistenti a netto discapito dei lavoratori.

Situazione che favorisce il capitale imprenditoriale nostrano grazie all’impudente vassallaggio dei  faccendieri della politica che, nel tempo e in particolare con i recentissimi governi, hanno destrutturato qualsiasi sistema legislativo di difesa delle condizioni  di vita dei lavoratori,  ponendoli alla completa mercé del capitale che si riprende, e con gli interessi, tutto  quello che aveva dovuto concedere quando le rappresentante politiche  e sindacali della classe operaia c’erano ed erano forti e non succubi.

La battuta che veniva abitualmente fatta per la FIAT (i contributi statali sono stati tali e tanti nei decenni che gli italiani potevano comprarsela) dovrebbe davvero essere analizzata come prospettiva politica: i comunisti propongono che la fabbrica torinese (?) sia nazionalizzata. Non solo ha usufruito dei risaputi contributi mai resi ma oggi,  in previsione di guadagni,  trasferisce i suoi (?) capitali via dall’Italia,  comprando in USA e mettendo radici amministrative e fiscali dove non si pagano le tasse (Olanda e Gran Bretagna).  La proposta vale per la Fiat come per tutte le aziende che sono sorte ed hanno prosperato grazie a finanziamenti, contributi, incentivi pubblici, sgravi  e che oggi chiudono e delocalizzano.

Per non parlare delle ex aziende pubbliche: l’ignobile, ingloriosa fine della nostra ex  compagnia aerea di bandiera, è eloquente, ma all’orizzonte ci sono le Poste e chissà che altro ancora, dopo che il patrimonio locale è già stato devastato: un esempio per tutti la vicenda dell’acqua ex pubblica. E se possibile, in questi casi, la sfacciataggine e le responsabilità sociali economiche impunite del PD fanno impallidire i vecchi esecutivi berlusconiani.

L’Europa quindi è davvero retta da medesime norme ma  con due differenti linee d’azione. Quella dei  ricchi che usano il continente allargato e marginalizzato sia a livello sociale che economico per potenziare il proprio potere e la propria ricchezza e quella dei poveri, dove arrivano le delocalizzazioni, gli stati elargiscano a profusione contributi pubblici per attirare le imprese  con la loro  esperienza industriale ed umana, la deregolamentazione in materia ambientale è assoluta e difese sociali non ce ne sono.

L’Italia  stava in mezzo ma poiché  la ripresa è una pia illusione,  la sua marginalizzazione è cosa fatta, dapprima economica e subito dopo sociale. Culturale lo è da un pezzo.

Terminate le delocalizzazione incontrastate, incentivate dai recenti governi (anche regionali: la vicenda dell’Omsa della romagnola Faenza è emblematica)  su cui oggi PD e destre sostengono di non sapere e potere niente, per le imprese che restano in Italia la soluzione è una sola: imporre i salari della Europa a bassa velocità, quella di Serbia o Romania, per intenderci, dove tanti operai italiani stanno già emigrando in forze con le loro famiglie. Continuano a fare il lavoro che  facevano prima in fabbrica e nei calzifici, molto spesso insegnando le lavorazioni  alla classe operaia locale ma ad un stipendio inferiore anche di 2/3.

La vicenda di Electrolux ne è la riprova.

L’Italia che ieri era in mezzo, prima stava in serie A,  cioè quando a contrastare un forte padronato c’era una classe operaia e dei lavoratori altrettanto forte che aveva impedito col proprio sindacato e partito di classe l’attacco ai propri diritti ed interessi.

Oggi solo le banche e i potentati europei sono forti e l’Italia è stata marginalizzata, cacciata all’angolo. Non riemergerà se i lavoratori non sapranno opporsi con una propria forza politica autonoma, se non abbandoneranno sindacati e partiti incancreniti,  armi di distrazione di massa coi loro falsi obiettivi e sempre nuovi scoup da prima pagina che non sanno andare oltre l’insulto da dare e ricevere per coprire le nefandezze che stanno compiendo, coacervi di piccoli / grandi poteri e privilegi,  infarciti di funzionari che la lotta di classe la fanno per loro stessi non per chi gli paga lo stipendio coi soldi della tessera o dei fondi pensione / assicurativi che hanno introitato grazie alle varie controriforme dei governi degli amici.

Se non contrapporremo alla politica dell’eterna mediazione al ribasso, delle lotte di retroguardia per le briciole e delle inutili parate sindacali la prospettiva di una società diversa, giusta e di eguali, socialista il futuro non potrà che essere di subordinazione assoluta.  La proposta socialista non è una chimera: quale potrebbe essere altrimenti l’opposizione autentica al declino?

La demagogia dei nuovi tribuni non propone certo un differente tipo di società che guardi alle classi meno abbienti, anzi, ribadisce l’ineluttabilità di questa società, del capitalismo che, dovrebbero averlo capito tutti, non potrà mai diventare buono. Quanto poi ai valori di riferimento, al di là delle fanfaronate  mediatiche, basta un po’ di sale in zucca per comprendere che la piazza virtuale, quella del clic mediatico, è una pagliacciata che non risolve niente, tanto meno le sceneggiate ad insulto sessista che non servite a nulla se non a far salire alla ribalda una delle tante parvenù della politica e del suo sottobosco  che da qualchelegislatura, siedono sulla poltrona della terza carica dello Stato.

Eppure sembra che la situazione sia ancora avvolta dalla nebbia: il sindacato confederale è collaterale alle scelte padronali, la CGIL usa la FIOM come cartina di tornasole nel tentativo di convincere  i sempre meno illusi  che un po’ di attaccamento ai problemi del lavoro li conserva, nella realtà dei fatti, però,  firma di tutto e di più (anche se pateticamente dice che non è vero imbastendo pantomime da avanspettacoli  alle quali tenta di far appassionare i propri portacolori …), in politica non si sa che sia più filo padronale:  il PD (di tutti e non solo di Renzi) o padron Silvio,  salvo per il primo sventolare la bandiera  di diritti sociali che in realtà ha contribuito a cancellare con la grancassa di una sordina che consiste nell’urlare di tutto e di più,  facendo dimenticare tutto in fretta.

La democrazia (sia pure borghese) non conta più niente da un pezzo (chi ha i soldi ha tutto chi non li ha, si vedrà privato di tutto,  pur che vengano rispettate e sulla sua pelle, regole imposte a suon di maggioranza o addirittura mai votate, verniciate con termini astrusi come “obbligo di pareggio in bilancio”, il fiscal compact, spread la cui forza è più cogente del Vangelo per i credenti, tanto  che è stata snaturata una Costituzione che mummie vecchie e nuove del PD o della finta / dannosa sinistra,  fingono sia ancora quella approvata nel dopoguerra).

La sinistra ha fallito. Se ci si ostina a chiamare tale quella rappresentata dal PD e dai suoi servi sciocchi, ricordiamo che in Italia con la Resistenza prima e con le lotte sociali, il movimento operaio, dei lavoratori, delle donne e dei giovani ha raggiunto conquiste inimmaginabili perché era rappresentato da partito comunista e da un sindacato che, per lungo tempo, è stato di classe.

Molto generico l’apporto a queste conquiste da parte di una indifferenziata sinistra.

Costruiamo il partito, il nostro, quello che rivendica e saprà difendere i nostri interessi di classe:  il partito comunista. Non ha fallito l’ideologia comunista, ha fallito la sua revisione, imposta da avversari di classe vecchi e nuovi  che hanno costruito e contribuito a ribadire la vittoria dell’unica ideologia che vorrebbero possibile , quella capitalista.

Non è vero che non si può fare e le lotte di molti paesi europei, unite a quelle di alcune realtà italiane ne sono la dimostrazione.

 

Monica Perugini

SEGRETARIO REGIONALE LOMBARDIA

PARTITO COMUNISTA

Economia, Lavoro, Unione Europea

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