Dal passato una lezione per il presente: l’unico baluardo contro il fascismo sono i lavoratori.

Gen 17, 2019 No Comments by

Ricorre quest’anno il 75° anniversario dello sciopero generale del marzo 1944.

Per ben otto giorni, dal 1 al 8 marzo, i due grandi centri industriali di Milano e di Torino rimasero completamente paralizzati. A Milano per tre giorni scioperarono compatti anche i tranvieri; scioperarono i postelegrafonici e gli operai del Corriere della sera impedendo così l’uscita del giornale più autorevole della borghesia italiana: “lo spegnersi di quella voce assume un valore simbolico, rende concreta e tangibile per tutti i cittadini la presenza della classe operaia”*. A Torino l’azione degli scioperanti venne appoggiata da quella dei Gruppi di azione patriottica, i Gap, e dei partigiani, che occuparono alcuni paesi, fermarono i treni, tennero comizi tra grandi manifestazioni degli operai e della popolazione. Lo sciopero si estese rapidamente nei centri industriali dal Piemonte al Veneto, dalla Lombardia alla Toscana.

Oltre un milione di lavoratori scesero in sciopero sfidando le minacce e la repressione dei fascisti e dei nazisti che accorsero a difesa dei padroni. E a nulla servirono la dichiarazione dello stato d’assedio delle fabbriche, la richiesta di consegnare i “sovversivi”, gli arresti, le minacce, le deportazioni, la sospensione dei pagamenti dei salari. La ripresa del lavoro avvenne solo l’otto marzo, per ordine dell’unico organismo al quale nel corso della lotta gli operai riconobbero piena autorità: i comitati di agitazione degli operai.

Lo sciopero generale fu preceduto da una lunga serie di scioperi e agitazioni operaie parziali nelle fabbriche del nord nei mesi di novembre, dicembre e gennaio. Particolare importanza ebbe lo sciopero a Genova dal 16 al 20 dicembre, che vide per la prima volta organizzazioni operaie di massa di tipo militare collaborare direttamente con i Gap.

Tuttavia la gran parte di questi scioperi avevano mantenuto molti elementi di spontaneità. Al contrario lo sciopero generale venne diretto e organizzato dai comitati di agitazione e incominciò simultaneamente nelle varie regioni; fu assai più compatto e generale; assunse subito un carattere spiccatamente politico, a differenza di quelli parziali dei mesi precedenti; per la prima volta coinvolse addetti ai servizi pubblici, impiegati, studenti e contadini.

Come scrisse P. Secchia “fu una dimostrazione imponente di forza e di volontà combattiva, fu un movimento di massa che non trova riscontro nella storia della resistenza europea”. E assunse “un’importanza ed un significato nazionali ed internazionali di gran lunga superiore agli obiettivi immediati che esso si poneva”. Il New York Times, il 9 marzo 1944, scrisse che “in fatto di dimostrazioni di massa, non è avvenuto niente nell’Europa occupata che si possa paragonare alla rivolta degli operai italiani”.

Abbiamo svolto questa breve descrizione dello sciopero non per soddisfare il nostro ego di comunisti rievocando un passato glorioso, ma perché riteniamo vi siano insite delle importanti considerazioni valide per il presente.

Ma procediamo con ordine.

Abbiamo già spiegato in altre occasioni come troppo spesso oggi la rievocazione della Resistenza sia solo un esercizio retorico teso ad esaltare unicamente il coraggio dei partigiani, la forza d’animo dei condannati ma sempre evitando con cura di parlare del fascismo, di come abbia avuto origine, degli ideali che spingevano alla lotta i partigiani. Secondo questa vulgata la Resistenza fu un grande fenomeno spontaneo e il movimento partigiano non venne organizzato da nessuno. La Resistenza – si dice – non appartiene a nessun partito e tutti gli italiani furono per la Resistenza.

Questa almeno è la leggenda ormai ripetuta come un mantra. La verità storica ci dice diversamente.

E occorre qui ricordare che i soldati nazisti non erano soli nel compiere le stragi, i massacri di civili inermi, ma venivano accompagnati da italianissimi fascisti che li guidavano indicando chi colpire. E fino all’ultimo migliaia di italianissimi fascisti continuarono a difendere, armi in pugno e rendendosi colpevoli essi stessi di atroci delitti, un regime condannato dalla storia. E occorre ricordare che il fascismo fu il governo e il regime delle classi borghesi italiane. Come disse Togliatti “Troppo comodo e privo di senso ripetere che quella fu una parentesi di pazzia, una aberrazione”.

L’azione svolta in quel frangente dalla classe operaia non fu casuale. A differenza delle altre classi, degli intellettuali, solo una piccola minoranza di operai si iscrisse al fascismo. Per fare un paragone quando il fascismo (con decreto legge del 1931) pretese da parte dei professori universitari un giuramento di fedeltà al regime, su circa milleduecento professori soltanto undici rifiutarono il giuramento e furono pertanto dimessi dalla carica.

Con gli scioperi del 1943-1944 la classe operaia, scesa in lotta per difendere il suo diritto alla vita ed i suoi interessi di classe, si pose alla testa della lotta per la liberazione trovando il consenso e la collaborazione di tutto il popolo.

Eppure ancora oggi molti continuano a imputare l’avvento di Mussolini o di Hitler ai lavoratori. La verità è che il fascismo proprio tra i lavoratori, nelle fabbriche, nei quartieri operai, ha incontrato i suoi più agguerriti avversari. E che il fascismo e il nazismo per affermarsi hanno dovuto schiacciare i lavoratori e le loro organizzazioni con il ferro e con il fuoco. Essi infatti non avrebbero potuto realizzare le loro aspirazioni di dominio e oppressione di altri popoli finché non avessero completato la loro opera nel loro stesso paese. Finché non si fossero, per così dire, garantiti le spalle.

Ancora oggi, chi attribuisce ai lavoratori i successi della Lega, finge di ignorare che tra i principali artefici delle politiche economiche di questi anni che hanno portato ad un drammatico peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori e delle loro famiglie nel nostro paese sono stati invece i partiti liberali di centro-sinistra come il cosiddetto Partito Democratico. Questi partiti, sotto un vestito di “sinistra”, hanno portato avanti politiche della peggiore destra che hanno disarmato e reso impotenti i lavoratori.

Noi riteniamo, invece, che oggi come allora sia nelle fabbriche e nei quartieri popolari che risiedono i principali nemici del fascismo.

Riaffermare la memoria storica del ruolo svolto dalla classe operaia nella lotta contro il fascismo, riaffermare la memoria storica del ruolo svolto dal Partito comunista in quella lotta non significa nascondere che anche altri contribuirono a quella lotta. Tuttavia non è un caso che gli stessi che oggi cancellano la memoria storica del ruolo dei lavoratori e del Partito comunista nella lotta antifascista sono tra i responsabili, prima, della liquidazione del Partito comunista e, poi, delle politiche antipopolari e contro i lavoratori che hanno gettato nella precarietà e nella miseria milioni di famiglie di lavoratori nel nostro paese.

Ecco perché oggi, per lottare efficacemente contro il risorgere del fascismo, che non è solo fatto della sua estetica ed è cosa ben più profonda e radicata delle organizzazioni dichiaratamente neofasciste, occorre ristabilire il ruolo avuto dalla classe operaia del nostro paese nella lotta non solo contro il fascismo ma per la democrazia e la libertà, come dimostrò ampiamente anche nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale.

Perché anche allora come oggi vi fu chi “sottovalutò” quell’elemento la cui esistenza e la cui attività si sarebbe dimostrata decisiva nel movimento partigiano: l’esistenza e l’attività del proletariato industriale, la classe sociale più oppressa e tenuta in una soggezione ferrea dal regime* fascista. Una classe operaia che, benché oppressa e dissanguata dal fascismo, aveva ancora in sé sufficiente energia per affrontare e combattere in prima linea* il nemico.

Perché è a cominciare dai diritti cancellati sui posti di lavoro, nelle fabbriche, dove i lavoratori oggi sono sottoposti alla tirannia dei padroni, vittime di innumerevoli leggi (opera anche della cosiddetta “sinistra”) che rendono possibile ogni forma di ricatto e per questo costretti ad accettare paghe da fame, ritmi di lavoro insostenibili, rinunciare alla propria salute, a quelli che fino a pochi anni fa erano diritti e oggi vengono fatti passare per privilegi; è a cominciare da tutto questo che il fascismo non trova più ostacoli sulla propria strada!

Ed è per questo che oggi c’è sempre qualcuno disposto a dire che gli operai non esistono più, a cancellare ciò che la classe operaia ed il suo partito, il Partito comunista, hanno fatto nella lotta contro il fascismo. Perché gli operai organizzati sono il terrore dei padroni. Ieri come oggi.

Quando vi era da difendere la Repubblica dai tentativi di colpo di stato, dalla strategia della tensione, chi scendeva nelle piazze a protestare e a lottare? Chi ha sempre lottato senza esitare per difendere non solo la propria libertà ma anche quella degli altri popoli come il Vietnam, il Cile, Cuba? I lavoratori. Sono i lavoratori innanzitutto che hanno pagato con centinaia di caduti sotto il piombo della polizia, della mafia, di terroristi, la volontà di lottare per la libertà e per la democrazia.

Senza le loro lotte e senza i loro sacrifici di sudore e sangue non ci sarebbero nemmeno le libertà democratiche che permettono a molti benpensanti di sentenziare sulla fine della classe operaia!

Ancora oggi, anzi potremmo dire di nuovo oggi, vi sono lavoratori che pagano con la vita la semplice richiesta di essere pagati per il lavoro svolto.

Per questo insieme ai fratelli Cervi, ad Aldo, Antenore, Gelindo, Ovidio, Ettore, Ferdinando, Agostino noi ricordiamo anche Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli, Pio La Torre, Guido Rossa e molti, molti altri ancora.

Da tutto questo nasce l’esigenza, mentre cerchiamo di costruire l’organizzazione politica dei lavoratori, di esercitare una cesura netta verso tutti coloro (parliamo evidentemente dei gruppi dirigenti dei vari partiti e non delle masse che li seguono) che oggi si ergono paladini della Resistenza, dell’antifascismo, dell’antirazzismo, dei diritti civili ma che hanno agito coscientemente e consapevolmente per distruggere i diritti sociali e finendo con ciò col creare essi stessi il terreno fertile per il risorgere del neofascismo.

Con la scelta di non mischiarci più con costoro nelle piazze non compiamo una scelta settaria ma piuttosto la scelta opposta. Perché bisogna avere il coraggio di riconoscere che la sconfitta dei comunisti, dei lavoratori, degli antifascisti, non troverà la sua soluzione seguendo chi invoca a gran voce una falsa e ipocrita unità antifascista. Unità con chi e per che cosa, ci chiediamo.

In realtà vorrebbero coinvolgerci in un antifascismo di facciata utile solo a nascondere le politiche antipopolari che loro stessi hanno promosso negli anni passati.

Ed è precisamente per ricercare l’unità con le classi popolari che non possiamo più confonderci con coloro che queste stesse classi popolari hanno tradito. Un ceto politico che le classi popolari hanno imparato a detestare e disprezzare.

Scegliere diversamente significherebbe cedere all’opportunismo di chi è disposto a sacrificare i propri stessi principi in cambio di un presunto (e sicuramente misero) risultato immediato.

Certo, non pretendiamo né ci aspettiamo che le masse dall’oggi al domani riconoscano questa nostra scelta. Ma come comunisti non siamo abituati a misurare la correttezza di una linea politica con la sua immediata popolarità e il suo immediato successo.

Dai Partigiani abbiamo appreso che il primo atto cosciente è una scelta. Scegliere se lasciare le cose come stanno oppure cominciare a cambiarle, per quanto possa sembrare difficile. Accettando anche le conseguenze, i rischi e i sacrifici che ogni scelta comporta.

Probabilmente occorreranno anni di duro lavoro per recuperare il rapporto di fiducia con le classi lavoratrici. Ma riteniamo non vi sia altra strada percorribile.

Alla vigilia dello sciopero del 1944 solo i comunisti spingevano per fare lo sciopero. La maggior parte dei partiti del CLN esitavano, avrebbero preferito aspettare, magari nel frattempo sarebbero arrivati gli angloamericani. Se fosse dipeso da loro non ci sarebbe stata nessuna Resistenza, non ci sarebbero stati i Partigiani. Invece…

* Roberto Battaglia, Storia della Resistenza italiana.

Antifascismo, Comunicati, Lavoro, Società, Storia

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