Euroinomani compulsivi

“Gli Stati Uniti d’Europa, in un regime capitalista, sarebbero impossibili o reazionari”

(Vladimir Vladimir Il’ič Ul’janov ‘Lenin’, Sozial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915)

Adesso anche basta. Non è questione di democrazia, libertà di espressione o di agibilità democratica: è questione di intelligenza umana. In questi giorni, le quinte colonne dell’Europeismo dei raccomandati, di quelli che hanno costruito intere carriere e reputazioni sull’Unione Europea dei trattati di Roma e del trattato di Maastricht stanno conducendo una campagna vergognosa sugli egoismi nazionali che uccidono l’ideale di Europa unita.

Si tratta di movimenti intellettuali (di utili idioti) come il Movimento Federalista Europeo o il Comitato di Ventotene, gruppi politici come +Europa, il PD, Italia Viva, Forza Italia e via discorrendo, che continuano a sostenere la necessità di inseguire il dialogo europeo sui temi della solidarietà, agitando le ombre della carità pelosa dei governi Tedesco, Austriaco, Francese e Olandese come prova dell’efficacia e della solidarietà effettiva dell’Unione. ‘Per l’Europa unita, contro il sovranismo dell’egoismo nazionale’ questo più o meno il succo del ragionamento. Tralasciando il dettaglio che le decisioni cardine per il funzionamento dell’UE sono state da tempo delegate ad un organismo inter-governativo come il Consiglio, e che le Istituzioni del Parlamento Europeo e della Commissione non hanno mai emesso un fiato contro questa maniera di procedere.

Cosa vogliono questi figuri? Per conto di quali interessi parlano queste canaglie? Per conto di chi continuano a propagandare l’idea di un’Unione Europea che non esiste?

L’UE è stata concepita, sin dalla firma dei Trattati CECA ed Euratom del 1951, passando dai Trattati di Roma del 1958, per contemperare gli interessi delle varie borghesie capitaliste degli Stati Europei. Si era scoperto che, invece che farsi la guerra per tutelare i propri interessi, la cooperazione delle borghesie nazionali per il tramite di istituzioni politiche condivise avrebbe garantito un più alto rendimento marginale dei capitali nazionali, in un quadro di consolidamento continentale favorito, anche e soprattutto, da un piano Marshall finalizzato a creare un blocco politico di contenimento dell’Unione Sovietica. Tale piano prevedeva il superamento della supremazia della politica nazionale nella regolazione degli affari economici, per demandarla all’autorità di istituzioni sovranazionali che ne regolassero il funzionamento. In questo periodo storico, i Comunisti sono attivi e contrari ai trattati citati, tanto che la CGIL, nel 1950, adotta una strategia di offensiva finalizzata al contrasto delle concentrazioni industriali in campo siderurgico favorite dal Trattato CECA, adottando la parola d’ordine di ‘Democrazia Progressiva’ da realizzare secondo la nostra Costituzione e in un quadro di Internazionalismo Socialista.

Ed è qui il cortocircuito: la tanto millantata casa dei popoli europei, nella realtà, nasce con una matrice atlantica e con una impronta elitaria, tutt’altro che popolare. Da un lato, l’interesse statunitense a ricostruire un mercato europeo di chiara impronta liberista, in cui esportare il proprio surplus produttivo. Dall’altro, l’occasione per i capitalisti europei per concentrare in monopoli i vari capitali nazionali.  Le Comunità Europee prima, e l’UE dopo sono, in altre parole, una costruzione funzionale agli equilibri strategici di un mondo che non esiste più. Una costruzione, quella Europea, che marciava di pari passo all’Atlantismo, nello sforzo comune di arginare l’emergere di forze socialiste che si ponevano in contrapposizione al modello di sviluppo capitalista. E che nel mondo di oggi, rispondono alle esigenze di pochissimi e ristretti gruppi industriali e finanziari.

In questi giorni, come del resto succede dall’inizio della costruzione europea, vengono costantemente ricordati i patrioti europei che nel 1943 in esilio stilarono il Manifesto di Ventotene: Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. Il manifesto venne poi dato alle stampe nel 1944, con sua prefazione, da Eugenio Colorni. Anche in questo caso, ognuno si crea i propri patrioti ed eroi. Quello che viene presentato come ‘il comunista’ che sognò l’Europa federale per superare i totalitarismi nazionalistici, visse la sua esistenza in polemica costante con il PCI. Il PCI di Togliatti, almeno fino al 1957, rigettò costantemente l’idea di Federazione Europea degli Stati, sulla base del fatto che un’entità di tale portata non sarebbe stata la somma di tante unità patriottiche nazionali bensì il risultato, auspicato da Spinelli, di un’azione politica orientata a mobilitare le élites politiche del continente e volta a creare un organismo sovranazionale ben lontano dalla tutela degli interessi dei popoli europei. Anche con la firma dei Trattati di Roma, la posizione dei comunisti rimase molto chiara. Il PCI, in una risoluzione della Direzione del 1957 dichiarò testualmente che con la firma dei Trattati “vi è il reale pericolo che tutta l’economia italiana, fatta eccezione per alcuni grandi settori monopolistici, venga a essere trasformata in un’ampia area depressa”. In altre parole, nella risoluzione dei Comunisti vi è la consapevolezza che i Trattati di Roma avrebbero di fatto sterilizzato il contenuto sociale della Costituzione Repubblicana, togliendo alla politica nazionale qualsiasi strumento di controllo e di indirizzo della politica economica utile per favorire uno sviluppo armonico ed equilibrato del sistema economico e lasciando alle forze di mercato la direzione dello sviluppo economico del paese, con le inevitabili sperequazioni. Fu, effettivamente, quello il momento in cui le masse popolari del continente vennero consegnate alla direzione degli interessi capitalistici europei. Gli interessi che oggi, in varia misura e gradazione, contribuiscono al peggioramento costante delle condizioni di vita e di lavoro di decine di milioni di persone, in Italia e in Europa.

Del resto, dalla firma di Maastricht in poi, si è reso evidente come le regole e regolette di natura monetaria e fiscale siano state rispettate secondo la convenienza delle concentrazioni monopolistiche nazionali e transnazionali, permettendo a Stati come la Germania e la Francia di realizzare enormi surplus di bilancia commerciale, a detrimento delle condizioni di vita dei loro popoli e dei popoli degli altri paesi europei. Così come i monopoli nazionali italiani, o dei paesi della cosiddetta cintura Sud (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) sono stati costretti ad adeguare i propri profili di competitività scaricando sui lavoratori di questi paesi il costo della competizione con gli aggregati monopolistici nord-europei, attraverso politiche di compressione salariale e espansione del monte ore lavorate. Tutto questo, nel quadro di una regolamentazione Europea che ha ingabbiato la possibilità per i bilanci pubblici di stimolare le varie economie attraverso la spesa pubblica, dovendosi affidare esclusivamente ai mercati dei capitali per reperire le risorse necessarie, e scaricando i costi della competizione sul popolo lavoratore.

Per questo motivo, il Partito Comunista, così come chi si considera comunista, non potrà mai considerare questa Unione Europea riformabile e tantomeno migliorabile. Nella cornice di un modello di sviluppo capitalista, i popoli non conteranno mai niente, e conterà soltanto l’interesse economico-finanziario dei capitalisti. Per questo motivo, i Comunisti non vanno confusi con le sirene della destra reazionaria, che al grido di fuori dall’UE e dall’Euro in realtà covano progetti di ulteriore schiacciamento del popolo italiano sotto il tacco della borghesia capitalista nazionale, in una guerra folle con il resto delle borghesie capitaliste europee. I comunisti hanno come riferimento le masse popolari. Le destre come Lega e Fratelli d’Italia hanno come riferimento la borghesia capitalista.

Quello che in questa UE patiscono e patiranno i popoli di Italia, Grecia, Spagna e Portogallo, domani verrà patito da tutti gli altri popoli europei. E’ questione di tempo.

In questa fase, l’unica azione che abbia un senso è la chiamata dei popoli europei al protagonismo, contro i propri governi borghesi, per la transizione a governi nazionali di unità popolare e al socialismo.

Le citazioni sono contenute in: Luca Cangemi, Altri Confini. Il PCI contro l’europeismo (1941-1957), DeriveApprodi (Roma, 2019)

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