Ieri come oggi, il sinistrismo è la maschera della Gestapo

La difficile condizione dei comunisti nel nostro paese, e più in generale della cosiddetta “sinistra”, è cosa che ha radici profonde. Che vanno ricercate innanzitutto nel lavoro che la borghesia, da sempre e con sempre maggiore efficienza, ha condotto contro i comunisti, contro i lavoratori per dividere e frantumare il movimento operaio. Una lotta incessante condotta con ogni mezzo: dalla lotta ideologica, alla propaganda, all’intrigo politico, ecc.

Come sappiamo, l’ideologia dominante in una società è quella della classe che detiene il potere. Quindi determinante in questo scontro è l’influenza dell’ideologia borghese tra le file del movimento operaio e dei comunisti. L’abbandono dei principi da parte degli stessi comunisti, avvenuto nel corso di un tempo molto lungo, non può essere liquidato semplicemente come conseguenza del tradimento di singoli personaggi, ma bensì con la sempre più forte influenza dell’ideologia borghese tra le loro file. Le correnti opportunistiche che si diffondono nel movimento comunista sono l’effetto di questa influenza. Così è stato per il Pci. Ma lo è stato anche per ciò che si è collocato alla sua sinistra o che lo ha sostituito all’atto della sua liquidazione. Non dobbiamo mai dimenticare che tutti i partiti comunisti sono sorti in una lotta implacabile condotta contro l’opportunismo tra le file stesse del movimento comunista.

Il nostro ambiente è oggi pervaso dall’idealismo e da tutte le correnti opportuniste derivanti dall’influenza dell’ideologia borghese tra le file del movimento operaio. Per gli idealisti sono le idee a determinare la materia. Ovvero sarebbe il pensiero a determinare ciò che si è. Sarebbe sufficiente quindi dirsi comunisti per esserlo nella realtà. Di conseguenza anche un partito sarebbe comunista perché lo dice il nome. Così come una politica sarebbe comunista solo perché praticata da un partito con quel nome. Il principio più in voga oggi, soprattutto sui social, è: affermo, dunque sono.

Tutto questo lo osserviamo ogni giorno ad esempio tra tutti quei compagni che, molti in buona fede, si domandano perché tutti i vari partiti comunisti, ovvero che si chiamano così, non si uniscano in un unico partito.

Noi sappiamo, invece, che si è ciò che si fa e non ciò che si dice di essere o di voler fare. Sono le azioni che compiamo a determinare ciò che siamo. Quindi non è il nome a determinare la natura di un partito. Sono le azioni concrete che esso fa. Come mette in pratica tutto ciò che teorizza. Pensare quindi che un partito comunista, compreso il nostro, possa nascere bello pronto semplicemente con un atto amministrativo, è puro idealismo. Il nostro partito non è immune dall’influenza dell’ideologia borghese solo perché si dichiara comunista, marxista-leninista, ecc.

Non abbiamo mai avuto la presunzione di considerare il nostro partito all’altezza dei compiti che è chiamato a svolgere. Siamo ancora ben lontani da ciò. Il vero lavoro che abbiamo oggi da compiere è quello di superare lo stadio “infantile” nella costruzione del partito e cominciare ad assumere le caratteristiche di un partito più maturo. Questo può essere fatto solo attraverso un profondo lavoro di riflessione sulla nostra storia, su ciò che siamo, ed un altrettanto profondo lavoro di formazione di ogni militante del partito, ancora troppo impreparati, malgrado l’entusiasmo, ad affrontare ogni genere di battaglia: da quelle interne al partito a quelle esterne.

Malgrado i limiti, i difetti che ci sono e che abbiamo manifestato nel nostro lavoro, questo partito ha rappresentato una novità positiva, non solo nel quadro del movimento comunista del nostro paese.

Considerati tutti gli sforzi profusi dalla borghesia imperialista non solo per liquidare il Pci, ma anche per manipolarne la storia e cancellare la memoria tra le giovani generazioni del suo ruolo nella storia d’Italia, della sua funzione in favore dei lavoratori e delle masse popolari, il semplice fatto che oggi torni a manifestarsi tra i giovani la coscienza della necessità di un partito comunista, rappresenta una sconfitta enorme per la stessa borghesia imperialista. Una sconfitta tanto più importante nel paese che aveva visto il più grande partito comunista dell’Occidente capitalista. Per la prima volta da molto tempo non più i vecchi nostalgici ma i giovani hanno ricominciato ad avvicinarsi al partito e all’idea del comunismo.

Certamente noi oggi non rappresentiamo una minaccia, tuttavia la borghesia imperialista non si è mai preoccupata solo della realtà presente, ma guarda anche alle potenzialità di un fenomeno, in questo caso di un partito, in grado di rappresentare in futuro un serio problema per la stabilità di questo sistema capitalista. In ogni caso, anche solo la vaga possibilità che in Italia risorga un partito con le caratteristiche e le capacità del Pci, rappresenta una delle più grandi minacce per questo sistema. Non sorprende quindi che essa tenti sempre, e con ogni mezzo, di rendere inefficace ogni tentativo di costruire un partito comunista nel nostro paese.

Anche nella vicenda del distacco del Fgc possiamo osservare le medesime modalità osservate nelle innumerevoli scissioni che hanno caratterizzato le numerose organizzazioni della sinistra del nostro paese.

La continua e ossessiva ricerca degli errori e dei crimini commessi dal PC troppo facilmente ci ricordano le parole di Antonio Gramsci sui costruttori di soffitte.

La linea dichiarata dal FGC, apparentemente di purezza ideologica e attaccamento ai principi, si scontra con un comportamento che rivela ben altro: innanzitutto la propria meschinità e smania di grandezza. La volontà di fare il deserto per emergere e distinguersi. E nel far questo non si curano delle conseguenze politiche degli atti che essi stessi compiono mostrando così la loro vera natura.

Così come la borghesia ha operato attraverso la mistificazione, la distorsione e la diffamazione per cercare di rendere agli occhi dei lavoratori il Pci uguale a tutte le forze politiche borghesi, essi cercano oggi di svilire coloro che fino a ieri hanno considerato compagni di viaggio.

Giovani che non hanno compreso come non sia la loro età a renderli superiori e parte integrante di una classe sociale. Ancora una volta si rimprovera al passato di non aver compiuto il compito del presente: come sarebbe più comodo se i genitori avessero già fatto il lavoro dei figli.

Quante volte ci siamo dovuti scontrare con questi giovani, anzi, con i loro dirigenti, che consideravano lo studio e la formazione una perdita di tempo strappato al lavoro pratico, che, secondo loro, sarebbe unicamente quello utile e necessario. Essi rivolgono la propria attenzione unicamente al “fare cose concrete” senza curarsi di cosa fare o di come farlo. Senza rendersi conto che, per i comunisti, teoria e pratica sono indissolubilmente legate fra loro.

Un gruppo dirigente giovane capace solo di impartire ordini e che replica quindi, all’interno del FGC come del Partito, la suddivisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale; tra chi pensa e decide, e chi fa le cose. In questo modo chi respinge la teoria o la ritiene superflua tende a riprodurre le condizioni ideali per generare una casta di intellettuali borghesi che esercitano il controllo sul partito. Così la capitolazione al dominio borghese avviene senza molte chiacchiere, discutendo solo di cose concrete.

Un gruppo dirigente giovane per cui la disciplina del centralismo democratico doveva essere solo cieca obbedienza, puro accentramento. La continua replica e aperta manifestazione del: io so’ io e voi non siete un cazzo!

Quel gruppo dirigente composto da giovani non si è dimostrato per questo più capace. Ha dimostrato anzi nei fatti di saper replicare egregiamente tutte le deviazioni borghesi: dall’idealismo all’opportunismo. Essi hanno saputo sostituire l’etica con l’estetica. Per loro la forma, l’apparenza hanno preso il posto dei contenuti e dei significati: lo scopo essenziale è diventato simulare, apparire, far sembrare che…

Le debolezze oggettive dei comunisti nel nostro paese, e quindi anche del nostro partito, avevano costretto il partito stesso ad affidare a molti di questi giovani, ruoli di responsabilità nel partito. Ma invece di considerarli appunto come delle responsabilità per le quali bisogna innanzitutto dimostrare di essere degni, essi li hanno considerati attestati di superiorità e tramutati in privilegi. Presi dall’ebrezza del successo, un successo effimero come lo sono le immagini o le parole sui social, hanno pensato di poter prendere nelle proprie mani l’intero partito. Una volta fallito il tentativo ora cercano disperatamente di ridurre quel partito, che dicevano di voler costruire, in cenere. Solo così possono dimostrare la loro superiorità.

Se questo gruppo di giovani dirigenti fosse in buona fede non potrebbe sfuggire loro la natura oggettiva delle conseguenze delle loro azioni, non potrebbe sfuggire loro quali siano gli sponsor occulti dei vari “fronti” inconcludenti che hanno deciso di promuovere. Non potrebbe sfuggire loro che l’attacco condotto, sul piano politico come su quello sindacale, per lasciare terra bruciata al di fuori di questi “fronti”, finirà solo col ritardare ulteriormente la ricostruzione di un partito comunista nel nostro paese. Ritardarlo, non impedirlo.

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