8 Marzo – Zetkin, Lenin e il movimento femminile

In occasione dell’8 Marzo, ci sembra il caso di riproporre integralmente un passaggio delle conversazioni di Clara Zetkin con Vladimir Ulianov Lenin, a proposito del ruolo delle donne nella costruzione del socialismo e del loro posto all’interno dell’organizzazione politica.

Ciò che emerge, con particolare evidenza sin dall’inizio, è la maniera in cui viene impostato il confronto da ambo le parti. La questione è femminile, non femminista: in altre parole, tanto Lenin che la Zetkin convergono sulla natura esclusivamente sociale del problema. La socialità come criterio principale per concepire il ruolo tanto dell’uomo che della donna all’interno della società, elimina la necessità di declinare la questione in termini di diritti civili, dimostrando anche come il “femminismo” sia una deviazione controversa e, per certi aspetti, perfino lesiva della dignità delle donne.

Il passaggio riprodotto, in definitiva, ripropone in maniera brillante ed illuminante una serie di questioni che, ancora oggi, sono di straordinaria attualità, come di straordinaria attualità è l’analisi che i due protagonisti ne fanno alla luce dei principi e della prassi comunista.

Correva l’anno 1925.

Il compagno Lenin mi ha spesso parlato della que­stione femminile. Le riconosceva una grande importanza, poiché il movimento femminile era per lui parte costitutiva e, in certe condizioni, parte del movimento delle masse. È inutile dire che egli considerava la piena eguaglianza sociale della donna come un principio indiscutibile del comunismo.

La nostra prima lunga conversazione su questo argomento ebbe luogo nell’autunno del 1920, nel suo grande studio al Cremlino. Lenin era seduto davanti al suo tavolo coperto di libri e di carte, che indicavano il suo genere di occupazione e il suo lavoro, ma senza ostentare « Il disordine dei geni ».

« Noi dobbiamo assolutamente creare un potente movimento femminile internazionale, fondato su una base teorica netta e precisa, — cominciò dopo avermi saluta­to. — È chiaro che non può aversi una buona pratica senza teoria marxista. Noi comunisti dobbiamo mante­nere su tale questione i nostri principi in tutta la loro chiarezza. Dobbiamo distinguerci nettamente da tutti gli altri partiti. Disgraziatamente, il nostro II Congresso in­ternazionale, benché la questione femminile vi sia stata sollevata, non ha trovato il tempo di prendere posizione su questo punto. La colpa è della commissione, che tira in lungo le cose. Essa deve elaborare una risoluzione, delle tesi, una linea precisa. Ma finora i suoi lavori non sono molto avanti. Voi dovete aiutarla.»

Avevo già sentito parlare di quello che ora mi di­ceva Lenin, e gli espressi la mia meraviglia. Ero entusia­sta di tutto quello che le donne russe avevano fatto du­rante la rivoluzione, di tutto quello che ancora facevano per difenderla e per aiutarla a svilupparsi. Quanto alla posizione e all’attività delle donne nel partito bolscevico, mi sembrava che, da questo lato, il partito si mostrasse all’altezza del suo compito. Solo il partito bolscevico dà quadri sperimentati, preparati al movimento femminile comunista internazionale e, nello stesso tempo, serve da grande esempio storico.

« Esatto, esattissimo — osservò Lenin con un leg­gero sorriso. — A Pietroburgo, a Mosca, nelle città e nei centri industriali, il comportamento delle donne proletarie durante la rivoluzione fu superbo. Senza di loro, molto probabilmente non avremmo vinto. Questa è la mia opinione. Di quale coraggio hanno dato prova, e quale coraggio mostrano ancora oggi! Immaginatevi tutte le sofferenze e le privazioni che sopportano… Ma resi­stono bene, non si piegano, perché difendono i soviet, perché vogliono la libertà e il comunismo.

« Si, le nostre operaie sono magnifiche, sono delle vere combattenti di classe. Esse meritano la nostra am­mirazione e il nostro affetto.

«Ma non dovete dimenticare che persino le signore della “democrazia costituzionale” di Pietrogrado lottarono contro di noi con maggior coraggio degli allievi dell’Accademia militare.

« Si, noi abbiamo nel nostro partito compagne sicure, capaci e instancabili. Possiamo affidare loro posti importanti nei soviet, nei comitati esecutivi, nei commissariati del popolo, nell’amministrazione. Molte di esse lavorano giorno e notte nel partito, o tra le masse proletarie e contadine, o nell’esercito rosso. Tutto ciò è preziosissimo per noi. Ed è importante per le donne del mondo intero, poiché testimonia delle capacità delle donne e dell’alto valore che il loro lavoro ha per la società.

« La prima dittatura del proletariato apre veramente la strada verso la completa eguaglianza sociale della donna. Sradica più pregiudizi essa che non le montagne di scritti sull’eguaglianza femminile. E malgrado tutto ciò, noi non abbiamo ancora un movimento femminile comunista internazionale. Ma ad ogni costo bisogna ar­rivare a formarlo. Dobbiamo procedere subito alla sua organizzazione. Senza questo movimento, il lavoro della nostra Internazionale e delle sue sezioni sarà e rimarrà incompleto.

« Il nostro lavoro rivoluzionario deve essere condotto fino in fondo. Ma ditemi, come va il lavoro comunista all’estero? »

Gli comunicai tutte le informazioni che avevo pouto raccogliere: informazioni limitate, dati i collegamenti deboli ed irregolari che esistevano tra i partiti aderenti all’Internazionale comunista. Lenin, un pochino in avanti, ascoltava attento, senza alcun segno di noia, d’impazienza o di stanchezza. Si interessava vivamente anche ai particolari d’importanza secondaria.

Non conosco nessuno che sappia ascoltare meglio di lui, classificare cosi presto i fatti e coordinarli, come si poteva vedere dalle domande brevi, ma sempre molto precise, che mi rivolgeva ogni tanto mentre parlavo, e dalla maniera di ritornare poi su qualche particolare della nostra conversazione. Lenin aveva preso qualche breve appunto.

Naturalmente, io parlai soprattutto della situazione in Germania. Gli dissi che Rosa riteneva della più gran­de importanza conquistare alla lotta rivoluzionaria le masse femminili. Quando si formò il partito comunista, Rosa insiste perché si pubblicasse un giornale dedicato al movimento femminile. Quando Leo Jogiches esaminava con me il piano di lavoro del partito, durante il nostro ultimo colloquio, trentasei ore prima che lo uc­cidessero, e mi affidava alcuni compiti da condurre a termine, vi comprendeva anche un piano di organizza­zione per le operaie. Questa questione fu trattata già nella prima conferenza illegale del partito. Le propagandiste e le dirigenti più preparate e sperimentate che si erano distinte prima e durante la guerra, erano rimaste quasi tutte nei partiti socialdemocratici delle due ten­denze, esercitando una grande influenza sulla massa co­sciente e attiva delle operaie. Tuttavia, anche tra le don­ne si era formato un nucleo di compagne energiche e pie­ne di abnegazione, che parteciparono a tutto il lavoro e alla lotta del nostro partito. Il partito, da parte sua, stava svolgendo un’azione metodica tra le operaie. Non era che l’inizio, ma un buon inizio.

« Non c’è male, non c’è affatto male — disse Le­nin, — l’energia, lo spirito di abnegazione e l’entusiasmo delle donne comuniste, il loro coraggio e la loro in­telligenza in periodo di illegalità o di semi-legalità, aprono una bella prospettiva allo sviluppo di questo lavoro. Impadronirsi delle masse ed organizzare la loro azione, ecco degli elementi preziosi per lo sviluppo e il rafforzamento del partito.

« Ma a che punto siete riguardo alla comprensione esatta delle basi di quest’azione? Come insegnate alle compagne? Questo problema ha un’importanza decisiva per il lavoro da svolgere tra le masse. Esso esercita una grande influenza perché penetra proprio nel cuore delle masse, perché le attira a noi e le infiamma. Non posso ricordarmi in questo momento chi è che ha detto: non si fa nulla di grande senza passione. Ora, noi e i lavo­ratori del mondo intero dobbiamo veramente compiere ancora grandi cose.

« Così, che cosa è che anima le vostre compagne, le donne proletarie della Germania? A che punto è la loro coscienza di classe, di proletarie? I loro interessi, la loro attività si rivolgono verso le rivendicazioni politiche del­l’ora presente? Su che cosa si concentra la loro attenzione? «A questo proposito, ho sentito dire da compagni russi e tedeschi strane cose. Debbo dirvele. Mi è stato detto che una comunista molto qualificata pubblica ad Amburgo un giornale per le prostitute e tenta di orga­nizzare queste donne per la lotta rivoluzionaria. Rosa ha agito da comunista scrivendo un articolo in cui prendeva la difesa delle prostitute, che sono gettate in prigione per infrazione a qualche regolamento di polizia riguardante il loro triste mestiere. Doppiamente vittime della società borghese, le prostitute meritano di essere compiante. Esse sono vittime, innanzi tutto, del maledetto sistema della proprietà, poi del maledetto moralismo ipocrita. Solo dei bruti o dei miopi possono dimenticarlo.

« Tuttavia non si tratta di considerare le prostitute come, per così dire, un settore particolare del fronte ri­voluzionario e di pubblicare per esse un apposito giornale.

« Non ci sono forse in Germania delle operaie in­dustriali da organizzare, da educare con un giornale, da trascinare nella lotta? Ecco qui una deviazione morbosa. Ciò mi ricorda molto la moda letteraria che di ogni prostituta faceva l’immagine di una dolce madonna. E’ vero che anche in quel caso la “radice” era sana: la compas­sione sociale, l’indignazione contro l’ipocrisia virtuosa dell’onorata borghesia. Ma questa radice sana, subita la contaminazione borghese, è deperita. In genere, la pro­stituzione, anche nel nostro paese, porrà davanti a noi numerosi problemi di difficile soluzione. Si tratta di ri­condurre la prostituta al lavoro produttivo, di assegnarle un posto nell’economia sociale; ciò che, nello stato attuale della nostra economia e nelle condizioni attuali, è una cosa complicata, difficilmente realizzabile. Ecco dun­que un aspetto della questione femminile che, dopo la conquista del potere da parte del proletariato, ci si pone in tutta la sua ampiezza e esige di essere risolto. Nella Russia sovietica, questo problema ci darà ancora del filo da torcere. Ma ritorniamo al vostro caso particolare in Germania. II partito non può in nessun caso tollerare simili atti inconsulti da parte dei suoi membri. Ciò im­broglia le cose e disgrega le nostre forze. E voi? Che cosa avete fatto per impedirlo? »

Senza attendere la mia risposta, Lenin continuò: « La lista dei vostri peccati, Clara, non è ancora termi­nata. Ho sentito che, nelle vostre riunioni serali dedi­cate alle letture e alle discussioni con le operaie, voi vi occupate soprattutto delle questioni del sesso e del ma­trimonio. Questo argomento sarebbe al centro delle vo­stre preoccupazioni, del vostro insegnamento politico e della vostra azione educativa! Non credevo alle mie orecchie.

« Il primo stato in cui s’è realizzata la dittatura pro­letaria è accerchiato dai controrivoluzionari di tutto il mondo. La situazione della Germania stessa esige la mas­sima coesione di tutte le forze rivoluzionarie proletarie per respingere gli attacchi sempre più vigorosi della con­trorivoluzione. Ed ora, proprio ora, le comuniste attive trattano la questione dei sessi, delle forme del matrimonio nel passato, nel presente e nel futuro! Esse ritengono che il loro primo dovere sia di istruire le operaie in quest’ordine di idee. Mi si dice che l’opuscolo di una co­munista viennese sulla questione sessuale abbia una lar­ghissima diffusione. Che sciocchezza, questo opuscolo! Le poche nozioni esatte che contiene, le operaie le cono­scono già da Bebel, e non già sotto la forma di uno schema arido e fastidioso, come nell’opuscolo, ma sotto la forma di una propaganda tagliente, aggressiva, piena di attacchi contro la società borghese. Le ipotesi freu­diane menzionate nell’opuscolo in questione conferisco­no a questo un carattere, a quel che si pretende, “scientifico”, ma in fondo si tratta di un garbuglio superficiale. La stessa teoria di Freud non è oggi che un capriccio di moda. Non ho alcuna fiducia in queste teorie esposte in articoli, recensioni, opuscoli, ecc., in breve, in questa letteratura specifica che fiorisce con esuberanza sul ter­riccio della società borghese. Io diffido di quelli che sono costantemente e ostinatamente assorbiti dalle que­stioni del sesso, come il fachiro indù nella contemplazio­ne del proprio ombelico.

« Mi sembra che questa abbondanza di teorie ses­suali, che non sono in gran parte che ipotesi arbitrarie, provenga da necessità tutte personali, cioè dal bisogno di giustificare agli occhi della morale borghese la pro­pria vita anormale o i propri istinti sessuali eccessivi e di farli tollerare.

« Questo rispetto velato per la morale borghese mi ripugna quanto questa passione per le questioni sessuali. Ha un bel rivestirsi di forme sovversive e rivoluzionarie: questa occupazione è non di meno, alla fine dei conti, puramente borghese. Ad essa si dedicano di preferenza gli intellettuali e gli altri stati della società vicini a loro. Per questo genere di occupazione non c’è posto nel par­tito, tra il proletariato che lotta ed ha una coscienza di classe ».

Feci notare che le questioni sessuali e matrimoniali in regime di proprietà privata suscitavano problemi molteplici, che erano causa di contraddizioni e di sofferenze per le donne di tutte le classi e di tutti gli strati sociali. La guerra e le sue conseguenze, dicevo, hanno aggravato all’estremo per la donna le contraddizioni e le sofferenze che esistevano prima nei rapporti tra i sessi. I problemi, nascosti finora, sono adesso svelati agli occhi delle donne, e ciò nell’atmosfera della rivoluzione appena cominciata. Il mondo dei vecchi sentimenti, delle vecchie idee scricchiola da ogni parte. I legami sociali di una volta si in­deboliscono e si spezzano. Si vedono apparire i germi di nuove primizie ideologiche, che non hanno ancora preso forma, per le relazioni tra gli uomini. L’interesse che que­ste questioni suscitano esprime il bisogno di un nuovo orientamento. Qui appare anche la reazione che si pro­duce contro le deformazioni e le menzogne della società borghese. Il cambiamento delle forme matrimoniali e fa­miliari nel corso della storia, nella loro dipendenza del­l’economia, costituisce un buon mezzo per sradicare dallo spirito delle operaie la credenza nella perennità della so­cietà borghese. Fare la critica storica di questa società significa sviscerare senza pietà l’ordine borghese, mettere a nudo la sua essenza e le sue conseguenze e stigmatizzare tra l’altro la falsa morale sessuale. Tutte le strade condu­cono a Roma. Ogni analisi veramente marxista riguar­dante una parte importante della sovrastruttura ideolo­gica della società o un fenomeno sociale notevole deve condurre all’analisi dell’ordine borghese e della sua base, la proprietà privata; ciascuna di queste analisi deve condurre a questa conclusione: « Bisogna distruggere Car­tagine ».

Lenin sorrideva e faceva cenni di approvazione.

«Molto bene. Voi avete l’aria di un avvocato che difende i suoi compagni e il suo partito. Certo, ciò che dite è giusto. Ma potrebbe servire soltanto a scusare l’er­rore commesso in Germania, non a giustificarlo. Un errore commesso resta un errore. Potete garantirmi seriamente che le questioni sessuali e matrimoniali non sono discus­se nelle vostre riunioni che dal punto di vista del materialismo storico vitale, ben compreso? Ciò suppone co­noscenze vaste, approfondite, la conoscenza marxista, chiara e precisa, di un’enorme quantità di materiali. Di­sponete in questo momento delle forze necessarie? Se sì, non avrebbe potuto accadere che un opuscolo, come quello di cui abbiamo parlato, fosse usato come materiale di insegnamento nelle vostre riunioni serali dedi­cate alle letture e alle discussioni. Quell’opuscolo lo si raccomanda e lo si diffonde, invece di criticarlo. A che cosa conduce, in fin dei conti, questo esame insufficiente e non marxista della questione? A questo: che i proble­mi sessuali e matrimoniali non sono visti come una parte della principale questione sociale e che, al contrario, la grande questione sociale stessa appare come una parte, un’appendice del problema sessuale. La questione fon­damentale è ricacciata in secondo piano, come cosa se­condaria. Non solo ciò nuoce alla chiarezza della questione, ma oscura il pensiero in generale, la coscienza di classe delle operaie.

« Altra osservazione che non è inutile. Il saggio Salomone diceva: ogni cosa a suo tempo. Ditemi, vi prego: è proprio questo il momento di tenere occupate le operaie mesi interi per parlare loro del modo con cui si fa all’amore, o come si fa la corte presso i vari popoli, beninteso nel passato, nel presente e nel futuro? Ed è questo quello che fieramente si chiama materialismo sto­rico! In questo momento tutti i pensieri delle operaie, delle donne lavoratrici devono essere rivolti alla rivolu­zione proletaria. È essa che creerà anche una base per le nuove condizioni del matrimonio e i nuovi rapporti tra i sessi. Per ora, veramente, devono passare in primo piano altri problemi, che non quelli che riguardano le forme del matrimonio presso i Maori dell’Australia o i matrimoni contratti tra consanguinei nell’antichità.

« La storia pone oggi all’ordine del giorno del pro­letariato tedesco la questione dei soviet, del trattato di Versailles e della sua influenza sulla vita delle masse femminili, la questione della disoccupazione, dello svi­limento dei salari, quella delle imposte, e molte altre cose. Insomma, io penso che tale modo di educazione politica e sociale delle operaie non sia affatto quello che occorre, proprio affatto. Come avete potuto tacere? Avre­ste dovuto servirvi della vostra autorità!»

Al mio amico che mi riprovava spiegai che non avevo perso occasione per criticare, per replicare alle compagne dirigenti, per far intendere la mia voce in luoghi diversi, ma egli doveva sapere che nessuno è profeta in patria e neppure in famiglia. Con la mia critica mi ero attirata l’accusa di restare ancora fedele alle sopravvivenze del­l’ideologia socialdemocratica e dello spirito piccolojborghese di vecchio stile. Tuttavia la mia critica aveva finito per portare i suoi frutti. Le questioni del sesso e del matrimonio non erano più al centro delle nostre discus­sioni nei nostri circoli e nelle nostre riunioni serali de­stinate alle discussioni.

Lenin continuò a sviluppare il suo pensiero.

« Lo so, lo so, — egli disse. — Molti accusano an­che me di filisteismo. Ma ciò non mi turba. Gli uccel­lini appena usciti dall’uovo delle concezioni borghesi, si credono sempre terribilmente intelligenti. Bisogna rasse­gnarsi. Il movimento dei giovani è anch’esso contami­nato dalla tendenza moderna e dalla predilezione smi­surata per i problemi sessuali. »

Lenin calcò con ironia la parola « moderna », con aria di disapprovazione.

« Mi hanno detto che i problemi sessuali sono anche un argomento favorito delle vostre organizzazioni giova­nili. Non mancano mai relatori su questo argomento. Ciò è particolarmente scandaloso, particolarmente delete­rio per il movimento dei giovani. Questi argomenti possono facilmente contribuire ad eccitare, a stimolare la vita sessuale di certi individui, a distruggere la salute e la forza della giovinezza. Voi dovete lottare anche contro questa tendenza. Il movimento delle donne e quello dei giovani hanno molti punti di contatto. Le nostre donne comuniste devono fare dovunque, insieme coi giovani, un lavoro sistematico. Ciò avrà per effetto di elevarle, di trasportarle dal mondo della maternità individuale in quello della maternità sociale. È necessario contribuire ad ogni risveglio della vita sociale e dell’attività della donna, per consentirle di elevarsi al di sopra della men­talità ristretta, piccolo-borghese, individualista della sua vita domestica e familiare.

« Anche da noi, una gran parte della gioventù la­vora assiduamente a rivedere la concezione borghese del­la “morale” nei problemi sessuali. Ed è, debbo dirlo, l’elite della nostra gioventù, quella che realmente promette molto. Come voi avete rilevato, nelle condizioni create dalla guerra e dalla rivoluzione, gli antichi valori ideologici crollano, perdono di forza. I nuovi valori non si cristallizzano che lentamente, con la lotta.

« Le concezioni sui rapporti tra l’uomo e la donna sono sconvolte, come anche i sentimenti e le idee. Si delimitano di nuovo i diritti dell’individuo e quelli della collettività e, quindi, i doveri dell’individuo. È un pro­cesso lento e spesso doloroso di deperimento e di degene­razione. Ciò è egualmente vero nel campo dei rapporti sessuali, per il matrimonio e la famiglia. La decadenza, la putrefazione, la melma del matrimonio borghese, con le sue difficoltà di scioglimento, con la libertà per il ma­rito e la schiavitù per la moglie, la menzogna infame della morale sessuale e dei rapporti sessuali riempiono gli uomini migliori di un disgusto profondo.

« Il giogo che le leggi dello Stato borghese fanno pesare sul matrimonio e la famiglia aggrava ancora il male e rende i conflitti più acuti. È il gioco della “sa­crosanta proprietà” che sanziona la venalità, la bassezza, l’oscenità. E l’ipocrisia convenzionale della società bor­ghese “per bene” fa il resto.

« La gente comincerà a rivoltarsi contro queste defor­mazioni della natura. E nell’epoca in cui vacillano Stati potenti, le antiche forme di dominazione scompaiono, tutto un mondo sociale perisce, i sentimenti dell’indivi­duo isolato si modificano rapidamente.

« Si diffonde una sete ardente di facili piaceri. Le forme del matrimonio e i rapporti tra i sessi nel senso borghese non soddisfano più. In questo campo si appros­sima una rivoluzione che corrisponde alla rivoluzione proletaria. Si capisce che tutta questa matassa straordi­nariamente intricata di questioni preoccupi profondamen­te tanto le donne quanto i giovani. Gli uni e le altre sof­frono particolarmente dell’odierna confusione dei rap­porti sessuali. La gioventù protesta contro questo stato di cose con la foga chiassosa propria dell’età. È compren­sibile. Nulla sarebbe più falso che predicare alla gioventù l’ascetismo monastico e la sanità del sudiciume borghese. Ma non è bene, secondo me, che i prolemi sessuali, posti in primo piano da cause naturali, divengano in que­sti anni la preoccupazione principale dei giovani. Le conseguenze talvolta potrebbero essere fatali.

« Nel suo nuovo atteggiamento nei riguardi delle questioni concernenti la vita sessuale, la gioventù si richiama naturalmente ai principi, alla teoria. Molti qua­lificano la loro posizione come “rivoluzionaria” e “comunista”. Essi credono sinceramente che sia così. A noi vecchi non ce la danno a intendere. Benché io non sia af­fatto un asceta malinconico, questa nuova vita sessuale della gioventù, e spesso anche degli adulti, mi appare molto spesso come del tutto borghese, come uno dei molteplici aspetti di un lupanare borghese. Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la “libertà dell’amore”, cosi come noi comunisti la concepiamo. Voi conoscete senza dubbio la famosa teoria secondo la quale, nella società comunista, soddisfare i propri istinti sessuali e il proprio impulso amoroso è tanto semplice e tanto insignificante quanto bere un bicchier d’acqua. Questa teoria del “bicchier d’acqua” ha reso pazza la nostra gioventù, letteralmente pazza.

« Essa è stata fatale a molti giovani e a molte ra­gazze. I suoi sostenitori affermano che è una teoria marxista. Bel marxismo quello per cui tutti i fenomeni e tutte le modificazioni che intervengono nella sovrastrut­tura ideologica della società si deducono immediatamen­te, in linea diretta e senza alcuna riserva, unicamente dalla base economica! La cosa non è così semplice come ha l’aria di esserlo. Un certo Friedrich Engels, già da molto tempo, ha sottolineato in che consiste veramente il materialismo storico.

« Io considero la famosa teoria del “bicchier di acqua” come non marxista e antisociale per giunta. Nella vita sessuale si manifesta non solo ciò che noi deriviamo dalla natura ma anche il grado di cultura raggiunto, si tratti di cose elevate o inferiori.

« Engels, nella sua Origine della famiglia, mostra l’importanza propria dello sviluppo e dell’affinamento dell’impulso sessuale in rapporto all’individuo. I rap­porti tra i sessi non sono semplicemente l’espressione del giuoco della economia sociale e del bisogno fisico, dissociati in concetti mediante un’analisi psicologica.

« La tendenza a ricondurre direttamente alla base economica della società la modificazione di questi rap­porti, al di fuori della loro relazione con tutta l’ideologia, sarebbe non già marxismo, ma razionalismo. Certo, la seta deve essere tolta. Ma un uomo normale, in condizioni ugualmente normali, si butterà forse a terra nella strada per bere in una pozzanghera di acqua sporca? Oppure berrà in un bicchiere dagli orli segnati da decine di altre labbra? Ma il più importante è l’aspetto sociale. Infatti, bere dell’acqua è una faccenda personale. Ma, nell’amore, vi sono interessate due persone e può venire un terzo, un nuovo essere. È da questo fatto che sorge l’interesse so­ciale, il dovere verso la collettività. Come comunista, io non sento alcuna simpatia per la teoria del “bicchier d’ac­qua”, benché porti l’etichetta del “libero amore”. Per di più, oltre a non essere comunista, questa teoria non è neppure nuova. Voi vi ricordate certamente ch’essa è stata “predicata” nella letteratura romantica verso la metà del secolo passato come “emancipazione del cuore”, che la pratica borghese cambiò poi in “emancipazione del­la carne”. Allora si predicava con maggior talento d’oggi. Quanto alla pratica, non posso giudicarne.

«Io non voglio affatto, con la mia critica, predi­care l’ascetismo. Sono lontanissimo da ciò. Il comuni­smo deve apportare non l’ascetismo, ma la gioia di vivere e il benessere fisico, dovuti anche alla pienezza dell’amore. Secondo me l’eccesso che si osserva oggi nella vita sessuale non produce né la gioia né il benes­sere fisico ma, al contrario, li diminuisce. Ora, in tem­pi rivoluzionari, ciò è male, molto male.

« La gioventù particolarmente ha bisogno della gioia di vivere e del benessere fisico. Sport, ginnastica, nuoto, escursioni, ogni sorta di esercizi fisici, variati interessi intellettuali, studi, analisi, ricerche: imparare, studiare, ricercare quanto più è possibile in comune. Tutto ciò darà alla gioventù molto di più delle teorie e delle discussioni interminabili sulla questione sessuale, sulla cosiddetta ma­niera di “godere la vita “.

« Mente sana in corpo sano. Né monaco né don Gio­vanni e nemmeno, come mezzo termine, un filisteo tede­sco. Voi conoscete bene il vostro giovane compagno Huz. È un giovane perfetto, ricco di doti, ma temo che non ne venga nulla di buono. Si agita e si getta da un’avventura amorosa ad un’altra. Ciò è un male, per la lotta politica e per la rivoluzione. Io non garantirei, riguardo alla sicu­rezza e alla fermezza nella lotta, delle donne il cui ro­manzo personale si intreccia con la politica, né degli uomini che corrono dietro ad ogni gonnella e si lasciano incantare dalla prima ragazza. No, questo non è compati­bile con la rivoluzione. »

Lenin si alzò bruscamente, batté la mano sul tavolo e fece qualche passo nella camera.

« La rivoluzione esige concentrazione, tensione del­le forze. Dalle masse e dagli individui. Essa non può tol­lerare stati orgiastici, del genere di quelli propri delle eroine e degli eroi decadenti di D’Annunzio. Gli eccessi nella vita sessuale sono un segno di decadenza borghese. Il proletariato è una classe che sale. Non ha bisogno di inebriarsi, di stordirsi, di eccitarsi. Non chiede di ubriacarsi né con eccessi sessuali né con alcool. Non deve dimenticare e non dimenticherà la bassezza, il. fango e la barbarie del capitalismo. Attinge i suoi maggiori impulsi alla lotta dalla situazione della sua classe e dall’ideale co­munista. Ciò che gli è necessario è la chiarezza ed ancora una volta la chiarezza. Così, lo ripeto, niente debolezza, niente sciupio o distruzione di forze. Dominarsi, discipli­nare i propri atti non è schiavitù, neanche in amore.

« Ma scusatemi, Clara, mi sono molto allontanato dal punto di partenza della nostra conversazione. Perché non mi avete richiamato all’ordine? Mi sono lasciato tra­sportare dalla foga. L’avvenire della nostra gioventù mi preoccupa molto. La gioventù è una parte della rivolu­zione. Ora, se le influenze nocive della società borghese cominciano a raggiungere anche il mondo della rivoluzio­ne, come le radici largamente ramificate di certe erbac­ce, è meglio reagire in tempo. Tanto più che tali que­stioni fanno anche parte del problema femminile.»

Lenin aveva parlato con molta vivacità e convin­zione. Sentivo che ognuna delle sue parole gli veniva dal fondo del cuore; l’espressione del suo viso ne era la prova. Un movimento energico della mano sottolineava talvolta il suo pensiero. Ciò che mi colpiva era di vedere Lenin porre una così grande attenzione, oltre che ai pro­blemi politici più urgenti e gravi, alle questioni secondarie e analizzarle con tanta cura, non limitandosi a ciò che riguardava la Russia sovietica, ma occupandosi anche dei paesi capitalistici. Da perfetto marxista, Lenin affrontava il problema con spirito pratico, sotto qualsiasi forma si manifestasse, e ne valutava l’importanza in rapporto al generale, al tutto. La sua volontà, la sua aspirazione vi­tale, la sua energia, irresistibile come una forza della na­tura, erano tutte dirette ad accelerare l’attività delle mas­se per la rivoluzione. Lenin valutava ogni fenomeno dal punto di vista dell’influenza che può esercitare sulle for­ze, nazionali ed internazionali, con una coscienza svilup­pata, capace di dirigere la rivoluzione, poiché vedeva sem­pre davanti a sé, tenendo pienamente conto della par­ticolarità storica nei differenti paesi e delle diverse tappe nel loro sviluppo, una sola ed indivisibile rivoluzione pro­letaria mondiale.

« Come rimpiango, compagno Lenin — esclamai — che centinaia e migliaia di persone non abbiano sentito le vostre parole. Per me, lo sapete bene, non avete biso­gno di convincermi. Ma sarebbe estremamente importan­te che la vostra opinione fosse conosciuta dai vostri ami­ci come dai vostri nemici. »

Lenin sorrise.

« Un giorno forse pronuncerò un discorso o scrive­rò su questo argomento. Non ora, più tardi. Oggi dob­biamo concentrare tutto il nostro tempo e tutte le no­stre forze su altre questioni. Per ora abbiamo altri pro­blemi più gravi e più ardui. La lotta per il mantenimento e il consolidamento del potere sovietico è ancora molto lontana dall’essere terminata. Dobbiamo ancora trarre i migliori vantaggi possibili dalla guerra con la Polonia. Wrangel è sempre nel sud. Ho la ferma convinzione, è vero, che la spunteremo; il che darà da riflettere agli imperialisti francesi e inglesi e ai loro piccoli vassalli. Ma la parte più difficile del nostro lavoro, la ricostru­zione, resta ancora da compiere.

« Attraverso questo processo acquisteranno impor­tanza la questione dei rapporti tra i sessi e la questione del matrimonio e della famiglia diverranno problemi cor­renti. Nell’attesa, voi dovete lottare sempre e dovunque. Non dovete permettere che tali questioni siano trattate non marxisticamente, che creino un terreno favorevole per deviazioni e deformazioni dannose. Ed ora vengo al vostro lavoro. »

Lenin guardò l’ora.

« Il tempo di cui disponevo — egli disse — è passato per metà. Ho parlato troppo. Mettete per iscritto le vostre proposte per il lavoro comunista tra le donne. Conoscono i vostri principi e la vostra esperienza: la nostra conversazione perciò sarà breve. Al lavoro dunque!… Quali sono i vostri progetti? »

Glieli esposi. Mentre parlavo Lenin fece più volte cenni di approvazione. Quando terminai lo guardai con aria interrogativa.

« D’accordo — disse Lenin. — Discutetene con Zinoviev. Sarebbe bene se poteste discuterne anche in una riunione di dirigenti comuniste. Peccato, peccato ve­ramente che la compagna Ines non sia qui. È malata è dovuta andare nel Caucaso. Dopo la discussione mette­te le proposte per iscritto. Una commissione le esaminerà e quindi l’Esecutivo deciderà. Desidero solo chiarire al­cuni punti su cui condivido la vostra opinione. Mi sembrano importanti per il nostro attuale lavoro di agita­zione e propaganda, se questo lavoro deve veramente portarci all’azione e a una lotta coronata da successo. Le tesi devono mettere bene in luce che soltanto attraverso il comunismo si realizzerà la vera libertà della donna. Bisogna sottolineare i legami indissolubili che esistono tra la posizione sociale e quella umana della donna: questo servirà a tracciare una linea chiara e indelebile di distin­zione tra la nostra politica e il femminismo. Questo punto sarà anche la base su cui trattare il problema della don­na come parte della questione sociale, come problema che tocca i lavoratori, per collegarlo solidamente con la lotta di classe del proletariato. Il movimento comunista fem­minile deve essere un movimento di massa, una parte del movimento generale di massa, non solo del proletariato, ma di tutti gli sfruttati e di tutti gli oppressi, di tutte le vittime del capitalismo e di ogni altra forma di schia­vitù. In ciò sta il suo significato nel quadro delle lotte di classe del proletariato e della sua creazione storica: la società comunista.

« Noi possiamo a buon diritto essere fieri di avere nel partito e nell’Internazionale il fiore delle donne rivo­luzionarie. Ma non basta. Noi dobbiamo attrarre nel nostro campo i milioni di donne lavoratrici delle città e dei villaggi. Dobbiamo attrarle dalla nostra parte perché contribuiscano alle nostre lotte e particolarmente alla tra­sformazione comunista della società. Senza le donne non può esistere un vero movimento di massa. Le nostre con­cezioni ideologiche comportano problemi organizzativi specifici. Nessuna organizzazione particolare per le don­ne. Una donna comunista è membro del partito non me­no di un uomo comunista. Non deve esserci al riguardo un’impostazione particolare. Tuttavia non dobbiamo na­sconderci che il partito deve avere enti, gruppi di lavoro, commissioni, comitati, uffici o quel che più piacerà, con il compito specifico di risvegliare le masse femminili, di mantenere con esse i contatti e di influenzarle. Il che, è ovvio, esige un lavoro sistematico.

« Noi dobbiamo educare le donne che guadagnere­mo alla nostra causa e renderle capaci di partecipare alla lotta di classe del proletariato sotto la guida del parti­to comunista. Non mi riferisco soltanto alle donne prole­tarie che lavorano in fabbrica o in casa. Anche le conta­dine povere, le piccole borghesi sono vittime del capita­lismo e lo sono in misura ancora maggiore dallo scoppio della guerra. La mentalità antipolitica, antisociale, retriva di queste donne, l’isolamento a cui le costringe la loro attività, tutto il loro modo di vivere: questi sono i fatti che sarebbe assurdo, assolutamente assurdo, trascurare. Abbiamo bisogno di organismi appropriati per condurre il lavoro tra le donne. Questo non è femminismo: è la via pratica, rivoluzionaria. »

Dissi a Lenin che le sue parole mi davano coraggio: molti compagni, e buoni compagni per giunta, si oppone­vano decisivamente all’idea che il partito costituisse or­ganizzazioni particolari per il lavoro tra le donne. Essi la scartavano come femminismo e come ritorno alle tra­dizioni socialdemocratiche e sostenevano che i partiti co­munisti, accordando per principio parità di diritti a uomi­ni e donne, dovessero lavorare senza far differenze di sorta tra le masse lavoratrici. Le donne devono essere ammesse nelle nostre organizzazioni come gli uomini e senza alcuna distinzione. Ogni discriminazione nell’agita­zione come nell’organizzazione, dettata dalle circostanze descritte da Lenin, era bollata di opportunismo, conside­rata da coloro che si opponevano come una capitolazione e un tradimento.

« Questa non è né una novità né una prova — disse Lenin — e voi non dovete lasciarvi sviare. Perché non abbiamo mai avuto nel partito un numero eguale di uomi­ni e donne, neanche nella repubblica sovietica? Perché è cosi esiguo il numero delle donne lavoratrici iscritte nei sindacati? I fatti debbono indurci a riflettere. Rico­noscere la necessità di organizzazioni differenziate per il nostro lavoro tra le masse femminili significa avere una concezione non diversa da quella dei nostri più radicali e altamente morali amici del Partito comunista operaio secondo i quali dovrebbe esistere un’unica forma orga­nizzativa: i sindacati operai. Li conosco. Molti rivoluzio­nari affetti da confusionismo si richiamano ai principi “quando mancano d’ idee”, cioè quando la loro intelli­genza è chiusa ai fatti puri e semplici, ai fatti che vanno tenuti in considerazione. Ma come possono i custodi del “principio puro” adattare le loro idee alle esigenze della politica rivoluzionaria che il momento storico comporta? Tutte quelle chiacchiere vanno in fumo di fronte alle ne­cessità inesorabili. Soltanto se milioni di donne sono con noi possiamo esercitare la dittatura del proletariato, pos­siamo costruire seguendo direttrici comuniste. Dobbiamo trovare la maniera di raggiungerle, dobbiamo studiare per trovare questa maniera. Perciò è giusto formulare riven­dicazioni a favore delle donne: non si tratta già di un programma minimo, di un programma di riforme nel senso dei socialdemocratici della II Internazionale. Non è un riconoscimento dell’eternità o per lo meno della lunga durata del potere della borghesia e della sua forma statale. Non è un tentativo di appagare le donne con delle riforme e fuorviarle dal cammino della lotta rivolu­zionaria. Non si tratta né di questo né di altri trucchi riformisti. Le nostre esigenze si spiegano con le conclu­sioni pratiche che abbiamo tirato dalle necessità pressan­ti, dalla vergognosa umiliazione della donna e dai pri­vilegi dell’uomo.

« Noi odiamo, sì, odiamo tutto ciò che tortura e op­prime la donna lavoratrice, la massaia, la contadina, la moglie del piccolo commerciante e, in molti casi, la don­na delle classi possidenti. Noi rivendichiamo dalla socie­tà borghese una legislazione sociale a favore della donna perché della donna noi comprendiamo la situazione e gli interessi ai quali dedicheremo le nostre cure durante la dittatura del proletariato. Naturalmente non come fanno i riformisti, non facendo uso di blande parole per con­vincere le donne a starsene inattive, non tenendole alla briglia. No, naturalmente no, ma, come si conviene a ri­voluzionari, chiamandole a lavorare da pari a pari per trasformare la vecchia economia e la vecchia ideologia. »

Assicurai Lenin che condividevo le sue idee, le quali, però, avrebbero certamente incontrato resistenza e sarebbero state giudicate come opportunismo pericoloso da elementi incerti e pavidi. Né si poteva d’altronde ne­gare che le nostre rivendicazioni immediate in favore delle donne avrebbero potuto essere interpretate ed espres­se male.

« Sciocchezze! — rispose Lenin quasi in collera. — Questo pericolo è insito in tutto ciò che diciamo e fac­ciamo. Se questo timore dovesse distoglierci dal fare quel che è giusto e necessario, tanto varrebbe diventare stiliti indiani. Non muovetevi, non muovetevi! Contempliamo i nostri principi dall’alto di una colonna! Naturalmente, ci preoccupiamo non solo del contenuto delle nostre rivendicazioni, ma anche del modo come le formuliamo. Naturalmente non formuleremo de nostre rivendicazioni per le donne come se contassimo meccanicamente i grani del nostro rosario. No, secondo le esigenze del momento, lotteremo ora per questo obiettivo ora per quello. E, na­turalmente, tenendo sempre presenti gli interessi gene­rali del proletariato.

« Ciascuna di queste lotte ci schiera contro i rispet­tabili rapporti borghesi e i loro non meno rispettabili am­miratori riformisti, che noi costringeremo a lottare al nostro fianco, sotto la nostra bandiera, il che essi non vogliono, o denunceremo per quello che sono. In altri termini, la lotta mette in luce le differenze tra noi e gli altri partiti, mette in luce il nostro comunismo. Ci assi­cura la fiducia delle masse femminili che si sentono sfrut­tate, asservite, oppresse dall’uomo, dal datore di lavoro, da rutta la società borghese. Tradite e abbandonate da tutti, le lavoratrici riconosceranno che devono lottare al nostro fianco. Occorre che vi ricordi di nuovo che le lotte per le nostre rivendicazioni a favore delle donne devono essere legate alla finalità di impadronirsi del po­tere e di realizzare la dittatura del proletariato? Questo è oggi il nostro obiettivo fondamentale. Ma non basta semplicemente formularlo di continuo, come se suonas­simo le trombe di Gerico, perché le donne si sentano attratte irresistibilmente alla nostra lotta per il potere statale. No, no! Le donne devono acquistare coscienza del legame politico che esiste tra le nostre rivendicazioni e le loro sofferenze, i loro bisogni, le loro aspirazioni. Devono comprendere quello che vuol dire per loro la dittatura del proletariato: completa eguaglianza con l’uo­mo di fronte alla legge e nella pratica, nella famiglia, nello Stato, nella società; la fine del potere della bor­ghesia. »

« La Russia sovietica ne è una prova », interruppi.

« Questo grande esempio ci servirà per insegnare — continuò Lenin. — La Russia sovietica pone le nostre rivendicazioni a favore delle donne in una nuova luce. Sotto la dittatura del proletariato queste rivendicazioni non sono oggetto di lotta tra il proletariato e la borghe­sia. Esse appartengono alla struttura della società comu­nista, esse indicano alle donne degli altri paesi l’impor tanza decisiva della presa del potere da parte del prole­tariato. Bisogna che la differenza sia decisamente sotto­lineata affinché alla lotta di classe del proletariato par­tecipino le donne.

« Legarle alla nostra causa per mezzo di una chiara comprensione e di una solida base organizzativa è essen­ziale per i partiti comunisti e per il loro trionfo. Ma non lasciamoci ingannare. Le nostre sezioni nazionali non hanno ancora una visione chiara del problema. Se ne stanno inerti mentre incombe il compito di creare un mo­vimento di massa sotto la direzione dei comunisti. Non comprendono che lo sviluppo e l’organizzazione di un movimento di massa è una parte importante di tutta l’attività del partito, è, in realtà, una Buona metà dell’ intero lavoro del partito. Il riconoscimento occasionale della necessità e del valore di un movimento comunista forte e bene diretto è un riconoscimento a parole, pla­tonico, non un impegno e una preoccupazione costante del partito.

« Il lavoro di agitazione e propaganda tra le donne, la diffusione dello spirito rivoluzionario tra di loro, ven­gono considerati come questioni occasionali, come fac­cende che riguardano unicamente le compagne. Soltanto alle compagne si rivolgono i rimproveri se il lavoro in questa direzione non procede più speditamente ed ener­gicamente. Ciò è male, assai male. É separatismo bello e buono, è femminismo à rebours, come dicono i francesi, femminismo alla rovescia! Cosa c’è alla base di questo atteggiamento sbagliato delle nostre sezioni nazionali? In ultima analisi non si tratta altro che di una sottovaluta­zione della donna e del suo lavoro. Proprio così! Disgraziatamente si può ancora dire di molti compagni: “Gratta un comunista e troverai un filisteo!”. Evidentemente do­vete grattare il punto sensibile: la loro concezione della donna. Può esserci prova più riprovevole della calma acquiescenza degli uomini di fronte al fatto che le donne si consumano nel lavoro umiliante, monotono della casa, sciupano, sperperano energia e tempo, acquistano una mentalità meschina e ristretta, perdono ogni sensibi­lità, ogni volontà? Naturalmente non alludo alle donne della borghesia che scaricano sulla servitù la responsabi­lità di tutto il lavoro della casa, compreso l’allevamento dei bambini. Mi riferisco alla schiacciante maggioranza delle donne, alle mogli dei lavoratori e a quelle che pas­sano le giornate in un’officina. Pochissimi uomini — an­che tra i proletari — si rendono conto della fatica e della pena che potrebbero risparmiare alla donna se dessero una mano “al lavoro della donna”. Ma no, ciò è contra­rio ai “diritti e alla dignità dell’uomo”: essi vogliono pace e comodità. La vita domestica di una donna costituisce un sacrificio quotidiano fatto di mille nonnulla. “La vecchia supremazia dell’uomo sopravvive in segreto. La gioia dell’uomo e la sua tenacia nella lotta diminui­scono di fronte all’arretratezza della donna, di fronte alta sua incomprensione degli ideali rivoluzionari: arretratez­za e incomprensione che come tarli, nascostamente, lenta­mente ma senza scampo rodono e corrodono. Conosco la vita dei lavoratori non dai libri soltanto. Il nostro la­voro di comunisti tra le donne, il nostro lavoro politico, comporta una buona dose di lavoro educativo tra gli uomini. Dobbiamo sradicarla del tutto la vecchia idea del “padrone”! Nel partito e tra le masse. È un nostro com­pito politico non meno importante del compito urgente e necessario di creare un nucleo direttivo di uomini e donne, ben preparati teoricamente e praticamente per svolgere tra le donne un’attività di partito.»

Alla mia domanda sulla situazione nella Russia so­vietica circa questo problema Lenin rispose: «Il governo della dittatura del proletariato, insieme con il partito comunista e i sindacati, non lascia naturalmente nulla di intentato nello sforzo di eliminare l’arretratezza degli uomini e delle donne, di distruggere la vecchia mentalità non comunista. La legge naturalmente stabilisce la com­pleta parità di diritti tra uomini e donne. E il sincero desiderio di tradurla in atto esiste ovunque. Noi inseria­mo la donna nell’economia sociale, nel potere legislativo e nel governo. Le apriamo le porte dei nostri istituti edu­cativi perché possa accrescere la sua capacità professionale e sociale. Creiamo cucine comunali e mense, lavanderie, laboratori, nidi e giardini d’infanzia, case per bambini, istituti educativi d’ogni specie.

« In breve, stiamo seriamente attuando il nostro pro­gramma di trasferire alla società le funzioni educative ed economiche del nucleo familiare. Questo significa per la donna la liberazione dalla vecchia fatica massacrante del­la casa e dallo stato di soggezione all’uomo. Le permet­terà di sviluppare in pieno il suo ingegno e le sue incli­nazioni. I bambini vengono allevati meglio che a casa loro. Per le lavoratrici abbiamo le leggi protettive più avan­zate del mondo, e i dirigenti delle organizzazioni sinda­cali le traducono in pratica. Stiamo costruendo istituti dì maternità, case per donne e bambini, cliniche per donne; organizziamo corsi di puericultura e mostre per insegnare alle donne a prender cura di se stesse e dei propri bam­bini, ecc.; facciamo seri sforzi per provvedere alle donne disoccupate e senza appoggio.

« Ci rendiamo perfettamente conto che tutto que­sto è insufficiente di fronte ai bisogni delle lavoratrici, è insufficiente di fronte alle condizioni esistenti nella Rus­sia capitalista e zarista. Ma è già molto in paragone ai paesi dove impera ancora il capitalismo. È un buon inizio nella giusta direzione e in questa direzione continueremo a procedere con tutta la nostra energia, siatene certa. Ogni giorno di esistenza dello Stato sovietico dimostra infatti che non possiamo andare avanti senza le donne. Pensate cosa significhi in un paese in cui i contadini sono circa l’80 per cento della popolazione! Piccola economia contadina significa piccoli nuclei familiari separati, con le donne incatenate a questo sistema. Per voi, da questo punto di vista, il compito sarà più facile e meglio realizza­bile, a condizione che le vostre donne proletarie sappiano cogliere il momento storico obiettivo per prendere il potere, per la rivoluzione. Noi non disperiamo. La no­stra forza cresce con le difficoltà. La forza delle cose ci spingerà a cercare nuove misure per liberare le masse femminili. La cooperazione in regime sovietico, farà mol­to. Cooperazione nel senso comunista e non borghese, naturalmente, non come la predicano i riformisti, il cui entusiasmo tutt’altro ohe rivoluzionario non è che un fuoco di paglia. L’iniziativa individuale deve procedere di pari passo con ila cooperazione, la quale deve crescere e fondersi con l’attività delle comuni. Sotto la dittatura del proletariato la liberazione della donna si realizzerà at­traverso lo sviluppo del comunismo anche nei villaggi. Ho grandi speranze sulla elettrificazione dell’industria e dell’agricoltura. Un lavoro immenso! E le difficoltà per tradurlo in pratica sono grandi, immense! Per compierlo bisogna ridestare le energie delle masse. E le energie di milioni di donne ci aiuteranno ».

Negli ultimi dieci minuti avevano bussato due volte alla porta, ma Lenin aveva continuato a parlare. A que­sto punto apri la porta dicendo: « Vengo subito ». Poi, rivolta a me, soggiunse ridendo: « Sapete, Clara, mi giu­stificherò spiegando che ero con una donna. Mi scuserò del ritardo alludendo alla nota volubilità femminile. In­fatti questa volta è stato l’uomo e non la donna a par­lare tanto. Posso, del resto, testimoniare che sapete ascol­tare con serietà. Forse è questo che ha stimolato la mia eloquenza ». Così scherzando mi aiutò a infilare il so­prabito: « Dovete vestirvi più pesante — disse seria­mente — Mosca non è Stoccarda. Dovete avere cura à\ voi. Non prendete freddo. Auf Wiedersehen! ». Mi strin­se cordialmente la mano.

Due settimane dopo ebbi con Lenin un altro collo­quio sul movimento femminile. Lenin era venuto a trovarmi. Come al solito la sua visita fu inattesa, fu una sosta improvvisa nel mezzo del lavoro schiacciante che doveva poi abbattere il capo della rivoluzione vittoriosa. Lenin appariva molto stanco e preoccupato. La scon­fitta di Wrangel non era ancora sicura e il problema di rifornire le grandi città si ergeva di fronte al governo sovietico come una sfinge inesorabile. Lenin si informò sulle direttive o tesi. Gli dissi che tutte le compagne di­rigenti che si trovavano a Mosca si erano riunite e ave­vano esposto le loro opinioni. Le loro proposte venivano ora esaminate da una commissione ridotta. Lenin si rac­comandò di non dimenticare che il III Congresso mon­diale avrebbe trattato la questione con tutta l’attenzione necessaria. « Questo solo fatto avrà ragione di molti pre­giudizi delle compagne. Per il resto le compagne debbono mettersi al lavoro e lavorar sodo. Non mormorando a fior di labbra come vecchie zie, ma parlando ad alta voce, chiaramente, da combattenti — esclamò Lenin con fo­ga. — Un congresso non è un salotto dove le donne scintillano con la loro grazia, come dicono i romanzi. È l’arena dove impariamo ad agire da rivoluzionari. Dimo­strate di saper lottare. Prima di tutto contro il nemico, naturalmente, ma, se è necessario, anche in seno al par­tito. Abbiamo a che fare con milioni di donne. Il nostro partito russo sarà favorevole, a tutte le proposte e mi­sure che contribuiranno ad attirarle nel nostro movi­mento. Se non sono con noi, la controrivoluzione po­trebbe condurle contro di noi. Dobbiamo sempre pensare a questo. Dobbiamo conquistare le masse femminili quali che siano le difficoltà. »

Qui, nel mezzo della rivoluzione, in quel rigoglio di attività, in quel rapido e forte ritmo di vita, avevo elaborato un piano d’azione internazionale tra le masse delle lavoratrici.

« L’idea mi è stata data dai vostri grandiosi congressi e riunioni di donne senza partito. Trasporteremo quest’idea dal piano nazionale a quello internazionale. È innegabile che la guerra mondiale e le sue conseguenze hanno colpito profondamente tutte le donne dei vari ceti e classi sociali. Esse hanno vissuto un periodo di fer­mento e di attività. Il problema che le assilla oggi è di conservarsi in vita. Come vivere? La maggior parte di esse non aveva mai pensato che si potesse giungere a questo punto e solo poche hanno compreso il perché. La società borghese non può dare una risposta soddisfa­cente a questi problemi. Solo il comunismo può farlo. Dobbiamo portare le donne dei paesi capitalisti a com­prendere questo fatto e per questo appunto organizzeremo un congresso internazionale delle donne senza di­stinzione di partito. »

Lenin non rispose subito. Con lo sguardo fisso, profondamente assorto, le labbra compresse, il labbro inferiore leggermente sporgente, pesava la mia proposta. Poi disse:

« Sì, dobbiamo farlo. È un buon piano. Ma i buoni piani, anche i migliori, non valgono nulla se non sono attuati bene. Avete pensato come attuarlo? Qual è il vo­stro punto di vista sulla questione? ».

Esposi a Lenin i particolari. Per prima cosa si do­veva costituire un comitato di compagne dei vari paesi che avrebbe dovuto mantenere stretti contatti con le se­zioni nazionali e preparare, elaborare, indire il congres­so. Rimaneva da decidere se per ragioni di opportunità il comitato avrebbe cominciato a lavorare subito ufficialmente e pubblicamente. Comunque, i suoi membri per prima cosa dovevano mettersi in contatto con le di­rigenti dei movimenti sindacali e politici, delle organiz­zazioni borghesi femminili d’ogni specie (dottoresse, giornaliste, insegnanti, ecc., incluse) e costituire in ogni paese un comitato nazionale organizzativo apartitico.

Il comitato internazionale, composto da membri dei comitati nazionali, avrebbe stabilito il tempo, il luogo e il programma dei lavori del congresso.

Il congresso, secondo me, avrebbe dovuto per pri­ma cosa trattare il diritto delle donne al lavoro profes­sionale. In questo punto si sarebbero inserite le questioni della disoccupazione, dell’eguale salario per eguale lavo­ro, della giornata legale di otto ore, della legislazione pro­tettiva della donna, del sindacato e delle organizzazioni professionali, delle previdenze sociali per la madre e il bambino, delle istituzioni sociali per aiutare la donna di casa e la madre, ecc. L’ordine del giorno avrebbe dovuto includere il seguente tema: « La situazione della donna nel diritto matrimoniale e familiare e nel diritto pubbli­co politico ». Una volta elaborate queste proposte, sug­gerivo che i comitati nazionali conducessero tra le donne attive e lavoratrici di tutti gli strati sociali una campagna sistematica, a mezzo della stampa e dei comizi, per pre­parare il congresso e assicurargli la presenza e la coope­razione delle rappresentanti di tutte le organizzazioni con le quali si erano presi contatti e anche delle delegazioni di pubblici comizi di donne.

Il congresso avrebbe dovuto essere una « rappre­sentanza del popolo », ma ben diversa dal parlamento.

Naturalmente le donne comuniste dovevano essere non soltanto la forza motrice ma anche la forza direttiva del lavoro di preparazione, nelle attività del comitato in­ternazionale e nel congresso stesso e, infine, nell’appli­cazione delle decisioni. Al congresso si dovevano presen­tare, su tutti i punti all’ordine del giorno, tesi e risolu­zioni comuniste informate a princìpi unici e basate sul­l’esame scientifico delle condizioni esistenti. Queste tesi sarebbero state poi discusse ed approvate dall’Esecutivo dell’Internazionale. Parole d’ordine comuniste é propo­ste comuniste dovevano essere al centro dei lavori del congresso, richiamando l’attenzione generale. Dopo il congresso queste stesse parole d’ordine sarebbero state diffuse tra le più vaste masse femminili per stimolare un’azione internazionale di massa da parte delle donne.

La condizione indispensabile per svolgere un buon lavoro nei comitati e al congresso era, per le donne comuniste, di mantenersi saldamente unite, di lavorare collettiva­mente e sistematicamente su principi chiari e ben deter­minati. Nessuna comunista doveva uscire dalla linea trac­ciata. Mentre parlavo Lenin approvava con cenni del capo o pronunciava brevi commenti di consenso.

« Mi pare, cara compagna — egli disse — che avete studiato molto bene l’aspetto politico della faccenda e anche i problemi organizzativi fondamentali. Sono fer­mamente convinto che in questo momento un simile con­gresso può svolgere un lavoro molto importante. Può con­quistare alla nostra causa larghe masse di donne: masse di professioniste, di lavoratrici dell’industria, di massaie, di insegnanti e altre ancora. Bene, molto bene. Pensate: in caso di gravi dissensi tra i gruppi industriali o di scio­peri politici, quale aumento di forza rappresenta per il proletariato rivoluzionario l’apporto di donne che si ribel­lano coscientemente. Naturalmente tutto ciò avverrà se sapremo attrarle e mantenerle nel nostro movimento.

Il vantaggio sarà grande, immenso. Ma ci sono alcune questioni. È verosimile che le autorità governative non vedranno di buon occhio i lavori del congresso, che ten­teranno di impedirlo. Non credo che cercheranno di sof­focarlo con mezzi brutali. Quel che faranno non vi dovrà spaventare. Ma non temete che nei comitati e nel con­gresso le comuniste si faranno controllare dalla maggio­ranza numerica degli elementi borghesi e riformisti e dalla forza innegabile della loro routine? E finalmente e soprattutto avete realmente fiducia nella preparazione marxista delle nostre compagne a tal punto da farne un plotone d’assalto che uscirà dalla lotta con onore? »

Risposi che indubbiamente le autorità non avrebbe­ro fatto ricorso alla violenza contro il congresso. Espedienti e misure brutali avrebbero solo servito a far pro­paganda per il congresso stesso. Il numero e il peso degli elementi non comunisti sarebbe stato affrontato da noi comuniste con la forza superiore che ci derivava da una comprensione e da una delucidazione scientifica dei pro­blemi sociali alla luce del materialismo storico, dalla coe­renza delle nostre rivendicazioni e proposte e, infine, ultimo ma non meno importante, dalla vittoria della ri­voluzione proletaria in Rùssia e dalla sua azione d’avan­guardia per la liberazione della donna. Le debolezze e le deficienze delle singole compagne per quanto riguar­dava la loro educazione e la loro capacità di comprendere le situazioni, potevano essere superate con il lavoro col­lettivo e la preparazione sistematica.

Mi attendo molto dalle compagne russe che dovran­no essere il centro d’acciaio della nostra falange. Con esse oserei assai più che lotte congressuali. Inoltre, anche se fossimo state battute dal voto, la nostra stessa lotta avrebbe spinto il comunismo in primo piano, con un ec­cellente risultato propagandistico e avrebbe servito a creare nuovi legami per il nostro lavoro futuro.

Lenin rise di cuore: « Sempre lo stesso entusiasmo per le donne rivoluzionarie russe! Sì, sì, il vecchio amore non è ancora spento. E credo che avete ragione. Anche la sconfitta dopo una buona lotta segnerebbe un vantaggio e una preparazione a successi futuri tra le lavoratrici, tutto considerato, vale la pena di rischiare. Tuttavia, naturalmente, io spero con tutto il cuore nella vittoria. Sarebbe un importante contributo di forze, un grande sviluppo e rafforzamento del nostro fronte, apportereb­be nuova vita, movimento e attività nelle nostro file. E ciò è sempre utile. Inoltre il congresso provocherebbe e accrescerebbe l’inquietudine, le incertezze, le ostilità e gli urti nel campo della borghesia e dei suoi amici rifor­misti. Immaginate i tipi che s’incontreranno con le “iene della rivoluzione” e — se tutto andrà bene — dovranno porsi sotto la loro guida: placide e bennate socialdemocratiche del campo di Scheidemann, Dittmann e Legien, pie cristiane benedette dal papa o ligie al verbo di Lutero, figlie di consiglieri privati, consigliere gover­native appena sfornate, pacifiste inglesi di illustre casato e femministe francesi. Che quadro del caos e della de­cadenza della borghesia offrirà questo congresso. Che ri­flesso della sua futilità e nullità! Un simile congresso ac­celererà la disintegrazione delle forze controrivoluzionarie e perciò le indebolirà. Ogni indebolimento delle forze del nemico rappresenta al tempo stesso un rafforzamento del nostro potere. Approvo il congresso…».

Disgraziatamente il congresso andò a monte a causa dell’atteggiamento delle compagne tedesche e bulgare che a quel tempo costituivano il miglior movimento femminile comunista al di fuori della Russia. Esse respin­sero la proposta di organizzare il congresso. Quando lo dissi a Lenin, esclamò: « Peccato, un vero peccato! Le compagne si sono lasciate sfuggire una brillante occasione di aprire uno spiraglio di speranza alle masse lavoratrici e di portarle nella lotta rivoluzionaria della classe operaia. Chi sa quando si ripresenterà un’occasione cosi favore­vole? Bisogna battere il ferro mentre è caldo. Il com­pito resta. Dovete trovare il modo di raggiungere le donne che il capitalismo ha gettato nella miseria più spaven­tosa. Dovete trovarlo, dovete. Non ci si può sottrarre a questa necessità. Senza un’attività organizzata di massa sotto la direzione dei comunisti non ci può essere vitto­ria sul capitalismo né edificazione del comunismo. Ecco perché le donne finiranno col ribellarsi…».

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