I nodi vengono al pettine

Nella sterminata sequenza di numeri, statistiche e analisi che da giorni si susseguono sull’emergenza Covid-19, un dato appare ormai assodato: le vittime del virus in Italia – soprattutto in Lombardia – sono enormemente superiori a quelle di tutti i Paesi che hanno vissuto la prima ondata di contagi. Con l’esclusione della Francia e della Spagna, gli altri paesi colpiti dalla pandemia registrano una letalità del virus compresa tra l’1 e il 4%. La Germania, pur in presenza di un numero di contagiati che negli ultimi giorni appare in forte crescita, ha avuto sino al 25 marzo “solo” 200 morti, con un tasso di letalità dello 0,5% rispetto ai contagiati accertati. In Corea del Sud, uno dei primi paesi a subire la crescita vertiginosa dei contagi, si registra un tasso di letalità pari a circa l’1%. Il paese asiatico, attraverso una politica di contenimento molto efficace, basata su una campagna massiva di tamponi e sul rigido monitoraggio dei contagiati, è riuscita in un arco di tempo relativamente breve a ottenere importanti risultati. Se a proposito della Germania, dunque, si potrebbe contestare il criterio molto rigido con cui sono stati registrati i decessi (vengono cioè registrati come decessi Covid solo le morti di pazienti che non presentavano altra gravi patologie), nel caso della Corea del Sud invece non solo la letalità è oggettivamente contenuta, ma lo sono anche i contagi, fermi a circa 10.500.

Per quanto riguarda gli altri paesi al centro della pandemia, questi sono i numeri attuali (15 aprile):

  • Cina: 82.295 contagiati; 3.342 morti (letalità 4%).
  • Spagna: 177.633 contagiati; 18.579 morti (letalità 10,4%).
  • Stati Uniti: 635.850 contagiati; 27.783 morti (letalità 4,3%).
  • Francia: 147.863 contagiati; 17.167 morti (letalità 11,6%).
  • Germania: 133.456 contagiati; 3.592 morti (2,6 %)
  • Svizzera: 26.336 contagiati; 1.239 morti (letalità 4,7 %).

Quali invece i dati dell’Italia alla stessa data?

  • 165.155 contagiati; 21.645 morti (letalità 13%).

Se limitassimo il dato alla sola Lombardia, il risultato sarebbe ancora più impressionante:

  • 62.153 contagiati; 11.377 morti (letalità 18%).

Questi dati (che rilevano tuttavia solo il numero ufficiale dei contagiati) evidenziano una sproporzione abnorme tra i morti avuti in Italia e quelli di qualunque altro paese (ad eccezione al momento della Spagna e della Francia). Non è nostra intenzione speculare sulle ragioni di questa sproporzione, ma ci pare evidente che il tanto sbandierato “metodo italiano”, in realtà, sia stato un completo disastro. 

Da più parti vengono sollevate ipotesi sulle ragioni di questo disastro: la popolazione particolarmente anziana della Lombardia; il clima della Pianura Padana e il suo endemico e grave inquinamento da polveri sottili, concausa delle polmoniti; il numero complessivo dei contagiati superiore di almeno dieci volte rispetto a quello intercettato con gli ancora pochi tamponi effettuati.

C’è da supporre che tutte queste ipotesi siano vere e siano parte della tragedia a cui stiamo assistendo.

Vi sono poi ragioni più strutturali che devono però essere denunciate con forza. La prima è senza dubbio la totale impreparazione del nostro governo e del nostro sistema sanitario rispetto a un’epidemia di cui si conosceva da tempo la forza, la velocità, l’aggressività.

Il 27 gennaio il presidente del consiglio Giuseppe Conte si presentava in Tv per tranquillizzare gli italiani informandoli delle iniziative prese dal governo per fronteggiare l’emergenza e per garantire che il Paese era pronto ad affrontare la sfida.

In quel frangente, i virologi e gli epidemiologi più accreditati presso istituzioni e media (tra cui il prof. Galli e il prof. Burioni) garantivano che il virus non avrebbe mai sfondato in Italia e che non c’era da preoccuparsi. I politici più in vista, tra cui Salvini, Zingaretti e il Sindaco di Milano Giuseppe Sala, non perdevano occasione per tirare su il morale agli italiani, con slogan del tipo “Milano non si ferma” ecc. ecc. La stampa mainstream alternava una prima fase di terrorismo mediatico a una seconda dove i toni venivano smussati, forse in conseguenza del crollo economico che si iniziava a intravvedere.

Sono bastati pochi giorni per infrangere tutto l’ottimismo iniziale. Appena il numero dei contagi è aumentato e gli ospedali sono entrati in emergenza, è apparsa in tutta la sua grottesca drammaticità la totale impreparazione delle nostre istituzioni. L’assenza di adeguate forniture di dispositivi di protezione individuale (DPI), a iniziare da mascherine, guanti in lattice, tute e occhiali isolanti per i medici e il personale ospedaliero, è stata evidente pochi giorni dopo l’inizio dell’epidemia!

Ancora oggi, fine marzo, la Protezione Civile promette l’arrivo di nuove ingenti forniture che di fatto non colmano lo spaventoso buco.

L’assenza dei DPI ha agito direttamente sulla diffusione del virus, ampliandolo, anche perché le carenze si sono registrate negli ospedali e nei presidi sanitari, vero e proprio focolaio perpetuo di diffusione del Covid.

Ad aggravare ulteriormente una situazione già drammatica hanno contribuito, in secondo luogo, le decisioni del Governo in materia di mobilità sociale. In poche settimane siamo passati, come abbiamo visto, da “Milano non si ferma” a “io sto a casa”. Ma l’impressione è che si tratti più di una campagna mediatica che non un vero e proprio blocco degli italiani. Nella regione più colpita, la Lombardia, ancora il 26 marzo si registrava una mobilità del 35% della popolazione, cioè oltre un terzo degli abitanti della regione. A ciò aggiungiamo che tutti coloro che stanno effettivamente in casa devono però uscire per le spese alimentari e/o quelle farmaceutiche, originando lunghe file fuori dai supermercati e farmacie, talvolta con centinaia di persone in attesa.

Soprattutto – però – sono stati i decreti emessi dal Governo in rapida successione ad alimentare confusione. L’obiettivo principale di questi decreti, partendo dall’ultimo del 22 marzo, era quello di bloccare anche le attività produttive, in un primo tempo risparmiate dal blocco. Appariva chiaro, cioè, che senza bloccare le attività produttive del bresciano, del bergamasco, del milanese e del resto della regione più industrializzata d’Italia, tentare di arginare la diffusione del virus impedendo la passeggiata al parco, l’attività fisica dei runner, il parco giochi dei bambini, la scuola dei ragazzi, diventava oltre che velleitario, ridicolo.

“Le merci possono circolare”, recitava il DCPM dell’8 marzo, con grande sollievo di Confindustria.

Il 22 marzo si decide dunque una ulteriore stretta anche per le attività produttive. Un intervento energico di Confindustria, però, dapprima fa rimandare l’entrata in vigore del decreto al 25, poi ottiene la deroga per una serie di settori, che assumono così la definizione di “essenziali”. Un elenco che si rivelerà lunghissimo. Tra gli altri settori “essenziali” ci sono:

  • Attività finanziarie e assicurative
  • Attività di consulenza gestionale
  • Call center
  • Fabbricazione di materiali in plastica
  • Fabbricazione e riproduzione di supporti registrati

Una lista di 100 codici Ateco (codice che identifica l’attività produttiva) e che rende il blocco un totale colabrodo. Ma le merci devono poter circolare. Costi quel che costi. E il costo inizia a essere alto. Immensamente più alto del costo di qualunque merce.

Per questo parlavamo prima di percezione. Se la metà delle strutture produttive è in funzione; se i mezzi pubblici sono in funzione; se gli ospedali sono un focolaio spaventoso di diffusione del virus a causa anche della mancanza di DPI; se non sappiamo nemmeno quanti sono realmente i contagiati, visto che i tamponi vengono fatti solo se hai sintomi gravi, che senso ha la campagna mediatica “iostoacasa”?

Che senso ha ordinare agli italiani di restare chiusi in casa, quando tutto ciò che può essere veicolo di contagio, ovvero le attività produttive svolte da esseri umani, restano prevalentemente in funzione?

Torniamo a dire che se c’è un metodo che proprio non ha funzionato, questi è evidentemente il “metodo Italia”.

Se non ci fosse una tragedia in atto, potremmo forse trovarci a salutare finalmente la riscoperta di una Milano, di una Pianura Padana dall’aria pulita. Sono impressionanti le immagini di quei grafici che evidenziano attraverso dei colori – dove quello rosso indica “alto inquinamento” – come siano bastati pochi giorni di blocco per migliorare in modo drastico la qualità dell’aria nella regione, mentre sono sempre più numerosi gli ambiti scientifici che pongono una relazione stretta tra il disastro che il virus ha compiuto in Lombardia e – in particolare – nella Pianura Padana e l’inquinamento ambientale fuori controllo. Un inquinamento che è esso stesso figlio del nostro sistema di produzione, non certo delle abitudini della gente o delle particolarità morfologiche del territorio. I dati ora lo dimostrano. E anche con questi dati, finita l’emergenza, dovremo andare alla lotta per reclamare che non si torni più al passato.

Vi è un ultimo aspetto che ha certamente concorso al disastro italiano: il trattamento liberista che il nostro sistema sanitario nazionale ha subito negli ultimi decenni. Alcuni numeri:

  • 46.000 posti di lavoro tagliati, di questi una fetta importante sono di medici e infermieri.
  • 37 miliardi di € di tagli alla sanità negli ultimi dieci anni.
  • 3,2 posti letto ogni mille abitanti, contro una media europea di 5 posti letto ogni mille abitanti (la Germania ne ha 8).
  • Taglio del 51% dei posti letto in terapia intensiva e acuta (fonte: OMS).
  • Chiusura di 200 ospedali in tutta Italia dal 2007 a oggi.
  • Taglio di 70.000 posti letto in tutta Italia.

Sono solo dati sommari ma che descrivono bene il passaggio epocale vissuto dalla nostra sanità, e più in generale dai nostri servizi sociali, a cavallo tra fine secolo e oggi. Un passaggio gestito dalle istituzioni prima italiane e poi europee per tradurre in profitto anche la salute e tagliare tutto ciò che non era e non è in grado di generarlo.

I risultati – oggi – sono sotto gli occhi di tutti e non possono più essere nascosti.

È il fallimento del capitalismo a essere sotto gli occhi di tutti. In particolare, del capitalismo europeo e statunitense.

L’arrivo di medici, infermieri e aiuti da Stati che definiamo “canaglia” – come Venezuela, Cuba, Cina – è un piccolo esempio che evidenzia come si sia ormai consolidato un blocco di paesi molto importanti e influenti che approccia le relazioni internazionali in modo totalmente difforme a ciò che siamo abituati a vedere.

Si tratta di paesi che non hanno i loro eserciti sparpagliati per il globo; che non combattono guerre, né del tipo “umanitario”, né di aggressione; che non orchestrano colpi di Stato contro leader politici non allineati ai loro interessi economici; che non schiacciano intere popolazioni sotto il giogo di politiche economiche allo scopo di rapinare altri paesi; che gestiscono le relazioni internazionali sulla base di un principio di reciprocità e di mutualità. Una visione multipolare, insomma.

Il ruolo della Cina, in questo contesto ci sembra decisivo. La crisi in corso dimostra una volta per tutte come un sistema di produzione pianificato e centralizzato funzioni meglio del liberismo che abbiamo imparato a conoscere da un paio di decenni alle nostre latitudini. Si scrive molto in queste settimane del fatto che la sconfitta del virus in Cina sia stata possibile grazie alla chiusura totale di ogni mobilità sociale nella regione dello Hubei. Il ricorso all’esercito e a forme di repressione molto dure ci sono state raccontate con dovizia di particolari sui nostri organi di informazione ogni giorno. Diffidare di queste ricostruzioni è il minimo visto che siamo in presenza di mezzi di comunicazione completamente asserviti al pensiero dominante occidentale. Una massa di giornalisti capaci di inventarsi e descrivere bombardamenti chimici sui bambini siriani mai avvenuti nella realtà, ma utili a giustificare le guerre che la Nato ha scatenato in quella regione e da decenni nel mondo.

Ma anche soffermandoci su quanto abbiamo potuto vedere attraverso i reportage della nostra stampa, non possiamo non rilevare come questa “stretta” cinese non sia dissimile da quella che noi avremmo voluto fare. Con una piccola differenza: nella regione dell’Hubei la produzione si è fermata davvero e non part-time come da noi. Mentre la politica italiana si è fatta ricattare come sempre dai propri padroni di Confindustria, in Cina hanno ragionato da Stato, organizzando la gestione dell’emergenza in ogni piccolo aspetto.

L’arrivo da Pechino di aiuti, di personale medico-sanitario, di materiale e informazioni fanno da contraltare al tentativo americano di acquistare dalla Germania il brevetto del vaccino anti-Covid o dalle vendite di importati partite di materiale sanitario che alcune aziende italiane hanno fatto, immaginiamo con lauti profitti, verso paesi dall’altro capo dell’oceano (ad esempio in Australia).

Ancora una volta solo un cieco non vede quanto il nostro sistema sociale sia coperto di ridicolo e di vergogna.

La disponibilità a una visione multipolare non è certo il prodotto di un approccio filantropico alle relazioni internazionali. Al di là del fatto che il potere in Cina viene esercitato dal Partito Comunista, ciò che conta qui sottolineare è che il gigante asiatico è in pieno sviluppo industriale. La sua ricchezza è il prodotto del capitale produttivo non (solo) di quello finanziario. Semmai quest’ultimo, per via della globalizzazione, funge da equilibratore degli scompensi periodicamente prodotti dalle turbolenze finanziarie.

È la crescita del PIL a rendere possibile una politica di pace da parte della Cina. Ed è questo il suo decisivo vantaggio strategico rispetto agli Stati Uniti e al sistema occidentale. Non comprendere questo aspetto fondamentale significa non capire l’origine e la natura dell’imperialismo. Si oppone a questa lettura il fatto che comunque anche la Cina è un paese capitalista, che produce merci, che sfrutta e inquina, che ha gigantesche sacche di povertà interne al paese proporzionali alla crescita di una classe di nuovi ricchi, sempre più ricchi.

Tali obiezioni contengono senz’altro parti di verità, ma non centrano la contraddizione principale: la fase attuale del sistema mondiale si caratterizza per una forte tendenza alla guerra. Essa è il prodotto della crisi di sovrapproduzione del capitalismo occidentale e dal corto circuito finanziario da cui non può risollevarsi salvo stravolgere fino alle fondamenta lo stile di vita che quel sistema di potere è sempre riuscito a garantire – nel bene e nel male – a chi vi viveva. Dentro questa crisi si sviluppano opportunità rivoluzionarie che non sono sempre uguali a sé stesse, bensì rappresentano il punto d’approdo specifico delle relazioni storiche ed economiche che le hanno generate. Non cogliere queste sfumature, secondo noi decisive, significa regalare di fatto un vantaggio tattico enorme al nostro nemico principale. I popoli, quando scoppia una crisi sistemica, sanno distinguere chi li governa, sanno giudicare la propria classe dirigente, sanno osservare ciò che accade intorno a loro. Buttare tutto in un centrifugatore e trarne una melassa indistinta è un grave errore.

Ciò non significa appiattire l’azione dei comunisti a un altrettanto sterile posizionamento di campo tra un gigante e l’altro. I comunisti lottano per distruggere una volta per tutte la società borghese, la società dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la società del profitto. In nessun modo l’obiettivo della loro lotta può risolversi in un mondo che, seppur multipolare, si regge ancora sulla logica del profitto. Compito dei comunisti oggi è però quello di sfruttare ogni crepa che il sistema produce per allargare le contraddizioni e spingerle verso la loro deflagrazione sociale. Per farlo è ineludibile un approccio al reale che sia capace di sfruttare a proprio vantaggio l’insanabile necessità del capitale di fare la guerra ai propri simili. Derogare ai principi della tattica per salvaguardare la purezza del proprio armamentario ideologico significa congelare la propria azione politica in una sterile querelle intellettuale. Restare in attesa della rivoluzione in purezza, così come ce la siamo descritta nella mente con l’ausilio di libri ed esperienze passate, significa abbandonare il principio cardine su cui poggia il leninismo e – più in generale – il materialismo dialettico: analisi concreta della situazione concreta.

Ciò che oggi deve attirare la nostra attenzione è il crollo del traballante palazzo europeo. Non abbiamo bisogno di attendere la fine dell’emergenza sanitaria per osservare quanto la politica comune europea sia un puro artificio politico. Nelle istituzioni europee oggi si scontrano il capitale del nord, egemonico nel continente, e quello della periferia meridionale, vittima sacrificale dei processi di concentrazione in atto. Come già successo alla Grecia, per un default di natura economica, ora sono paesi come l’Italia e la Spagna ad avere bisogno stringente di liquidità dalla Banca Centrale. E ne hanno bisogno a causa di una pandemia influenzale. Ma la stessa Francia si trova in una condizione molto difficile ed è costretta ad unirsi al coro delle richieste dei paesi più colpiti, seppur timidamente. Immaginiamo quanto sarà difficile spiegare ai cittadini europei che questa liquidità potrà essere riconosciuta solo in cambio di protocolli che garantiscano in qualche modo la loro restituzione, anche a costo di alienare gli asset strategici su cui si regge una nazione, proprio come è successo in Grecia. Eppure, è proprio questo che saranno costretti a pretendere i paesi vassalli della Germania per conto di questi ultima. Non farlo significherebbe soccombere definitivamente ai nuovi poli economici mondiali che stanno sorgendo sulle rovine del capitale occidentale.

D’altro canto, tale scelta produrrà il definitivo abbandono di qualunque velleità europeista, poiché sarà chiaro una volta per tutte come l’architettura europea sia una costruzione fittizia che serve unicamente la tutela del capitale europeo più forte: quello tedesco.

La contraddizione che si aprirà sarà dunque un terreno di battaglia favorevole per i comunisti. La scelta dei governanti borghesi sarà o quella di avviare dolorose politiche antipopolari, o timidi tentativi di recupero di sovranità (anche monetaria) e di riscoperta di politiche keynesiane. Ma se anche fosse questa seconda la scelta, credere che l’Italia possa reggere la concorrenza economica in un’area egemonizzata dall’Euro tedesco è una pia illusione.

Se lo scenario che presupponiamo è corretto, allora si tratta di uno scenario drammatico, che può sfociare in qualunque direzione, incluso quello di un conflitto di ampia portata

Per scongiurare il peggio, il governo italiano dovrebbe avviare un periodo di politiche radicali a sostegno del popolo, con profonde riforme di struttura. Il recente intervento di Mario Draghi sul Financial Times sembrerebbe andare proprio in questa direzione, con la sua promessa di non badare a spese. Lo stesso dicasi per la sospensione del patto di stabilità, vero vincolo capestro per i paesi più deboli, costretti alle sabbie mobili del debito finanziario inestinguibile.

Ma è pensabile che la Germania e i suoi satelliti accettino una deroga come quella che abbiamo appena descritto? Farlo significherebbe demolire la loro stessa capacità/possibilità di restare concorrenziali e di competere in un mercato mondiale egemonizzato da colossi come Cina, India e Stati Uniti.

È dentro questa contraddizione che noi dobbiamo lavorare, sostenendo e alimentando la crescita della conflittualità operaia e – in generale – del corpo dei lavoratori. Sviluppando una concreta azione di propaganda nei territori che miri, come già giustamente affermato da altri compagni, non tanto e non solo a riportare i simboli del partito nelle strade di tutta Italia, ma a riportarvi le categorie di interpretazione del marxismo-leninismo. I tempi sono maturi. Le cose da spiegare sono semplici.

Un lavoro politico e rivoluzionario che difenda non tanto e non solo la nostra storia passata, ma la prospettiva futura di una società liberata una volta per tutte dal capitalismo. Restare invischiati in sterili discussioni ideologiche sulla storia del movimento comunista è proprio quello di cui oggi non abbiamo bisogno e che – soprattutto – non possiamo permetterci.

In un quadro di alleanza sociali, oggi dobbiamo saper dialogare e costruire un’alternativa rivoluzionaria, con tutti coloro che condividono con noi l’esigenza di farla finita con la schiavitù del capitalismo.

La fase che stiamo attraversando è certamente drammatica. Ma le trasformazioni sociali, quando assumono proporzioni come quelle a cui stiamo assistendo, trascinano sempre manifestazioni drammatiche e dolorose. Purtroppo, verrebbe da dire, non abbiamo ancora visto nulla. I nostri padri ce lo potrebbero spiegare bene.

Proprio per questo è necessario ora un salto di qualità che consegua velocemente un obiettivo decisivo: il rafforzamento del Partito. Esso non è un rafforzamento quantitativo. Prima di tutto è un rafforzamento qualitativo. Va rafforzato il partito di quadri. Per farlo occorrono doti che i comunisti, nella storia, hanno sempre dimostrato di possedere: coraggio, serietà, dedizione, preparazione. Un partito di quadri è un partito che ha superato la dicotomia tra lavoro intellettuale e lavoro manuale. Un quadro del partito comunista è un intellettuale operaio, che si trova a proprio agio sia nel maneggiare un martello che nel leggere e spiegare un libro.

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