Genova ancora alluvionata: la responsabilità è del capitalismo

Nei giorni 9 e 10 ottobre 2014, molte zone di Genova sono state sommerse dalle acque, di fiumi e torrenti come il Bisagno, il Fereggiano, lo Scrivia e lo Sturla in seguito alla grande quantità di pioggia caduta in poco tempo.
Fango e detriti hanno invaso automobili ed appartamenti al piano terra provocando anche la morte di un uomo di 57 anni. Insomma non sono bastate le sei vittime dell’alluvione del 2011 per cercare di evitare questa ennesima tragedia.
Naturalmente “esperti” e politici borghesi non hanno perso l’occasione di apparire sui media pontificando, come al solito,sulle responsabilità chiamando in causa la protezione civile, l’agenzia regionale ARPAL per l’ambiente, l’amministrazione comunale e perfino il destino “cinico e baro”.
Nel frattempo si è saputo che da circa tre anni vi sono 35 milioni di euro che giacciono non spesi per la sistemazione idrogeologica del territorio ligure alluvionato nel 2011; soldi bloccati da una controversia giuridica sull’appalto dei relativi lavori.
Il sindaco del centrosinistra genovese, Marco Doria e il governatore ligure Burlando anziché chiamarsi fuori dalle responsabilità dell’odierno disastro ambientale, ci dovrebbero spiegare cosa hanno fatto dal 2011 ad oggi per evitarlo!
Comunque sono pochi coloro che hanno accennato alla vera causa fondamentale del ripetersi di questi disastri, non solo a Genova ma anche in altre citta e territori della nostra dissestata penisola, costituita dalla enorme cementificazione e asfaltatura (neppure drenante) del territorio da parte della speculazione immobiliare, consociata alla speculazione finanziaria.
Nel capitalismo infatti non esiste solo la corsa senza limiti verso l’accumulazione e l’appropriazione privata del profitto; esiste pure un’irresistibile spinta verso l’incremento e l’appropriazione privatistica della rendita fondiaria urbana sui terreni edificabili, che è particolarmente virulenta in Italia, specialmente nelle grandi città come Genova. Spinta verso la rendita parassitaria quasi sempre accompagnata dall’appropriazione d’interessi finanziari da parte di banche e finanzieri che sostengono le iniziative edilizie di una certa dimensione anche con la speculazione sui titoli cartacei “derivati”.
E’ lo stesso capitalismo che porta quindi a ridurre gli spazi di esondazione naturale dei corsi d’acqua, i terreni verdi filtranti, alberati e i terreni agricoli, aumentando le aree edificabili ed impermeabili all’acqua per arricchire pochi individui a spese della qualità della vita della stragrande maggioranza delle persone.
Noi comunisti, pensiamo che la terra, insieme all’acqua e l’aria che respiriamo, sia un elemento naturale indispensabile alla nostra vita che non può essere mercificata; è per questo che siamo per l’abolizione della proprietà privata del suolo.
Una prima fase utile al raggiungimento della proprietà collettiva della terra è quella della separazione giuridica del diritto di proprietà privata del suolo dal diritto di edificazione dello stesso, che dovrebbe spettare esclusivamente alla collettività ovvero, al governo pubblico del territorio.
Questa separazione, oltre a garantire la decurtazione della quota dovuta alla rendita fondiaria dal prezzo di mercato e degli affitti delle unità immobiliari, consentirebbe di attuare una vera pianificazione sostenibile sull’uso del suolo, di esclusivo controllo pubblico, in grado di far prevalere la messa in sicurezza della dissestata struttura idrogeologica del territorio e la ri-naturalizzazione delle nostre città, incrementando la permeabilità del suolo, le aree verdi e creando apposite zone di esondazione dei corsi d’acqua fuori dai centri urbani.

di Osvaldo Lamperti del comitato regionale lombardo del Partito Comunista

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