Antifascismo è Anticapitalismo

Apr 03, 2018 No Comments by

Fino a ieri, quelli che oggi alzano gli scudi contro un presunto fascismo che sta tornando, minimizzavano se non, addirittura, ignoravano il problema. Negli ultimi 10 anni si sono moltiplicati gli episodi di aggressioni squadriste all’arma bianca nei confronti di militanti comunisti o attivisti di estrema sinistra, senza che questo smuovesse alcunché nelle coscienze delle anime pie à la Boldrini, che oggi agitano lo spauracchio del ritorno del fascismo. E, inoltre, senza che a queste aggressioni corrispondessero ritorsioni, che pure sarebbero state legittime, nei confronti di quelle teste di legno rasate che attraverso la retorica dell’agibilità democratica rialzano la testa e propagandano fandonie politiche basate sul razzismo, sull’intolleranza e sulla reazione. Per anni, la politica liberale che è stata al potere, in particolare quella del c.d. centro-sinistra, ha sdoganato la retorica dell’agibilità democratica, tollerando le posizioni estremiste di questo blocco politico di estrema destra sotto le insegne della libertà di espressione e del ‘superamento delle ideologie del XX secolo’.

La sola responsabilità di questa situazione, per nostro conto, va imputata esattamente a questa sinistra anarco-liberale, liberista e salottiera, figlia della degenerazione perversa del gruppo dirigente del PCI dal ’70 in avanti, che ha ritenuto di dovere abdicare ai principi cardine del socialismo per naufragare verso l’accettazione del mercato, dell’UE e della Nato. Questa deriva ha portato, gradatamente, la c.d. sinistra fuori dai quartieri popolari e dentro i salotti della medio-alta borghesia, nella convinzione che la strada giusta da seguire fosse quella dell’europeismo delle classi agiate alla Spinelli (Altiero, sebbene Barbara sia una degna erede) e non della lotta quotidiana di chi deve sbarcare il lunario per mettere insieme il pranzo con la cena.

Se l’antifascismo è, come giustamente ribadiscono i tanti sinceri (ma inconsapevoli) compagni dei centri sociali, una pratica quotidiana, ebbene l’antifascismo non ha più presa emotiva e politica presso gli strati popolari proprio perché questa non è più una pratica, ma una semplice evocazione: l’incombenza della quotidianità domina, fino ad annullarlo, il livello politico e ideologico.

Per essere pratica quotidiana, l’azione politica, e nello specifico quella antifascista, deve necessariamente innestarsi nella carne viva del tessuto sociale, cogliendola nella sua quotidianità. La questione centrale è domandarsi quanto la politica, oggi, sia in grado di incidere nei rapporti di forza esistenti all’interno di una società e, nello specifico, da quale lato della barricata si posizioni quando sceglie da quale parte stare.  Ieri come oggi, il mondo è diviso tra sfruttatori e sfruttati. L’Italia, più che mai, conosce una dinamica di polarizzazione della ricchezza, accentuata dalle politiche fiscali e strutturali nazionali ed europee adottate negli anni successivi alla crisi del 2008, che hanno avuto effetti sostanzialmente pro-ciclici, ovvero non hanno invertito il processo ma lo hanno soltanto velocizzato. Ciò ha giovato enormemente a quelle che noi, con cognizione di causa, chiamiamo élites dominanti, che sono state in grado di concentrare nelle proprie mani fette sempre più grandi della torta della ricchezza prodotta nel nostro paese, sottraendola alla remunerazione del lavoro per spostarla verso la remunerazione del capitale.
Se le idee fondanti di quello che è stato il Fascismo, in Italia, tornano oggi ad avere presa sugli strati popolari, questo è imputabile principalmente a due fattori. Il primo, è il progressivo impoverimento dell’impegno dello Stato centrale nell’ambito dell’istruzione pubblica. Il secondo, è il progressivo disimpegno dell’autorità pubblica dalla definizione e regolazione della politica economica. La politica dello Stato, progressivamente, viene sostituita dall’intervento e dall’attività di lobbysmo dei comitati d’affari internazionali e dagli interessi del grande capitale transnazionale, a detrimento del capitale nazionale e, conseguentemente, di quegli strati dell’alta borghesia nazionale che traggono la propria ricchezza da quella forma di capitalismo nazionale che ha contraddistinto il tessuto economico produttivo italiano almeno fino alla metà degli anni ’90.

La matrice del sovranismo, che caratterizza ampi settori dell’estrema destra e della destra moderata italiana, nasce esattamente da questa circostanza. Ovvero dall’equivoco di fondo di identificare l’anticapitalismo, più o meno marcatamente dichiarato, con il rifiuto del processo di trans-nazionalizzazione dei flussi di capitale e, conseguentemente, dei processi produttivi, e con la ri-localizzazione delle attività economiche e produttive sotto la bandiera del capitale italiano. Questo equivoco, proposto al popolo come propaganda politica, non può che trovare ampio consenso tra gli strati popolari, proletari e sottoproletari, che in questo modo identificano la causa del loro malessere sociale nella globalizzazione e nel capitalismo globale, considerando il ritorno al capitalismo produttivo nazionale come la soluzione al problema della sottrazione (e, ormai, anche della negazione) di plus-valore. Il parallelismo storico con l’Italia del 1918 è sorprendente.

Così come Gramsci, nella sua eccellente esegesi del fascismo italiano, identificava tra le principali cause dell’avvento del fascismo la forma mentale retrograda e supina di larga parte del sottoproletariato italiano, oggi chi aderisce alla propaganda politica dell’estrema destra fa parte esattamente di quel sottoproletariato, altamente tecnologico e integrato nella società umana globale, che tuttavia manca degli strumenti fondamentali e dei riferimenti politici per comprendere appieno verso quale baratro si stia volontariamente incamminando. Nel conto è ovviamente inclusa quella medio-alta borghesia italiana, di estrazione liberale, che ha sempre avuto nella propria forma mentale i presupposti per l’accettazione del fascismo come forma di esercizio del potere politico e criterio di organizzazione sociale. Qualsiasi soggetto politico che oggi venga anche solo lontanamente assimilato alla ‘sinistra’, è giustamente individuato da questi strati sociali come il responsabile del declino delle condizioni di vita e di lavoro. Del resto, le politiche adottate dal centro-sinistra a partire dall’età della Seconda Repubblica sono ben note, come sono ben noti i risultati che hanno prodotto. La sostanziale mancanza di autonomia politica dei comunisti, largamente auto-indotta, ha fatto il resto. Autonomia che, al contrario, hanno rivendicato i movimenti politici di estrema destra, come Forza Nuova e Casapound, che in qualche modo sono i prodotti di quella ‘Terza posizione’ che negli ’70 si andò delineando come alternativa di estrema destra all’istituzionalismo della Destra Sociale. Oggi il fascismo è, molto semplicemente, l’idea che i mali nazionali possano essere combattuti con un ripiegamento ‘identitario’ in ambito culturale, sociale ed economico. Per questo motivo, al momento, può essere considerato come una espressione folkloristica, ma che potrebbe presto tradurre il proprio fascino in potere politico concreto nel caso di un fallimento eclatante della politica liberale. La responsabilità principale di questo fenomeno, i suoi autori morali, possono essere facilmente identificati nei traditori della Bolognina, quei personaggi che hanno reso possibile che la tradizione politica di Antonio Gramsci avesse come ultimo erede Matteo Renzi. In tre parole: la sinistra liberale.

L’azione anti-fascista quindi, deve essere necessariamente collegata, oggi più che mai, all’azione anti-capitalista in senso stretto. Anti-capitalismo è quell’idea per la quale i rapporti di produzione non devono essere calibrati sul concetto legalistico della proprietà privata dei mezzi di produzione, bensì sul concetto puramente socialista di socializzazione dei profitti e di non segregazione del valore aggiunto prodotto dal lavoro umano. Non è necessario proporre ai lavoratori italiani idee illusorie come quelle dell’auto-organizzazione o dello sviluppo dal basso, che si sono rivelati gli strumenti migliori per portare la classe lavoratrice verso l’ulteriore frammentazione e marginalizzazione dalla dinamica economica del paese. E’ necessario, al contrario, incoraggiare i lavoratori ad assumere un ruolo propositivo e proattivo alla vita economica e sociale, convincendoli della propria capacità, come forza sociale unitaria, di produrre secondo le modalità e gli obiettivi funzionali al soddisfacimento delle loro esigenze di sviluppo umano, sociale ed economico, in contrapposizione a quelle di un padrone o di un gruppo di padroni. E’ necessario far loro comprendere quanto la socializzazione dei grandi mezzi di produzione sia un’arma portentosa a loro disposizione. Soltanto a partire da un’esperienza di questo tipo, crediamo, può emergere con forza ed evidenza quel legame che richiamiamo con decisione tra anticapitalismo e anti-fascismo: solo nel momento in cui l’anticapitalismo diventa una pratica politica effettiva e concreta, opposta all’etno-nazionalismo sovranista di Lega Nord e M5S,  il fascismo si manifesta in tutta la sua virulenza, e ad esso fa ricorso quella ristrettissima classe sociale padronale che dall’anticapitalismo non ha che da perdere la propria posizione di privilegio.

Per procedere in questa direzione, è necessario abbandonare con convinzione l’estetica dell’anti-fascismo, sostanzialmente evocativa, che ha accompagnato la vita politica di questo paese negli ultimi ventotto anni.

L’abitudine, che pare ormai consolidata, di ridurre l’antifascismo ad una passeggiata annuale o a un periodo di manifestazioni, anche dure e violente nelle forme, ma innescate esclusivamente per questioni elettoralistiche o evocative, riteniamo che produca il solo effetto di rafforzare le posizioni reazionarie di chi propaganda le forme e i metodi del fascismo, o intende servirsene come i liberali, per dare una forma al governo politico del paese.

Di tutto questo non vogliamo più essere complici. Per questo motivo, il primo passo che faremo per sottolineare la nostra autonomia politica dalla sinistra italiana contemporanea sarà quello di disertare il corteo del 25 Aprile a Milano. Intendiamo restituire a questa data il valore e la dignità che merita.

Non abbiamo alcun tipo di problema a manifestare apertamente il nostro sdegno nei confronti di quel concetto di ‘moltitudine’ che ha fatto sì che, negli anni, l’antifascismo diventasse una questione puramente culturale, svuotandolo di qualsiasi connotazione politica e disarmando gli strati popolari nei confronti della classe dominante. Non siamo più disposti a sfilare in un corteo informe, al seguito della classe padronale del PD, delle pagliacciate in blu pro-europa, delle falsificazioni storiche sioniste come la brigata ebraica, dei tromboni opportunisti finto anti-fascisti alla Fiano, dei rave party ambulanti messi in piedi dai centri sociali. Non siamo più disposti a vedere insieme, in una data così fondamentale, nella stessa piazza, ratti siriani tagliagole accompagnati da improbabili ‘comunisti’ per la rivoluzione universale permanente, padroni e sfruttati, capitalisti e proletari.

A partire dal prossimo 25 Aprile, ci impegneremo a restituire alla sua giusta dimensione la questione dell’antifascismo, senza esitazioni o tentennamenti.

Antifascismo, Comunicati

About the author

The author didnt add any Information to his profile yet
No Responses to “Antifascismo è Anticapitalismo”

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.